Dall’Ungheria una lezione sul sovranismo e un assist all'Europa
La sconfitta di Viktor Orbán e della sua idea di democrazia illiberale non chiude una prospettiva politica, ma può aprire una fase nuova per la diplomazia dell'Ue

Cambierà molto per l’Ungheria. Si apre una finestra di opportunità per l’Unione Europea. Il sovranismo a livello globale non viene necessariamente indebolito. Se volessimo sintetizzare tre semplici e chiari messaggi che provengono dalle elezioni politiche svoltesi domenica a Budapest, potremmo muoverci attraverso questi cerchi concentrici. Il successo di Péter Magyar è netto fin oltre le più rosee previsioni, con la maggioranza assoluta dei voti espressi (quasi il 54%) e due terzi dei seggi in Parlamento, lasciando al partito Fidesz, all’opposizione dopo 16 anni, 55 deputati su 199, frutto di circa il 38% dei suffragi, in base a un sistema costruito, almeno nei piani, per garantire la continuità del potere del governo uscente. Ancora a caldo, non sappiamo quale sia stato l’elemento che più degli altri ha spostato gli equilibri in un elettorato che sembrava compatto a sostegno di Viktor Orbán, teorico della democrazia illiberale. Ma non è difficile pensare che in una contesa dall’esterno letta soprattutto in termini ideologici – conservatorismo autoritario contro liberalismo moderato – abbiano pesato soprattutto le condizioni economiche, in netto peggioramento malgrado gli opportunistici tentativi del premier di sfruttare i benefici dell’appartenenza alla Ue insieme al sostegno derivante dall’asse privilegiato con la Russia. D’altra parte, recenti studi segnalano come sia proprio il reddito e la situazione occupazionale ciò che più di ogni altro fattore inclina gli elettori verso quello che chiamiamo sovranismo.
È allora poco sorprendente che molti ungheresi abbiano voltato le spalle a Orbán non solo per le severe limitazioni dello Stato di diritto (dalla giustizia ai media fino alla tutela delle minoranze), bensì per non avere tenuto fede alle promesse di mantenere il tenore di vita al riparo dai venti di crisi che soffiano impetuosi. A questo si salda la percezione di un alto e crescente grado di corruzione pubblica, tema su cui ha insistito fortemente la campagna di Tisza. Il programma del partito trionfatore resta piuttosto generale; la rapida ascesa del suo leader è stata invece trainata dalla denuncia serrata e specifica degli abusi di potere di Fidesz. Avvocato con carriera nell’impresa e nelle relazioni con le istituzioni comunitarie, Magyar è un moderato in sintonia con il Partito popolare odierno, che proverà a smantellare alcune riforme autoritarie del suo predecessore, ma non le drastiche misure anti-migranti, che ha promesso di mantenere. Dovrà poi allentare progressivamente i legami con Mosca, che ha già esibito freddezza verso il nuovo premier. Prima di tutto, è pronto a mutare radicalmente la posizione ungherese a Bruxelles, cercando di recuperare i fondi finora bloccati a Orbán, grazie all’adesione alle misure pro-Ucraina e alla revoca delle leggi considerate contrarie allo spirito dei Trattati continentali.
Se il Paese forse più chiuso e identitario d’Europa andrà quindi trasformandosi e riaprendosi, la Ue – e siamo al secondo cerchio – ha l’occasione di fare quei passi diplomatici che Budapest ha frenato negli ultimi anni sia per opposizione alla linea della Commissione sia per strappare concessioni negoziali forte del veto alle decisioni da assumere all’unanimità. L’entusiasmo manifestato all’annuncio dei risultati nei Palazzi dell’Unione sembra tuttavia eccessivo. Senza un Viktor Orbán a mettersi di traverso sul finanziamento a Kiev o sulle sanzioni contro il Cremlino, tutto diventerà veloce ed efficace sul fronte ucraino, su quello mediorientale o sui dossier controversi come quelli ambientali o energetici? C’è da dubitarne. La caduta di un ostacolo può però dare uno slancio provvisorio all’azione europea, e sappiamo quanto ce ne sia bisogno. Si deve sfruttare un momento propizio di europeismo, un clima favorevole che può rilanciare l’iniziativa della Ue proprio in un frangente in cui pare indispensabile fare argine all’azione destabilizzante dell’America di Donald Trump e alle altre potenze che della democrazia, del diritto internazionale e dei valori occidentali manifestano scarsa considerazione.
In questo senso, il terzo cerchio citato ci rimanda uno scenario più stabile e meno toccato dalla svolta ungherese. Il sovranismo su scala continentale – quella incarnazione del nazionalismo che accetta solo la versione minima dell’Europa in forma confederale – resta forte in Francia con il Rassemblement National, avanti nei sondaggi in vista delle presidenziali del 2027. Ma anche in Italia e Germania, ovvero nel cuore dell’Europa. Dall’Ungheria viene pertanto una lezione più che una tendenza. Dove il voto è libero (e c’è da sottolineare che a Budapest, malgrado i timori, non si sono registrate gravi interferenze), sbiaditi i grandi racconti e affievolite le appartenenze, i cittadini stentano ad affezionarsi a un modello o a fidelizzarsi a un leader se non prevalentemente per motivi pragmatici. L’alternativa sovranista/populista attira con forza di fronte alla delusione di un presente che non pare più dare prospettive di miglioramento e che viene imputato alla classe dirigente attuale. Dopo averlo provato, l’esito si rivela molto spesso diverso da quello sperato.
Così, da un lato, la mobilitazione di tanti volti noti e di successo del sovranismo internazionale a favore di Orbán non è servita a salvarne le sorti politiche (compreso il comizio, con pochi precedenti, del vicepresidente americano JD Vance). Dall’altro, la sconfitta del premier ungherese non scoraggerà i sostenitori di Le Pen, Bardella, Meloni, Abascal e Weidel dal tentare di portarli a guidare le rispettive nazioni. Per chi pensa che la via europea sia la più sensata e produttiva, dall’Ungheria arrivano buone notizie. Ma non bisogna confondere le proprie aspirazioni con una realtà che resta da costruire.
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