A Torino
c'è un chilometro quadrato dove la vera ricchezza è l’umanità

In due secoli nel centro del capoluogo piemontese sono nate opere di bene, congregazioni, sono fioriti carismi. Il “sogno” del cardinale Repole di una candidatura a patrimonio Unesco
March 7, 2026
A Torino
c'è un chilometro quadrato dove la vera ricchezza è l’umanità
Il santuario della Consolata a Torino
Giulia, Giovanni, Giuseppe Benedetto, Ernesto. E ancora: altri due Giuseppe, Tancredi, Francesco, Leonardo. Nomi che stanno tutti in un chilometro quadrato dalla Torino dell’800 alla Torino di oggi. Nel mondo quei nomi sono congregazioni religiose, opere, carismi. A Torino sono case e complessi, corsie di ospedale e aule di scuola, vie e chiese, dal 17 gennaio anche una statua – la prima a Torino dedicata a una donna – all’angolo di uno dei più bei palazzi della città. Lei è Giulia Colbert marchesa di Barolo, il palazzo è il suo, là dove accolse, con il marito Tancredi, Silvio Pellico uscito dai Piombi, e poi, rimasta vedova, donne e uomini senza una apparente speranza, bambini senza futuro che il futuro lei vedeva a dispetto di tutto. Il monumento che rappresenta questo monumento della carità lo condivide con un’altra donna, senza nome, una carcerata, a nome di tutti coloro, donne e uomini, che si sentirono chiamare per nome da Giovanni, Giuseppe, Ernesto, Tancredi, Francesco e Leonardo. Dai loro successori, e dai successori dei loro successori. Sino a oggi. È il “chilometro quadrato della carità”, metro più, metro meno. Che si allarga a tutto il mondo perché ci stiano tutti, o almeno il più possibile. Il cardinale Repole, arcivescovo di Torino, sogna che diventi patrimonio dell’Unesco. E ha ragione, perché solo chi sogna vede quello che non si vede ancora. La Scrittura chiama quei sogni profezie. Al tempo delle macchine intelligenti, della guerra da esportazione, della violenza terapeutica, del qualunquismo algoritmico, dell’inclusione orwelliana, violenta quasi quanto la repressione ideologica, manca umanità.
Giuseppe Benedetto, che di cognome faceva Cottolengo, diceva che ci manca perché ci manca Dio. Giovanni, che di cognome faceva Bosco, chiedeva anime per portarle al Signore. Affinché l’umano sfigurato recuperasse quel divino che lo abita sin dal battesimo. Che sia facendo scienza come Francesco che di cognome faceva Faà di Bruno ed era matematico e astronomo, o accompagnando alla forca i condannati a morte come Giuseppe che di cognome faceva Cafasso, tutti questi uomini e donne del Chilometro quadrato della carità avevano una sola preoccupazione: che ognuno potesse sentirsi chiamato per nome con amore e affetto, perché per nome verremmo chiamati dal Padre in eterno.
I giovani di Leonardo, che di cognome faceva Murialdo, o i senza fissa dimora di Ernesto, che di cognome fa Olivero tutti hanno un nome, che spesso è ridotto dalla povertà e dal degrado a matricola, caso, fastidio. Anche al di là dei mari, nelle foreste, nei luoghi sperduti, dove un altro Giuseppe, che di cognome faceva Allamano, ha mandato i suoi missionari. Il Chilometro quadro della carità. Un bene “patrimonio dell’umanità” secondo l’Unesco, che sia materiale o immateriale, deve avere delle caratteristiche specifiche. Il concetto di patrimonio Unesco afferma che la cultura e la natura sono beni comuni, da custodire oltre gli interessi economici o nazionali. Non è un semplice “marchio turistico” ma un patto globale di responsabilità verso ciò che rende l’umanità riconoscibile, plurale e storicamente radicata. Quale caratteristica più decisiva se non l’umanità stessa? Il tempo che viviamo la mette in crisi. Tra robotica e quantistica, tra geopolitica ed economia, cosa è umano? Chi è l’umano? Cosa ci rende umani? Cosa ci mantiene umani?
La mappa del “chilometro quadrato della carità” di Torino
La mappa del “chilometro quadrato della carità” di Torino
In quei mille metri quadrati che sono già patrimonio del mondo, ai piedi delle Alpi, alcuni hanno provato a dare una risposta. Una risposta che merita di essere custodita, tramandata, studiata. Vissuta. Un umano che ha diritto a poter esprimere sé stesso nel lavoro. Un umano che ha diritto di crescere allegro e spensierato. Un umano a cui dare una seconda possibilità anche quando ha sbagliato gravemente e pesantemente. Un umano che non deve mai morire da solo. Un umano che inventa, produce, calcola e misura perché non gli basta la terra ma aspira a cielo, a cui ha diritto sempre di poter aspirare. Un umano che studia per essere libero, non solo per saper fare qualcosa diventando parte di un ingranaggio che produce ma spesso stritola. Un umano che ha diritto di sapere cosa accade nel mondo, ma che nel suo mondo deve poter vivere senza abbandonarlo perché brucia o muore. Un umano che ha bisogno di relazioni, di amici, di genitori, di adulti affinché possa diventare adulto. Un umano bambino che veda nel futuro qualcosa di desiderabile, per non scegliere – negli anni in cui la vita pulsa di più – che non valga la pena vivere. Un umano che è fatto per il divino e ha il diritto di saperlo, di sceglierlo, di professarlo, di viverci per poterci morire e risorgere. Un umano che deve poter ascoltare il suo cuore quando lo spinge a cercare l’altro umano, diverso da sé, ma nello stesso tempo uguale. Un umano che ha diritto a provare compassione, a essere fragile, a essere piccolo, a essere grande, a piangere, ridere, urlare e rimanere in silenzio. Senza che un algoritmo lo misuri, una metrica lo scelga o lo scarti, un ranking ne dedica le sorti, un disciplinare ne sancisca l’opportunità, una ideologia ne decreti la morte.
Nello scrivere queste parole sono di parte. Perché anche io in quel Chilometro quadrato mi sono sentito chiamato per nome. Al Santuario della Consolata tra Allamano e Cafasso, educato sulla scia di don Bosco, chiamato al sacerdozio grazie alle Cottolenghine di clausura e da prete a servizio delle intuizioni di Giulia di Barolo e in tanti progetti condivisi con il Sermig e i Murialdini degli Artigianelli. Ho incontrato la fragilità, e tanti hanno incontrato la mia. Altri nomi, che non finiranno sul calendario, ma che sono parte di quel metro quadro. Ivan, Andrea, Ave, Graziella, Sergio, Franco, Giovanna, Chiara, Enrico. Nomi e volti: di persone che ho incontrato e che mi hanno incontrato. In quel Chilometro quadrato questo succede: si incontra e si è incontrati. Si riconosce e si è riconosciuti. Contano le storie, ma soprattutto conta fare storia, insieme. In quei mille metri quadri c’è carità che è una parola che sembra semplice, come una casa vista da lontano, una delle tante case di quei mille metri quadrati. Ma quando ci si avvicina, quando si posa la mano sulla maniglia, si scopre che oltre quella porta c’è tutto, c’è il Tutto.
Nella Scrittura “carità” non nasce come sentimento gentile né come gesto accessorio. Il termine greco agàpe, che la tradizione latina tradurrà con caritas, non indica ciò che l’essere umano prova spontaneamente ma ciò che accade quando è raggiunto da un amore che lo precede. La carità non è un’emozione: è una chiamata. Non consola: espone. Non accarezza: mette in movimento. Nel Nuovo Testamento la carità è sempre inquieta. San Paolo la descrive come qualcosa che «non cerca il proprio interesse», ed è già un paradosso. Ogni amore umano, anche il più puro, conserva un riflesso di sé. La carità no. È uno svuotamento. Un esodo silenzioso dall’io. Semantica della carità è perdita, prima ancora che dono. È lo spazio che si crea quando si rinuncia a difendere il proprio centro. Per questo la carità non fa rumore. Non lascia medaglie. Non produce sicurezza. Produce invece una strana instabilità: chi la vive non sa più bene dove finisca se stesso e dove cominci l’altro. Produce fraternità. Rimane solo il gesto, nudo, sproporzionato. Ma necessario. Come certi atti che salvano il mondo senza che il mondo se ne accorga.
In quel Chilometro quadrato di Torino avvengono da due secoli centinaia di migliaia di quegli atti che salvano il mondo perché salvano il cuore dell’essere umano. Questa la profezia: che quelle porte, quei cortili, quelle stanze, quelle tettoie diventino non solo il luogo di una città ai piedi della Alpi ma un luogo che appartenga a ogni città, un luogo ai piedi dell’umano sofferente. Il Chilometro quadrato della carità. Per tutti, di tutti. Per ciascuno. Giulia, Giovanni, Giuseppe Benedetto, Ernesto. Ed ancora altri due Giuseppe, Tancredi, Francesco, Leonardo. Cristo. Tu.

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