Il ritorno (brutale) della politica di potenza
Il controllo di risorse, tecnologie e informazioni decide chi comanda. Nel vuoto, leader autoritari e democrazie svuotate. L'antidoto? Partecipazione e coraggio civile

Terre rare, energia, tecnologie strategiche e infrastrutture digitali sono al centro di una competizione sempre più aspra. La globalizzazione non è scomparsa, ma ha cambiato natura: da spazio di interdipendenza economica si è trasformata in campo di confronto competitivo, segnato da logiche di sicurezza, controllo, acquisizione. Nelle ceneri dell’ordine liberale globale nato dopo il 1989, sta riemergendo una politica di potenza che si pensava consegnata al passato.
Il controllo delle catene del valore – dall’estrazione delle risorse critiche alla produzione di semiconduttori, dall’energia alle piattaforme digitali – è oggi una leva decisiva del potere geopolitico. Le sanzioni, le guerre commerciali, le restrizioni tecnologiche, il ricatto energetico, sono diventati gli strumenti dell’azione politica. Il ritorno della guerra in Europa, le tensioni nel Pacifico, le incursioni digitali, la frammentazione del commercio globale in blocchi contrapposti sono tutti segnali di un mondo sempre più caotico. A risentirne sono anche le istituzioni politiche nazionali. Tra i due modelli classici della democrazia e della autocrazia si afferma la forma ibrida della “democratura”: regimi che conservano le procedure formali della democrazia – elezioni, Parlamenti, Costituzioni – ma che nella sostanza operano secondo logiche ben diverse. Il principio fondamentale su cui le democrazie sono fondate – ogni potere è limitato in rapporto ad altri poteri – viene sempre più sfacciatamente contraddetto.
Sempre più spesso, a livello interno e internazionale, lo stato di diritto viene impunemente violato. Le regole sono piegate agli interessi di potere, la legalità diventa selettiva, il diritto uno strumento da usare contro gli avversari e a proprio vantaggio. La stessa cosa vale per la divisione dei poteri: l’esecutivo tende a concentrare su di sé funzioni e decisioni, delegittimando il Parlamento, mettendo sotto pressione la magistratura, controllando o intimidendo i media. La logica è quella dell’uomo forte o del leader carismatico, che si presenta come interprete diretto della volontà popolare e dunque come legittimato a scavalcare ogni mediazione istituzionale. Perso il senso del limite, il potere non può che rifugiarsi nella retorica amico-nemico, che tende a diventare il linguaggio politico ordinario. Per questa via, tali “nuove” (anche se molto antiche!) forme politiche finiscono per normalizzare l’uso della violenza, materiale e simbolica: la criminalizzazione dell’avversario, la legittimazione della repressione, la giustificazione della guerra come strumento naturale di risoluzione dei conflitti.
Siamo dunque in un momento storico estremamente duro. Gli equilibri che avevano retto il mondo dopo il 1989 – pur con tutte le loro contraddizioni – si sono dissolti. L’illusione di una “fine della storia”, in cui democrazia e mercato si sarebbero diffusi spontaneamente, è smentita dai fatti. Ma, allo stesso tempo, non siamo ancora riusciti a costruire un nuovo ordine condiviso, nuove regole, nuove istituzioni capaci di governare un mondo interdipendente. Viviamo in una fase di transizione segnata dall’incertezza, dalla paura e da un crescente senso di smarrimento collettivo.
In questo vuoto si affermano narrazioni semplificatrici e pericolosamente irrealistiche, con leader che promettono protezione in cambio di obbedienza, identità in cambio di chiusura, sicurezza in cambio di libertà. Una dinamica pericolosa che alimenta una spirale in cui la crisi esterna rafforza l’autoritarismo interno, e l’autoritarismo interno a sua volta rende più probabile il conflitto esterno. La storia del Novecento ci insegna quanto facilmente questa spirale possa sfuggire di mano.
La via di salvezza non è semplice, ma passa innanzitutto da una presa di consapevolezza della posta in gioco. Non siamo di fronte a una crisi congiunturale: in discussione vi è il tipo di società in cui vogliamo vivere, il valore che attribuiamo alla dignità umana, alla libertà, al diritto, alla pace. Pensare che tutto questo riguardi solo le élite o i giochi di potere internazionali è un errore gravissimo. La storia siamo noi, cantava De Gregori. Siamo noi cittadini, elettori, corpi intermedi, comunità locali, associazioni, università, imprese, chiese. Spetta a noi dire che così si va a sbattere, che la scorciatoia della forza e della semplificazione autoritaria non porta sicurezza ma distruzione. Spetta a noi difendere, con determinazione e senza ingenuità, le istituzioni democratiche, la cultura del limite, il rispetto delle regole, la centralità della persona. In un mondo che torna a parlare il linguaggio della potenza, la vera forza delle democrazie sta nella lucidità, nella partecipazione e nel coraggio civile di chi rifiuta di abituarsi all’inaccettabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






