Cosa dobbiamo fare se i figli sono diventati un lusso

L’aspirazione a diventare genitori resta elevata in Italia, ma questa tappa della vita è sempre più dipendente da ricchezza e reddito. Nel nuovo saggio di G. Dalla Zuanna e A. Colombo l'analisi della trasformazione e le risposte per giovani e famiglie
March 26, 2026
Cosa dobbiamo fare se i figli sono diventati un lusso
Ormai da quarant’anni in Italia nascono meno di 1,5 figli per donna. Questo non vuol dire che il panorama della bassa fecondità sia lo stesso oggi rispetto a quarant’anni fa. Un libro recentissimo, del quale chi scrive è co-autore, presenta i risultati di un’indagine campionaria su questo tema, svolta a fine 2024 dall’Istituto Cattaneo, corredandoli con un’ampia rassegna su cinquant’anni di ricerca demografica; con le nuove ricerche Istat sulle intenzioni di fecondità degli adolescenti, dei giovani e degli adulti; con il confronto fra l’Italia e il resto del mondo (Pochi bambini. Cinquant’anni di bassissima fecondità italiana, Gianpiero Dalla Zuanna e Asher Colombo, il Mulino, 2026). Oggi gli italiani riescono a realizzare appena metà della fecondità che dichiarano di desiderare: una proporzione molto più bassa rispetto a paesi come la Francia, la Svezia, la Germania e gli Usa. Le cause che impediscono ai desideri di fecondità maturati dagli italiani durante l’infanzia e l’adolescenza di trasformarsi in fecondità effettiva sono di quattro tipi.
In primo luogo, a partire dagli anni ’80 l’Italia condivide con tutti i paesi ricchi e con un crescente numero di paesi poveri una drastica diminuzione della fecondità prima di trent’anni, ascrivibile a modifiche radicali della condizione femminile. Entrare in unione, sposarsi e avere figli sono ancora un’importante ragione di vita per una larghissima maggioranza di uomini e di donne, ma per queste ultime tale aspirazione fatica a conciliarsi con altri obiettivi che sono divenuti primari: studiare, lavorare, fare carriera, trovare tempo per se stesse. E in Italia il ritardo nell’uscita dalla famiglia dei genitori e nell’ingresso nella prima unione è particolarmente pronunciato.
In secondo luogo, l’Italia condivide con gli altri paesi a bassissima fecondità l’insufficiente recupero delle nascite per le donne con più di trent’anni. Ciò in parte è ascrivibile alla struttura antropologica della famiglia a legami forti, che caratterizza l’Italia come gran parte dei paesi a bassissima fecondità. La famiglia a legami forti da un lato sovraccarica le donne di impegni familiari e lavorativi, mentre il coinvolgimento maschile è ancora insufficiente; dall’altro – anche a causa di sistemi fiscali e di welfare poco favorevoli alle famiglie con figli minori – la famiglia a legami forti assegna ai genitori un sovraccarico di responsabilità per la riuscita sociale della prole. È il paradosso del familismo dell’Europa Meridionale e dell’Asia Sud-Orientale – tanta famiglia, ma un solo figlio, o al massimo due, per massimizzare le loro chance di mobilità sociale ascendente. Oggi in Cina, Taiwan, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Spagna, Grecia, Portogallo… nascono meno di 1.3 figli per donna, proprio come in Italia. Questa bassissima fecondità si sta imponendo anche nell’America Latina (ad esempio in Cile, Portorico, Uruguay e Brasile Meridionale), in altri paesi asiatici (come in molti stati indiani), e nei ceti più agiati di molti paesi africani.
In terzo luogo, i figli costano sempre di più, in termine di tempo e di denaro. Sono quindi emersi e si sono progressivamente stabilizzati vincoli alla procreazione che hanno generato una situazione per certi versi pre-moderna. Come accadeva prima dell’800, nell’Italia del primo quarto del XXI secolo, sono le persone più ricche, più istruite, residenti nelle aree economicamente più dinamiche ad avere i mezzi per entrare in unione, e per avere un maggior numero di figli. Inoltre, il primo e il secondo figlio nascono più frequentemente all’interno di unioni in cui entrambi i partner lavorano stabilmente, e non più nella famiglia “classica” del Novecento, con l’uomo lavoratore e la moglie casalinga. A ben guardare, questo radicale cambiamento delle differenze di fecondità fra le classi sociali, invertendo tendenze che persistevano da più di un secolo, accende una luce sulla possibilità di un futuro incremento della fecondità italiana. Infatti, se il legame fra fecondità e benessere economico è diventato positivo, allora se il benessere delle coppie in età fertile crescesse, anche la loro fecondità potrebbe aumentare.
Infine, non sono solo i vincoli economici a deprimere la fecondità. Anche un diffuso mal de vivre e una visione cupa del futuro che attende al varco le nuove generazioni trattengono molte persone dall’avere un figlio (in più). Non a caso, in questi ultimi quindici anni la fecondità è diminuita un po’ in tutto il mondo ricco, anche nei paesi con un welfare familiare particolarmente generoso – come la Francia e la Svezia – che sono tuttavia ancora lontani dai bassissimi livelli della fecondità italiana. In un’indagine del 2025 in trenta paesi Ocse su campioni statisticamente significativi, Ipsos ha chiesto agli intervistati se si vive meglio oggi o si viveva meglio nel 1975. Forti maggioranze affermano di preferire il 1975. In Italia, il 47% sceglie il 1975, solo il 18% opterebbe per il 2025, mentre il 35% non si esprime. Prevale anche la convinzione che le persone fossero più felici nel passato: nella media dei trenta paesi, il 55% degli intervistati ritiene che il proprio paese fosse un luogo più felice nel 1975, solo il 16% percepisce nel 2025 un miglioramento dell'umore collettivo e il 29% non si esprime. L'Italia si distingue per un sentimento nostalgico ancora più marcato. Infine, in Italia le persone con più figli, e che desiderano averne di più, sono anche quelle che affermano di credere in Dio, a prescindere dalla loro frequenza ai riti religiosi. Secondo la lettura proposta da Franco Garelli, non si tratta tanto dell’antico legame fra visione tradizionale del mondo e maggior fecondità, quanto piuttosto di una maggiore apertura e speranza verso il futuro, favorita dalla percezione di un Padre amorevole verso ogni uomo.
Alla luce dei risultati illustrati su questo libro, è difficile prevedere una ripresa della fecondità italiana. Conforta osservare che non c’è un declino radicale dell’aspirazione a costruire unioni e ad avere figli. Tuttavia, i vincoli materiali sono percepiti come una montagna molto difficile da valicare, a meno di non usufruire di cospicue e consolidate risorse, e non si intravedono schiarite nella percezione del futuro del mondo. Molto potrebbe dipendere da una robusta ripresa economica, che dovrebbe però riversarsi anche su un sostanziale miglioramento della condizione reddituale e di ricchezza della gran maggioranza delle coppie in età fertile. Dovrebbero essere quindi attuate le radicali riforme necessarie per rimuovere gli ostacoli materiali alla realizzazione delle aspirazioni di fecondità. I giovani – uomini e donne – andrebbero aiutati ad accelerare il percorso di uscita dalla famiglia, a costruire una vita professionale stabile, ad avere buoni stipendi, a conciliare il lavoro retribuito con il lavoro di cura. Se la condizione socioeconomica delle persone in età fertile migliorasse, anche il sentimento generale verso il futuro potrebbe migliorare.
Non c’è alcun meccanismo automatico che induca la ripresa delle nascite. Verosimilmente, senza cambiamenti di rilievo, anche nei prossimi anni in Italia la fecondità resterà molto bassa. Tuttavia anche in Italia, la grande maggioranza dei giovani vorrebbero costruire nuove famiglie, e avere più di un bambino, e sono specialmente gli ostacoli materiali a impedire a questo desiderio di divenire realtà. Quindi, la bassa fecondità non è un destino, ma le classi dirigenti dovrebbero mettere in capo alla loro agenda i giovani e le famiglie con figli, attivandosi di conseguenza, con politiche ampie e continuative, e contratti di lavoro più attenti alle famiglie. Se ciò accadrà, per le nuove generazioni, i benefici ottenibili nel costruire un’unione e nell’avere un (altro) bambino potranno essere percepiti come maggiori rispetto agli oneri connessi all’essere genitori: un salto nella luce, piuttosto che un salto nel buio.
Gianpiero Dalla Zuanna insegna Demografia all'università di Padova e Accademico dei Lincei
"Pochi bambini - Cinquant'anni di bassissima fecondità" (Il Mulino, 2026, pp.200, euro 22) è titolo del saggio scritto del demografo Gianpiero Dalla Zuanna e del sociologo Asher Colombo, presidente dell'Istituto Cattaneo
"Pochi bambini - Cinquant'anni di bassissima fecondità" (Il Mulino, 2026, pp.200, euro 22) è titolo del saggio scritto del demografo Gianpiero Dalla Zuanna e del sociologo Asher Colombo, presidente dell'Istituto Cattaneo

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