Nazionali multietniche, talenti di ritorno, inclusione: i Mondiali di calcio parlano anche a noi
La cittadinanza ha tanti volti e li vediamo spesso nelle partite delle squadre europee, dalla Francia all'Inghilterra, mentre gli esempi di Capo Verde e Curaçao raccontano i buoni frutti della diaspora. Così migrazioni e appartenenze stanno ridisegnando il mondo del pallone (e non solo)

Ai Mondiali di calcio si squaderna un grande spettacolo che travalica i confini dello sport, assumendo importanti implicazioni culturali e politiche: vanno in scena le identità nazionali, attorno a cui i tifosi si raccolgono, si entusiasmano, soffrono, esultano. È in molti casi l’unica occasione in cui la gente comune scende in piazza esibendo simboli e colori del proprio Paese, esprimendo una spontanea e convinta adesione alla propria appartenenza nazionale. I capi di Stato e di governo ne sono consapevoli, frequentando le tribune degli stadi nelle partite decisive, ricevendo gli atleti vincitori, insignendoli di alte onorificenze.
In questa edizione la platea delle nazioni, e il coinvolgimento del pubblico, si sono ampliati a molti Paesi in via di sviluppo, grazie all’allargamento della fase finale a 48 squadre. Parecchie nazionali hanno avuto accesso per la prima volta al massimo palcoscenico del calcio mondiale. Nello stesso tempo, le squadre nazionali rivelano i cambiamenti nella composizione delle popolazioni, nelle concezioni della cittadinanza e nelle regole di transizione da un’appartenenza nazionale a un’altra. Vanno in campo squadre che manifestano visibilmente l’evoluzione in senso multietnico delle loro basi demografiche: ossia sono gremite di campioni immigrati e naturalizzati, oppure discendenti d’immigrati. Sono soprattutto europee, come Francia, Inghilterra, Germania, Olanda. La loro forza calcistica e le loro speranze di vittoria finale hanno chiari legami con la loro capacità di assorbire e valorizzare le energie sportive immesse dalle migrazioni internazionali di vario tipo che li hanno raggiunti (ex-sudditi coloniali, discendenti dei lavoratori-ospiti, rifugiati, cittadini europei mobili…). I Paesi che invece si trovano in una posizione svantaggiata nello scenario economico globale sono prevalentemente fonti di movimenti migratori in uscita. Sul piano politico molti di essi cercano di mantenere i rapporti con i concittadini espatriati mediante la possibilità di conservare la cittadinanza, o di combinarla con quella del Paese in cui risiedono grazie all’istituto della doppia cittadinanza (un centinaio di paesi nel mondo). Sul piano sportivo, questo significa attingere alla diaspora per costruire squadre nazionali i cui giocatori militano in gran parte e a volte interamente in squadre e campionati stranieri. Per i calciatori questa opportunità comporta la scelta di quale maglia nazionale rivestire, incarnando la fluidità dei confini e delle appartenenze in un mondo che rimane, malgrado tutto, mobile e globalizzato. Le sorprendenti nazionali di Capo Verde e Curaçao sono esempi eloquenti di squadre della diaspora, ma tutto il calcio africano vi partecipa ampiamente.
Il terzo caso è quello di nazionali costruite grazie alla forza attrattiva del proprio peso economico, reclutando e naturalizzando calciatori di origine diversa: arrivati non come immigrati, ma come atleti professionisti, indotti poi ad assumere la cittadinanza del paese ospitante. La chiamata a schierarsi in campo nella squadra nazionale non è una conseguenza indiretta di una vicenda migratoria, ma un obiettivo esplicito delle autorità: per ragioni di prestigio, di rafforzamento della coesione interna, di miglioramento dell’immagine del Paese sul piano internazionale. La vicenda ci parla in questo caso della cittadinanza come bene economico, acquistabile e vendibile in un mercato senza confini. Rivela anche una profonda disuguaglianza politica. Governi molto rigidi nel riconoscere la cittadinanza dei residenti stranieri (poveri) insediati anche da molti anni possono rivelarsi molto malleabili nei confronti di élite in possesso di determinate risorse. Il Qatar, per esempio, schiera 14 giocatori nati in altri Paesi, e non si tratta di emigranti. Il calcio, quindi, fuoriesce dall’ambito agonistico per illuminarci sul funzionamento del mondo contemporaneo: su confini, appartenenze, mobilità, apertura. Sul piano interno, ne scaturisce un chiaro invito all’Italia, calcistica e politica, a scoprire e valorizzare i talenti di cui i nuovi italiani sono dotati.
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