Il «Dio pro-guerra», la Bibbia e il dialogo ebraico-cristiano
Contro ogni uso bellico della fede, una lettura articolata delle Scritture richiama al dialogo tra religioni come via concreta per costruire pace

È un tempo oscuro; la violenza sembra invadere tutti gli spazi della nostra vita – le relazioni tra le persone così come quella tra popoli e stati. Fondamentale, dunque, operare per disinnescare i fattori che la alimentano e prendere le distanze da essa. In tale senso ho letto con attenzione l’articolo di Eugenio Mazzarella sul “Dio pro guerra delle teologie Usa” pubblicato il 25.3 su Avvenire. Condivido anche appieno la sua decisa presa di distanza rispetto alla lettura “bellicosa” del cristianesimo proposta da una parte importante del fondamentalismo evangelicale statunitense. Un’istanza, tra l’altro, profondamente sintonica con quanto proposto da papa Leone: egli non perde occasione per ribadire che mai Dio può essere messo in mezzo per benedire la guerra e la violenza; piuttosto Egli va invocato, sempre e di nuovo, perché doni pace e muova le nostre mani a costruirla.
L’articolo, però, usa anche argomenti in parte problematici. Sembra, infatti, in esso che la linea di separazione tra pace e violenza sia identificata con quella tra Antico e Nuovo Testamento. Come se l’attesa messianica dell’Israele biblico fosse soltanto speranza in un vincitore militare – dimenticando figure come quella del servo del Signore, centrale nel libro di Isaia. Come se, d’altra parte, il Nuovo Testamento fosse esente da immaginari di violenza – dimenticando quelli presenti nel libro dell’Apocalisse ma anche in altri testi neotestamentari appartenenti allo stesso genere letterario. Tra l’altro è proprio su una lettura fondamentalista di tali testi del Nuovo Testamento che si basa la bellicosa teologia criticata da Mazzarella: su un’interpretazione apocalittica della storia contemporanea, che chiama alla lotta nella battaglia finale contro il male. Non si può comprendere davvero l’uso strumentale del cristianesimo presente nella recente politica statunitense se non se ne colgono le effettive matrici culturali; se non si intende che è proprio anche sulla correttezza dell’interpretazione dei testi neotestamentari che si gioca la testimonianza di pace del cristianesimo. Del resto, non cede a tale ingenua prospettiva la Nota Cei Educare alla pace disarmata e disarmante pubblicata lo scorso 5 dicembre, che radica la sua forte perorazione per una cultura di pace in una lettura delle Scritture ben più articolata. È infatti a partire da un sereno riconoscimento della presenza della violenza nell’uno e nell’altro Testamento, che essa indica – nell’uno e nell’altro - una forte linea di pace. Questo non significa certo mettere in parentesi la novità associata al nome di Gesù Cristo, ma solo ricordare che gli studi recenti orientano a leggere il Nuovo Testamento nel suo contesto ebraico.
Sono invece rimasto particolarmente colpito dalle parole di Mazzarella: «Non ci sono tende in comune tra i profeti dell’antico Patto e il nuovo Messia». Un’affermazione che rischia di spezzare quel «vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo» – per riprendere le parole del Concilio Vaticano II nel n. 4 della Dichiarazione Nostra aetate. Credo che al contrario proprio in questa fase, in cui i rapporti tra le religioni mediterranee sono così tesi ed intrecciati con dinamiche di guerra, occorra cogliere tutta la forza di tale legame e valorizzarlo. Mai come in questo tempo, così critico, è cioè essenziale coltivare il dialogo cristiano-ebraico e tutelare la profonda relazione ad esso sotteso. Costruire pace in questo tempo è sfida esigente che va affrontata su molti piani. Promuovere un positivo dialogo tra fedi e religioni è un contributo essenziale in tal senso, per coltivare i semi di pace presenti in ognuna di esse e disinnescare i possibili fattori di violenza che ognuna pure porta in sé. In questa direzione operano da decenni – accanto a molte altre realtà - il Segretariato Attività Ecumeniche, così come l’Istituto di Studi Ecumenici “San Bernardino”, due realtà cui sono profondamente legato. In questo tempo comprendiamo bene che la formazione ecumenica, lo studio, il dialogo con le alterità non sono affare per pochi specialisti, ma un terreno vitale per il futuro della famiglia umana.
Presidente Sae - Segretariato Attività Ecumeniche
Presidente Sae - Segretariato Attività Ecumeniche
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