Dall'offerta di Poste per Tim tre lezioni sul mercato (e sull'Italia)
di Pietro Saccò
Se l’Opas avrà successo la compagnia telefonica sarà la terza grande protagonista delle privatizzazioni degli anni ’90 a tornare nell’orbita pubblica

Dopo Autostrade e Ilva, potrebbe arrivare il momento di Telecom: se l’Opas lanciata da Poste avrà successo, la compagnia telefonica sarà la terza grande protagonista delle privatizzazioni degli anni ’90 a tornare nell’orbita pubblica. Sarebbe un destino curioso per l’erede dell’antica Sip, venduta ai privati all’alba dell’era digitale – quando il potenziale di Internet si intravedeva appena – e ora vicina a rientrare sotto una regia pubblica proprio nel momento in cui l’accesso al Web attraverso le telecomunicazioni è diventato un’infrastruttura essenziale della vita quotidiana. Che cosa è successo nel frattempo? Come ha fatto Telecom a indebolirsi tanto?
Dopo la privatizzazione del 1997, e soprattutto dopo l’Opa del 1999 guidata da Roberto Colaninno e dai “capitani coraggiosi”, l’azienda è stata gravata da un debito tale da rendere il suo contenimento una delle preoccupazioni centrali del management, mentre la distribuzione dei dividendi restava l’obiettivo centrale degli azionisti. L’elevato indebitamento ha compresso nel tempo la capacità di investimento. Telecom ha fatto cassa in molti modi, fino a cedere nel 2024 anche la rete, cioè l’asset centrale della sua storia industriale. Senza il controllo della rete, Tim è diventata un operatore tlc come gli altri: così, dopo l’integrazione di Vodafone Italia nel polo Fastweb + Vodafone controllato da Swisscom, ora sembra pronta a trovare un approdo dentro Poste Italiane. La parabola dell’ex Sip presenta più di un’affinità con la lunga parentesi privata di Autostrade. Il gruppo di investitori che ha controllato per circa vent’anni la principale concessionaria autostradale italiana è stato spesso accusato di avere privilegiato la distribuzione di valore agli azionisti rispetto a una visione industriale di lungo periodo. Solo dopo il crollo del ponte Morandi la politica ha deciso che quella stagione dovesse chiudersi, favorendo il ritorno della società sotto una regia a forte impronta pubblica. Oggi Autostrade per l’Italia è controllata da Holding Reti Autostradali, veicolo partecipato al 51% da CDP Equity, che nel 2022 ha acquistato l’88,06% di Aspi. Anche questa, dunque, è una privatizzazione in parte rientrata.
È andata anche peggio con Ilva, altra società privatizzata che avrebbe avuto bisogno di investimenti ingenti per restare competitiva e affrontare il suo drammatico nodo ambientale. Investimenti che non sono arrivati in misura sufficiente, finché lo Stato non è tornato progressivamente al centro della gestione, tra commissariamenti e interventi pubblici, nel tentativo di evitare il collasso industriale e occupazionale. Non tutte le privatizzazioni degli anni ’90, però, sono andate male. Anzi, l’Italia conta diversi casi di società privatizzate con successo, rimaste solide e rilevanti a distanza di anni. È il caso, per esempio, di Eni, Enel e Finmeccanica, oggi Leonardo: gruppi quotati, aperti al mercato, ma con lo Stato rimasto azionista forte. Anche Aeroporti di Roma, privatizzata nel 1997, è oggi una realtà robusta nella gestione aeroportuale. La stessa Poste, che appartiene a una stagione più recente di privatizzazioni, è un grande gruppo in ottima salute, al punto da potersi permettere di comprare Tim. C’è qualche lezione che l’Italia può trarre dalle privatizzazioni finite bene e da quelle finite male. La prima è che il passaggio dal pubblico al privato non aumenta automaticamente l’efficienza delle imprese. Al contrario, quando una società privatizzata conserva una posizione dominante o comunque molto forte, rischia di trasformarsi soprattutto in una macchina per generare cassa a favore degli azionisti. La seconda è che le privatizzazioni industriali meglio riuscite sono spesso quelle in cui lo Stato non è scomparso del tutto, ma è rimasto come azionista di riferimento o come presidio di stabilità. Vale anche per casi più recenti come Terna e Snam: la presenza pubblica può apparire ingombrante, ma talvolta aiuta a evitare che le scelte aziendali si allontanino troppo dagli interessi strategici del Paese. La terza è che per privatizzare bene servono anche imprenditori e gruppi capaci di guidare le aziende con una logica industriale. Un capitalismo che monetizza e poi lascia allo Stato il conto finale non serve a nessuno.
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