Il circolo vizioso dell’insicurezza che nutre la finanza

Le crisi globali trasformano la paura e il rischio in rendimenti per le aziende della tecno-difesa, spingendo investimenti, innovazione militare e interessi economici a sostenere l’instabilità e favorendo le tensioni
Google preferred source
June 16, 2026
Il circolo vizioso dell’insicurezza che nutre la finanza
/ REUTERS
C’è un’equazione che di questi tempi conviene tenere sempre a mente. Quando l’insicurezza cresce, cresce anche il valore delle imprese della tecno-difesa. Non è una coincidenza, è più una legge di mercato. E capire come funziona questa legge è indispensabile per capire perché la monarchia della paura non è solo un fenomeno politico. È anche, e forse prima di tutto, un fenomeno finanziario. Nel settembre del 2020, Palantir Technologies viene quotata a Wall Street. Prezzo di apertura pari a dieci dollari per azione per una capitalizzazione di circa venti miliardi. Peter Thiel, che controlla un quinto del capitale dell’azienda attraverso una rete di veicoli di investimento quali Founders Fund, Mithril, Clarium, comincia immediatamente a vendere. Le azioni collocate a 10 dollari valgono oggi circa 130 dollari. Ma più della cifra, conta il contenuto del documento informativo depositato alla SEC nel periodo della quotazione. Palantir, si leggeva, non soltanto tollera le crisi, ma prospera nelle crisi. Non era solo una promessa per gli investitori, era la descrizione di un modello di business. Nel solo primo semestre del 2020, in piena pandemia, la società aveva già incassato più di quanto avesse incassato nell’intero 2016. L’esercito americano pesava per oltre il quindici per cento del fatturato, i contratti con ICE, con il Dipartimento della Salute e con la CIA coprivano il resto. La crisi non era un’anomalia che disturbava il modello, era il combustibile che lo faceva girare a pieno regime.
Il caso Palantir è il prototipo di una classe di aziende che Raj Shah e Christopher Kirchhof, nel loro resoconto dall’interno della Defense Innovation Unit americana, descrivono come la nuova frontiera del complesso militare-industriale. Sono aziende che non vendono carri armati, ma software, algoritmi, sistemi di sorveglianza, droni autonomi. Anduril Industries, fondata nel 2017 da Palmer Luckey ne è l’esempio più nitido. Unicorno nel 2019, valeva già più di un miliardo di dollari, duecento milioni di fatturato a fine 2021, contratto da un miliardo con il Comando delle Operazioni Speciali nel 2022, round da un miliardo e mezzo e una valutazione di 8,5 miliardi, tutto nello stesso anno in cui la Russia invadeva l’Ucraina. Nessuna coincidenza. Capitalismo allo stato puro. Nel 2022 i venture capitalist hanno investito trentatré miliardi di dollari nel settore della tecno-difesa a stelle e strisce, contro i sedici miliardi del 2019. L’invasione russa ha raddoppiato il valore del mercato in soli tre anni. Questo è il meccanismo che vale la pena analizzare con precisione. Non si tratta di aziende che fanno profitti nonostante le crisi. Si tratta di aziende il cui modello è strutturalmente dipendente dalla continuità dell’emergenza. Una impresa come Palantir in un mondo sicuro vale meno. Una come Anduril, senza guerre, vale quasi nulla. Chi investe in queste imprese sta scommettendo sul fatto che l’insicurezza continui, che ci siano sempre nuove frontiere da sorvegliare, nuovi nemici da tracciare, nuove crisi da gestire con strumenti digitali sempre più invasivi. La pace, per chi ha queste azioni in portafoglio, è certamente una cattiva notizia.
La struttura del finanziamento aggiunge un paradosso che merita di essere descritto con attenzione. I fondi di venture capital che alimentano questo ecosistema raccolgono capitali da investitori istituzionali che il settore chiama limited partners . Fondi pensione, fondazioni private, grandi patrimoni familiari. Questi soggetti delegano la gestione del capitale ai fondi, che lo allocano nelle startup della difesa tech attraverso una catena lunga e opaca. All’inizio c’è il lavoratore che versa i contributi pensionistici, alla sua fine c’è Anduril che costruisce droni, di cielo, di terra e di mare, per il Pentagono. E il lavoratore non lo sa. Non lo ha deciso lui. Ma il meccanismo non richiede né consapevolezza né scelta. Richiede solo che i rendimenti siano attraenti e che nessuno faccia troppe domande scomode. Non è una denuncia morale. È la descrizione di una struttura di incentivi. Chi ha investito nella tecno-difesa vuole che il settore continui a prosperare. Ha interesse, finanziario e non ideologico, vuole che le condizioni che lo fanno prosperare permangano. E quelle condizioni hanno un nome: instabilità, conflitto, emergenza permanente. I fondi pensione dei lavoratori occidentali sono diventati, attraverso questa catena, soggetti con un interesse finanziario oggettivo nella continuità della paura. Nessuno lo ha deciso, ma il sistema lo ha prodotto.
Secondo Quinn Slobodian, ( Crack-up capitalism , Allen Lane, 2023), il neoliberalismo non è mai stato un progetto per liberare i mercati. È stato un progetto per proteggerli dalla democrazia. La costruzione di un’architettura giuridica internazionale fatta di trattati commerciali, arbitrati sugli investimenti e banche centrali indipendenti, è finalizzata secondo Slobodian a sottrarre le decisioni economiche fondamentali al controllo democratico. Il mercato non doveva rispondere ai cittadini, doveva essere protetto da loro. Visto in quest’ottica, il mercato della difesa tech non è un’anomalia del capitalismo, ne è uno sviluppo coerente. Quando i mercati operano al di fuori del controllo democratico, allocano capitale verso le attività più redditizie senza che nessuna maggioranza possa dire no. È così che l’insicurezza è diventata redditizia. Trae Stephens, cofondatore di Anduril e già partner di Founders Fund, lo ha detto con disarmante franchezza: «Quando i venture capitalist si rendono conto che investire nel settore della difesa può essere estremamente redditizio, molte di quelle obiezioni di natura emotiva che li spingono a opporsi al coinvolgimento nel settore delle armi tendono a svanire» (cit. in Shah e Kirchhoff, Unit X. Scribner, 2023). È un dato empirico, non un giudizio di valore. Il capitale non ha pregiudizi ideologici. Ha la propensione al profitto. E quando questa propensione si allinea con un certo tipo di industria, l’obiezione etica svanisce. Non per convinzione, ma per calcolo.
C’è un ultimo elemento che spesso viene sottovalutato e che riguarda il tempo. Le startup della difesa tech non operano sui cicli pluridecennali caratteristici dei grandi appaltatori tradizionali, da Lockheed a Northrop, da Boeing a General Dynamics. Le nuove startup operano sui cicli tipici del venture capital : quattro, cinque anni al massimo per arrivare a una valutazione significativa o a una quotazione in borsa. Questo significa che l’orizzonte temporale degli incentivi è molto più breve di quello dei problemi che quelle aziende dichiarano di voler risolvere. La sicurezza nazionale è un problema di lungo periodo. I ritorni del venture capital sono un problema di breve periodo. La tensione tra i due orizzonti temporali non viene mai dichiarata, ma è strutturale. Un fondo d’investimento che deve restituire capitali ai propri limited partners entro un decennio non ha interesse a che i problemi si risolvano in fretta. Ha interesse a che i problemi generino contratti. Il risultato è un sistema in cui una parte crescente del capitale globale è strutturalmente orientata verso un orizzonte di conflitto continuato.
Ancora una volta bisogna capire che non si tratta di un complotto ma di un allineamento di incentivi che nessun singolo attore ha progettato e che tutti, in qualche misura, alimentano, il che forse è anche peggio di un complotto. Peter Thiel non avrebbe potuto costruire Palantir in un sistema in cui lo Stato avesse avuto ancora la capacità di costruire autonomamente le proprie infrastrutture cognitive. Anduril non avrebbe trovato i suoi investitori in un’economia in cui la paura non fosse diventata un asset finanziario. La crisi dello Stato democratico non è solo lo sfondo su cui si muovono questi attori. È la condizione di possibilità del loro modello di business. Abbiamo già parlato delle radici culturali che hanno fornito a questo meccanismo la sua legittimazione intellettuale. Ma l’ideologia da sola non basta a spiegare la persistenza di un sistema. I sistemi persistono quando hanno una base materiale solida. La base materiale della monarchia della paura è, in larga misura, finanziaria. E il denaro della paura, una volta messo in moto, sviluppa una logica propria che sopravvive ai singoli attori, alle singole crisi, ai singoli cicli elettorali. È questa logica, più di qualsiasi ideologia, che rende la monarchia della paura così difficile da contrastare.
(5 - continua)
Leggi gli altri articoli della serie "La monarchia della paura"

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire