C’è una grande differenza tra le luminarie e la luce di Natale
di Luca Peyron
Gli eventi restano immobili senza una luce che accenda il nostro cuore e la nostra mente: gli spazi, le figure, i presepi, le liturgie, le stelle e le luci hanno bisogno di una rivelazione

L’ultimo decennio del secolo della rivoluzione industriale comincia con il congedo di Otto von Bismarck, l’uomo che aveva tenuto insieme l’Impero tedesco e con lui tramonta un modo di essere al potere. Dall’altra parte dell’oceano, l’America si raccontava a se stessa come terra di futuro e di progresso, ma il Congresso approvò lo Sherman Antitrust Act, quasi a voler domare i colossi economici che crescevano nei bilanci e pesavano sin troppo sulla bilancia della politica. Un segno che il progresso non era più solo entusiasmo, ma anche paura di ciò che stava diventando.
Nel 1890 in Europa, mentre le fabbriche continuavano a sputare fumo e le città a gonfiarsi di persone e tram, si facevano strada nuove idee sociali e politiche. I partiti operai crescevano, i sindacati prendevano forma, e nelle piazze si parlava sempre più spesso di diritti e di lavoro. Si affacciava il futuro, ci si preparava al cambio di secolo, cercando nuovi riferimenti con cui orientare le società ed in singoli. Ma ancora tutto in nuce, sospeso. Edward Burne-Jones finisce di dipingere “The Star of Bethlehem - la stella di Betlemme”, in quell’anno del Signore 1890. Il pittore inglese appartiene al movimento preraffaellita, un’epoca che cercava il ritorno ad un’arte pura, lontana dalle macchine e dal fumo delle fabbriche, che tornava a guardare i volti dei santi come se fossero ancora vivi e tremanti sotto la luce di Dio. Nel suo quadro tutto è fermo, immobile. Siamo sulla soglia, come un film messo in pausa. Ogni personaggio è frizzato in una posa che ne rivela l’intimo movimento. Maria con il Bambino in braccio sembra assorta, non guarda il Figlio, ma neppure le figure singolari che si avvicinano, Gesù sembra spaventato e ritratto, i Magi sul punto di dire e di dare, Giuseppe appena tornato dal bosco dove ha raccolto fascine si interroga guardando la corona a terra ma non ha ancora espresso parola.
Ci aspettiamo che alzi lo sguardo, ma il pittore lo ferma prima. Il colore è intenso ma spento, quasi cenere. L’unico moto, l’unica vibrazione è al centro della scena dove non c’è la Sacra famiglia o i Magi, ma l’angelo. Non è un angelo guerriero, non ha la spada fiammeggiante, ma un messaggero sospeso nell’aria, assorto. Ha in mano una stella che arde, l’unico elemento in moto, quasi che quella stella, quella luce, quella forza, attenda di irradiare e ridare vita a tutta la scena. Sullo sfondo, i paesaggi sfumano come in una fiaba medievale, sentieri che si perdono in lontananza, colline velate di ombra. Tutto conduce all’umile capanna, che non è un palazzo, non è un tempio, ma la dimora del miracolo. Però fermo. Burne-Jones, figlio dell’età vittoriana, era innamorato delle leggende e dei miti, ma indugia ugualmente davanti al mistero cristiano con rispetto silenzioso, quasi tremante. La stella di Betlemme non è più solo segno per i Magi, nelle mani dell’angelo è segno per tutta l’umanità. Dio è Luce scrive Giovanni nel suo Vangelo, la Luce viene nel mondo profetizza Isaia. Quella luce dovrebbe essere il bambino, come in tanti dipinti, in tante raffigurazioni, ma in questo Gesù sembra non esserlo ancora. Egli lo è, ma non ancora per tutti. L’angelo che porta quella luce, Lucifero come sarebbe dovuto essere, ci ricorda che gli eventi di Natale restano immobili senza una luce che accenda il nostro cuore e la nostra mente. Gli spazi, le figure, i presepi, le liturgie, le stelle e le luci hanno bisogno di una luce, di una rivelazione, di una Parola che guidi, spieghi, mostri, risuoni.
La stella nelle mani dell’angelo, così come il sole sulla terra degli uomini, deve poter risplendere affinché l’essere umano si metta in moto, la profezia si compia. Bisogna aprire le ante del cuore e della vita. La fede per essere viva e non superstizione ha bisogno di una Parola accolta, come il progresso delle macchine, in quel fine secolo, ha bisogno di parole di verità che entrino nel meccanismo per essere progresso davvero. Ora che questa Parola ci giunge, ora che questo sole rifulge è tempo di spalancare le porte e mettersi in moto, mettere in moto il cuore, la mente, la verità. All’inizio di questo nuovo anno, che sarà fatto di macchine che pensano, ma soprattutto di esseri umani che credono. Alzati, rivestiti di luce. È venuta la tua luce.
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