I corpi risorti saranno sintonizzati con il "sentire di Dio"
Il gran finale della storia non sarà solo giudizio, come un'aula di tribunale: il Regno è festa e relazioni vive, come un banchetto nuziale

La location del gran finale della storia, nel nostro immaginario più corrente, è fissata su un’aula di un tribunale. D’accordo, ma non va dimenticata l’immensa sala da pranzo alla quale saranno invitati tutti i popoli della terra. Del banchetto abbondante e festoso del giorno dopo l’ultimo scriveva già il profeta Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25,6). Il giorno eterno, che apre il regno di Dio, festeggia la fine di ogni povertà, di ogni paura. Il clima è quello del grande pranzo che riunisce tutti. Gesù riprende spesso l'immagine del convito, con una certa predilezione per la festa delle nozze: quella che, già sulla terra, celebra il festoso azzardo dell’amore e il nuovo inizio per la vita. Nella parabola delle dieci vergini, Gesù esorta gli ascoltatori a rimanere svegli, per non perdersi il momento (cfr. Mt 25,1-13). La parabola ci invita a prendere parte al banchetto nuziale. Non sarà una vita raccolta in contemplazione: sarà una festa piena di emozioni, di incontri, di sorprese che renderanno eccitante l’avventura di una vita eterna che si inaugura in quel modo. Del resto, pensiamo al miracolo di Cana. Il Vangelo dice che quello fu il primo dei grandi segni in cui Gesù incominciò a farsi riconoscere come il Figlio inviato da Dio per il riscatto del mondo. Siamo incantati. Il primo segno (per una rivelazione di questa portata!), è il gesto, assolutamente discreto, di procurare vino eccellente per due ragazzi in procinto di fare una brutta figura nel pranzo più bello della loro vita. Arrendiamoci umilmente alla logica del Vangelo: e comprendiamo che le emozioni profonde di una vita restituita alla sua bellezza (come lo saranno la guarigione del cieco e la risurrezione del figlio della vedova, il riscatto del pubblicano e il pranzo improvvisato dei cinquemila) sono onorate da Gesù come esperienze degne della vita dell’uomo. E perciò, degne di entrare, con la creatura, nella vita eterna di Dio.
L'inaugurazione del regno avverrà nel segno di un brindisi con Gesù: berremo vino insieme – promette Gesù agli apostoli – quando anche voi sarete scampati alla morte. «D’ora in poi non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi, nel Regno del Padre mio» (Mt 26,29). E’ un linguaggio simbolico. Ma eloquente di una umana sensibilità che non si lascia ridurre alla pura contemplazione. Non è relazione di puri spiriti, è comunione di corpi vibranti. In altre due parabole di Gesù ritorna l’immagine del banchetto. E’ la parabola del convito raccontata da Gesù dopo che un commensale ha esclamato: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!» (Lc 14,15). L'ospite intendeva il banchetto festoso nel Cielo. E Gesù conferma. Anzi, avverte a non declinare l'invito come fanno i tre invitati. In Matteo, Gesù parla esplicitamente di un banchetto di nozze (cfr. Mt 22,1-14). Il tono ottimistico della parabola è però turbato dalla scena dell'ospite che non indossa l'abito nuziale. L'abito simboleggia le disposizioni fondamentali per entrarvi. Siamo sì invitati, buoni e cattivi, al banchetto, ma è necessaria la conversione del cuore: non possiamo prescindere da Dio e dal rapporto di affezione da avere con lui. Certo, potremmo chiederci: ma come avere affezioni, come sentire e toccare un Dio «invisibile»?
Negli incontri dei «quaranta giorni» tra i discepoli e il Risorto sono ben presenti le emozioni: sentire, percepire, commuoversi per la grandezza e la bellezza dello stesso Risorto. Sì, Dio non va inteso in un senso banale e ingenuo, come "puro" spirito: ritenendolo estraneo ad ogni "sensibilità". Uno spirito insensibile e anaffettivo è separato dalla felicità, ma anche dalla perfezione dell’amore. Ricordo la citazione di Jean Danielou, un altro dei grandi teologi del secolo scorso, che pone in dubbio una certa concezione di Dio: «Confesso che la definizione di Dio come puro spirito… mi pare pericolosa… si ha l’impressione di voler dire che Egli è totalmente immune da tutto quel che potrebbe somigliare alla materia. Ora, questo è falso, poiché se Dio possiede in Sé, in modo eminente, le qualità di ciò che esiste, è evidente che vi sono nella materia, che è una creatura, qualità che Dio possiede eminentemente» (Miti pagani e mistero cristiano, Roma 1995, 93). In effetti, parlare della sensibilità di Dio non come pura metafora letteraria, ma come concetto reale non è ancora del tutto spontaneo per il credente, ancora oggi.
Un esempio del passato mi ha colpito in maniera particolare, quello di Anselmo d’Aosta. E con le sue parole vorrei chiudere questa pagina sulle emozioni nella vita eterna con Dio. Anselmo d’Aosta è stato il primo grande maestro del nuovo corso del pensiero teologico-filosofico cristiano che cercò l’armonia tra la tradizione del pensiero biblico-patristico-monastico e l’emergente umanesimo della nuova cultura europea. In questa tensione culturale, Anselmo portò un contributo originalissimo e audace alla riflessione sulla sensibilità di Dio e dei corpi risorti. Declina le sue parole in forma di preghiera: «Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da Te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti. Ma che amo quando amo Te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale, non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene di ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accolte negli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò io amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ove è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio» (Confessioni, l. X; cfr. Proslogion, c. XVII). Anselmo è davvero audace nel legare la massima beatitudine del "sentire Dio" nell’immedesimarsi con il "sentire di Dio". E così conclude: «Dunque o Signore, sebbene tu non sia corpo, tu sei, in modo vero e sommo, capace di sentire, in quanto tu conosci ogni cosa in modo sommo e non nel modo in cui conosce l’animale con il senso corporeo» (Proslogion, c. VI).
La perfezione di questo "sentire di Dio", nel supremo registro dell’amore, è la felicità sulla quale saranno sintonizzati i corpi risorti. E Anselmo canta ancora: «Oh, colui che godrà di questo bene, che cosa avrà e che cosa non avrà! Certamente avrà tutto ciò che vorrà e non avrà tutto quello che non vorrà […] Se piace la bellezza, "I giusti splenderanno come il sole" (Mt 13, 43). Se piace l’agilità o la fortezza o la libertà del corpo, a cui nulla possa opporsi, i giusti "Saranno simili agli Angeli di Dio" (Mt 22, 30), poiché "è seminato un corpo animale, ma sorgerà un corpo spirituale" (1Cor 15, 44), evidentemente per un suo potere, non per natura… Se piace la sazietà, i giusti saranno saziati "quando sarà apparsa la gloria di Dio" (Sal 17, 15). Se piace l’ebbrezza, i giusti "saranno inebriati dall’abbondanza della casa di Dio" (Sal 36, 9). Se piace la melodia, là i cori degli angeli cantano a Dio senza fine. Se piace una qualsiasi voluttà non impura, ma pura, Dio "al torrente delle sue delizie li farà bere" (Sal 36, 9). […] Cuore umano…chiedi al tuo intimo se può contenere il gaudio che avrebbe da una sua così grande beatitudine. Certo, se un altro, che amassi davvero come te stesso, avesse la medesima beatitudine, il tuo gaudio si raddoppierebbe, poiché godresti per lui come per te stesso. Se poi due o tre o molti di più avessero questa beatitudine e se amassi ciascuno di loro come te stesso, allora godresti per ciascuno tanto quanto godi per te stesso. Dunque in quella perfetta carità di innumerevoli angeli e uomini beati, dove nessuno amerà un altro meno di sé stesso, ciascuno godrà per ognuno degli altri non diversamente di quanto godrà per se stesso» (Proslogion, c. XXV).
Leggendo questi testi, e considerando la povertà poetica dell’annuncio cristiano della vita che ci attende, dovremmo interrogarci: perché i nostri Padri nella fede, come Anselmo d‘Aosta, erano tanto più avanti di noi? La domanda è per me stesso, e per tutti i lettori che si sentono incoraggiati ad essere creativi con la vita di Dio. Siamo autorizzati, tanto l’Eterno è stato e sarà creativo per noi.
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