Da “Artemis II” a “Hail Mary”: perché la missione più difficile è sulla Terra
Cosa andiamo a fare nello spazio, se fatichiamo a vivere in pace nel nostro mondo? E come mai piace così tanto il film di fantascienza "L'ultima missione" che parla di un "Progetto Ave Maria" e di amicizie aliene?

Se in questo momento un essere alieno dotato di intelligenza, anche solo emotiva, potesse osservare la Terra e l’attività degli esseri umani che la popolano, si troverebbe probabilmente di fronte a due opzioni opposte: non capire nulla di noi, al punto da rinunciare a risolvere l’enigma intorno al chi siamo; oppure comprendere subito tutto della nostra natura più profonda e autentica. C’è in effetti qualcosa di altamente irrazionale nella logica di un pianeta senza pace, attraversato da guerre sanguinose e conflitti quasi in ogni dove, in cui si trova il tempo e la voglia di inviare una missione con equipaggio verso la Luna, primo passo di un progetto che riporterà degli astronauti a rimettervi piede, questa volta per restare e guardare ancora più lontano. Ma cosa andiamo a fare nello spazio, se fatichiamo a vivere in pace dove stiamo, peraltro consumando una quantità spropositata di quell’energia per la quale ci stiamo già facendo troppo male? Porteremo la guerra anche lassù, riproducendo le divisioni terrestri, oppure il cosmo rappresenta l’opportunità di quello sguardo dall’alto nella dimensione del Creatore più che dell’alieno, capace di cogliere anche tutto il bene, e l’amore e la carità che la nostra specie sa generare?
Sarebbe bello poterlo chiedere all’equipaggio dell’Artemis II, se non altro per il privilegio che gli astronauti hanno avuto nel passare dal lato oscuro della Luna, mai così lontani e disconnessi da tutto, esperienza ancora più totale nell’era delle notifiche e dei social. Aspettando il rientro della missione, senza farci troppe illusioni, una bellissima risposta l’ha data qui su Avvenire il sacerdote e astronomo Luca Peyron, parlando dell’Artemis, e ricordando che «siamo creati per vedere l’infinito», «redenti per contemplare l’Assoluto e dunque esplorare il cosmo, che è ordine fatto per riconoscerne la firma». Già, lo Spazio può essere fuga dal mondo, oppure via alternativa all’esplorazione interiore, e trascendente. Si spiega anche così il desiderio di ricerca cosmica che ritroviamo nel successo di un film di fantascienza uscito in Italia a fine marzo, L’ultima missione – Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller, e tratto dall’omonimo romanzo del 2021 di Andy Weir. È una storia potente e leggera allo stesso tempo, e forse per questo sta conquistando in particolare la prima generazione venuta al mondo senza grandi aspettative verso il futuro, per non dire con la quasi certezza dell’apocalisse climatica, demografica, familiare ed economica, e che chissà, vi ha trovato la prospettiva di una sopravvivenza possibile, amichevole, molto più che resiliente, pure in un contesto ambientale ostile, forse una antica speranza che la secolarizzazione ha un po’ annebbiato.
La storia è semplice: l’umanità è in pericolo a causa di un microrganismo che arriva dallo Spazio, la missione inviata per tentare di risolvere il problema resta con un solo sopravvissuto, il quale incontra un alieno spedito nel cosmo per lo stesso identico motivo. Siamo portati, ancora una volta lontano dalla gravità, a commuoverci e intascare una dose di poesia e serenità che non fa mai male, per riscoprire che il senso dell’esistenza non è sopravvivere costi quel che costi, e ovviamente nemmeno combattersi l’un altro, ma darsi fino in fondo, perché la vita dell’altro conta più della propria, il dono di sé che salva tutti. Non può sfuggire che il nome dell’“ultima missione”, il “Project Hail Mary”, voglia dire “Ave Maria”, anche se si è preferito non tradurlo così, e che il protagonista umano, l’attore Ryan Gosling, di cognome nel film si chiami Grace, cioè Grazia. La citazione è più sportiva che di fede – nel football americano l’Hail Mary pass è il lancio lungo e disperato dell’ultimo secondo, quello che a calcio in oratorio chiamavamo il “tiro alla speraindio” – il fatto è che non appena si lascia il mondo, a bordo di un’astronave o con la fantasia letteraria, l’essere umano riesce più facilmente a vedersi per quello che è, contemplatore dell’Assoluto alla ricerca della firma in calce al disegno. Guardando le immagini della nostra casa comune inviate dalla missione Artemis in orbita attorno alla Luna, con l’emozione che restituisce questo sguardo umano sul Creato, possono nascere molte domande. Pescandone una a caso: perché le guerre?
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