Dio e il sacro tornano
su un palco di musica
pop. Rosalìa è un caso

Uno spettacolo (interrotto a Milano) di parole e simboli di ispirazione religiosa. Con la cantante catalana non si ha la sensazione di un’operazione superficiale, ma di una tensione artistica che nasce da una dichiarata apertura al divino
March 26, 2026
Dio e il sacro tornano
su un palco di musica
pop. Rosalìa è un caso
Una performance di Rosalía durante il concerto a Lione, in Francia, il 16 marzo 2026 /Getty Images for Live Nation
Vale forse di più uno spettacolo interrotto a metà di tanti concerti fluviali e perfetti visti negli stadi negli ultimi anni. Paradossale, ma vero. Perché quanto accaduto mercoledì sera all’Unipol Forum di Assago con Rosalía – costretta a fermarsi dopo due atti del suo “Lux Tour” per un’intossicazione alimentare che l’ha poi portata in ospedale – ha avuto la forza dell’incompiuto che lascia il segno. E non solo per l’imprevisto, ma per ciò che, fino a quel momento, era già accaduto sotto gli occhi di 11.500 spettatori. L’artista catalana, fortunatamente ristabilita come testimoniano i social, aveva affrontato il palco lottando visibilmente con il malessere, senza però cedere di un passo nella qualità e nell’intensità della proposta. Due atti soltanto, su quattro, ma sufficienti a restituire la misura di un progetto che non è semplicemente musicale: è un’opera, nel senso più pieno del termine. Un’opera pop contemporanea che rompe gli schemi del live e li ricompone in una sintesi inattesa di musica sacra, classica, urban e performance teatrale e di danza. Al centro, l’album “Lux”, lavoro ambizioso e sorprendente, costruito attorno a una ricerca spirituale che attinge alla mistica femminile – soprattutto cristiana, ma anche sufi e giapponese – e che diventa materia viva in scena. Non solo per la voce, straordinaria, ma per la cura dei testi: cantati in tredici lingue e tradotti in italiano in sovraimpressione, quasi a voler guidare il pubblico dentro un’esperienza condivisa e consapevole. Colpisce, in tempi in cui il lessico religioso sembra relegato ai margini, sentire migliaia di giovani cantare parole che nominano Dio, Cristo, la grazia, magari senza piena coscienza, ma con una partecipazione autentica. Certo, l’immaginario cattolico è oggi anche terreno di consumo estetico: tra il pubblico si vedono veli di pizzo da Messa e aureole di peluche venduti al banco del merchandising. Ma nel caso di Rosalía non si ha la sensazione di un’operazione superficiale. Piuttosto, di una tensione artistica che nasce da una dichiarata apertura al divino.
Fin dall’ouverture, con l’orchestra disposta in una buca a forma di croce al centro del parterre, è chiaro che non si tratta di un semplice concerto. La scena si apre come un rito: una scatola bianca che si schiude, una croce che emerge, la luna sul led. Nascita e mistero, carne e spirito. Rosalía appare in tutù rosa come figura sospesa tra opposti che non si escludono: santa e raver, fragilità e potenza. I brani si susseguono come stazioni di un percorso. “Reliquia”, preghiera inquieta e attraversata da sonorità glitch, mette in parola un’identità non pacificata: “Non sono una santa ma sono benedetta”. In “Divinize” la dimensione corporea diventa luogo del divino, mentre “Porcelana” scava in un minimalismo intimo e notturno.
Il momento più intenso arriva con “Mio Cristo piange diamanti”, cantata in italiano ispirandosi all’amicizia tra Chiara e Francesco: qui la tensione si fa quasi liturgica, tra suggestioni operistiche e abbandono emotivo. Rosalía si commuove, e con lei il pubblico. Il secondo atto cambia registro: il nero degli abiti, la guepière, l’energia più terrena, il “sabba” techno di “Berghain” e i richiami pop di “La fama” e “De madrugá”. Ma anche qui il gioco degli opposti non si risolve mai in provocazione fine a sé stessa. Piuttosto, in un continuo rimando tra tensione carnale e redenzione. Resta l’interruzione. Resta ciò che non è stato: il terzo atto con i quadri ispirati ai grandi maestri, il finale tra morte e rinascita. Dopo le note di “Focu ‘rann’i”, (cantata anche in siciliano, in omaggio Santa Rosalia, protettrice di Palermo), le note di “Magnolias” avrebbero chiuso lo show riunendo tutti i temi del disco – luce, fede, sensualità, rinascita in un’esplosione orchestrale. Ma forse proprio questa sospensione rende l’esperienza ancora più significativa. Come accade nelle opere aperte, ciò che manca continua a lavorare dentro lo spettatore. Perché, almeno per una sera, ha riaperto una domanda: che spazio ha oggi il sacro nella cultura popolare? E se, inaspettatamente, fosse proprio da lì che torna a farsi sentire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA