Difesa senza deterrenza. Disarmare il riarmo

Non la minaccia ma la protezione: rendere inefficace l’aggressione, limitarne l’impatto e rilanciare un dialogo globale sulla neutralizzazione della violenza armata. Con un ruolo decisivo dell’Europa
March 29, 2026
Difesa senza deterrenza. Disarmare il riarmo
Il sistema di difesa aerea israeliano in azione contro un missile lanciato dal regime iraniano /Fotogramma
Siamo arrivati all’ultima parola: armi o, meglio, riarmo. Se il percorso fatto fin qui ha un senso, allora questa parola non può essere il centro del discorso. È una parola subordinata, l’ultima, che acquista significato soltanto dentro una concezione e una pratica rigorosa della difesa. Va detta una cosa con chiarezza, senza ambiguità: una difesa vera può richiedere anche l’uso delle armi. Negarlo sarebbe astratto. Ma ammetterlo non significa accettare la logica della deterrenza, né tantomeno l’escalation come destino. Ci pare fecondo riflettere su questa parola nel giorno dell’entrata di Gesù di Nazareth in Gerusalemme: una consapevole consegna nonviolenta che attraversa il consenso effimero della folla manipolata, la sorprendente “amicizia” di Pilato e Caifa, il rimprovero a Pietro che estrae la spada, le mani aperte ai torturatori del Golgota, la resistenza alla provocazione dei soldati. In coerenza con questa grandiosa scena storica, possiamo ripetere che difendere non significa armarsi e minacciare. Difendere significa proteggere la vita attraverso il diritto. Nella vita delle persone questo è evidente: quando un conflitto degenera in una famiglia, in una scuola, in una strada, la soluzione non è che ciascuno si armi. La difesa delle persone e dei gruppi passa invece dall’intervento di un terzo legittimato. Per questo esiste la polizia: non per schierarsi, ma per ristabilire un limite, agendo vincolata dal diritto, altrimenti diventa milizia. Non è la proliferazione delle armi a rendere sicuri, ma la capacità delle istituzioni di esercitare una forza misurata e terza. Lo stesso principio deve valere nei rapporti tra gli Stati.
Riemergono con chiarezza le parole già incontrate: neutralizzare, immunizzare. Difendere non è spaventare l’altro con una minaccia superiore. È rendere inefficace l’aggressione, ridurne l’impatto, salvare vite. Nella scena di Gerusalemme di duemila anni fa il diritto è stato vanificato e corrotto. Ma veniamo a noi. Pensiamo a Israele sotto attacco missilistico. I sistemi di difesa aerea e antimissilistica non sono concepiti per colpire il nemico o terrorizzarlo, ma per intercettare l’offesa prima che produca morte e distruzione. Questo tipo di armi immunizza legittimamente il territorio e la popolazione: non elimina l’aggressore, ma ne contiene gli effetti impedendo l’innesco automatico della rappresaglia. Questa è difesa, il resto è guerra. Un ragionamento analogo vale per l’Ucraina. La sua difesa è la protezione dello spazio aereo, delle infrastrutture energetiche e digitali, l’intercettazione di missili e droni. Non si tratta di minacciare simmetricamente, ma rendere inefficace l’attacco, ridurre la distruzione delle città, proteggere i civili. In entrambi i casi appare evidente la differenza decisiva tra deterrenza e difesa. La deterrenza vive della minaccia. La difesa lavora per la riduzione del danno e la sottrazione di efficacia alla violenza. Per questo va riaffermato con forza il punto finale: l’obiettivo strategico non può essere il riarmo, ma il rilancio del grande dialogo sul disarmo, a partire da quello nucleare. Le armi nucleari non difendono: istituzionalizzano la possibilità dell’annientamento.
Non partiamo da zero. Gli Accordi di Helsinki del 1975, nel pieno della Guerra fredda, furono la consapevolezza che la sicurezza non poteva reggersi sull’equilibrio del terrore, ma doveva passare per cooperazione, controllo degli armamenti, fiducia reciproca, diritti umani. Quella stagione non fu ingenua: ridusse rischi reali e aprì spazi politici impensabili. Oggi quel dialogo va ripreso, aggiornato, rilanciato. Non per idealismo, ma per necessità storica. Quanto più la forza cresce in potenza, tanto più diventa urgente limitarla, regolarla, ridurla. E c’è un soggetto nel mondo che può compiere una virata anche improvvisa in questa direzione, coerente col suo migliore patrimonio etico e culturale e la sua recente storia che ha archiviato il sangue della guerra: l’Europa. Una nuova Europa, emendata da egoismi miopi e politiche che li blandiscono, da veti e secche burocratiche, convergente e fiera, svecchiata e protesa al futuro, “terra terza”, perché costitutivamente in dialogo, ben immunizzata e senza deterrenza. Non da sola, ovviamente: con le grandi organizzazioni internazionali “terze” che conosciamo, che dobbiamo urgentemente riformare e rilanciare (Onu, Unesco, Fao, Interpol, ecc.), e con quelle nuove che insieme dobbiamo necessariamente pensare e progettare. Questa visione può essere espressa in un’immagine semplice e insieme esigente: le due mani aperte. La prima col braccio teso ad altezza del volto, con il palmo rivolto in avanti. È il gesto dell’alt. Dice: qui la violenza si ferma. La seconda è sempre aperta ma col braccio più basso, tesa verso l’altro. È la mano disarmata che si offre e cerca l’altro. La loro contemporaneità è decisiva, pena cadere nell’ingenuità irenica senza protezione o nella chiusura armata senza relazione. È un messaggio disarmato che intende essere disarmante, forse potrebbe fermare la guerra in Ucraina e contemporaneamente rilanciare con forza il dialogo con la Russia, per entrare insieme in una ridefinizione delle relazioni di fiducia che aprano la strada alla ripresa del disarmo globale. Così che la difesa resta difesa e la pace torna a essere un compito possibile. Cercasi leader disponibili.

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