La bellezza nelle fratture del tempo: le statue antiche come metafora dei Giochi
Fino al 28 marzo, la mostra di Stefano Cigada nell'atelier di Antonio Marras a Verona: l'arte classica si fonde con la moda e lo sport nello spirito delle Paralimpiadi. Quaranta immagini del fotografo milanese mettono in dialogo immobilità e movimento, energia e resilienza, la perfezione del gesto e la fragilità umana

Nei Giochi di Milano Cortina 2026, la scena ora è dei campioni paralimpici. Con le grandi prestazioni e la perfezione dei gesti, la danza dei corpi che sfidano i tempi per superarsi, la bellezza dello sport nonostante le ferite e le mancanze del corpo. Stefano Cigada, che da anni esplora il fascino delle statue classiche attraverso la luce del presente, propone una riflessione con “frammenti” di statue, sculture mai complete, spezzate, ma non per questo meno straordinarie e belle. Frammenti di bellezza che diventano icona e metafora della condizione umana e dell’atleta — in particolare di quello paralimpico — che, pur segnato da fratture o trasformazioni, conserva tutta la sua forza e dignità. E allora a Verona, lì dove si sono aperte le Paralimpiadi, allo spazio Antonio Marras di via Giuseppe Mazzini, si possono ammirare 40 fotografie in bianco e nero di grande formato di statue classiche che si muovono sul legame tra tempo, movimento e resilienza, mettendo in dialogo l’immobilità della pietra con l’energia vitale dello sport.
Dopo l’esposizione da Nonostante Marras, il suggestivo atelier milanese dello stilista sardo, che ha accompagnato i Giochi fino al 28 febbraio in un fraseggio fra abiti e foto, pietre e tessuti, la mostra “Le fratture del tempo” di Stefano Cigada, a cura di Francesca Alfano Miglietti, approda fino al 28 marzo nella città scaligera. Una chicca da visitare.
«Quello di Cigada – spiega la curatrice - è un racconto del corpo per ‘pezzi’, una riflessione sul tema del frammento, della ‘parte’, della ferita, uno sguardo che scardina le certezze dell’integrità, sgretolando l’abituale percezione del tutto. L'artista sceglie la trasversalità dello sguardo a quella del racconto, gioca ad accentuare la crepa come in una polifonia discordante, e nelle sue immagini emerge il senso più profondo del frammento, di una frattura irreparabile. Per Stefano Cigada la luce e lo spazio sono alleati e a volte nemici… una lotta che lascia emergere una sostanza poetica che plasma l’immagine e ne rivela l’anima nascosta. Le sue immagini più che ‘riprendere’ il soggetto rappresentato sembra che vogliano evocarne l’enigma, la relazione segreta tra visibile e invisibile, di una presenza che interroga il tempo e la storia, attraverso la sospensione, l’attesa, il non detto. Cigada agisce sulla luce, sull’attimo in cui un raggio di luce diviene espressione dell’urgenza di dare vita, di far emergere il visibile. La sua fotografia non si riduce a semplice riproduzione, ma è simile a un atto poetico, allo stesso tempo materiale e immateriale, attraverso uno stile rigoroso e raffinato».








Nel 2020 Cigada, nel tempo della pandemia aveva esposto al Museo di Roma in Trastevere i suoi "Frammenti", confluiti poi in una pregevole pubblicazione, che sfogliandola oggi, proprio guardando alle Paralimpiadi, risulta una visione straordinaria sul potere della relazione tra la scultura classica e la fotografia, e del dialogo, nella linea infinita del tempo, tra passato e presente. «Come si fa a catturare l’attimo fuggente con una statua vecchia di duemila anni?». Questa domanda, nata in una galleria di Basilea più di dieci anni fa, rappresenta il punto di partenza di un percorso artistico che ha condotto Cigada, 63 anni, milanese di nascita e poi di ritorno dopo aver vissuto a Roma, Parigi e Amsterdam, a concentrarsi sulla fotografia delle statue classiche, con particolare attenzione al rapporto tra luce, spazio e tempo.
Le sue immagini sono scattate nei musei senza l’ausilio di cavalletti e dopo una attenta osservazione di come le sculture vengono illuminate dal sole attraverso una finestra o una porta. Le va a trovare in diverse ore del giorno, mese dopo mese, stagione dopo stagione. Alla fine, lo scatto cattura l’essenza di un momento irripetibile: l’istante preciso in cui la luce naturale attraversa lo spazio ed entra in contatto con la scultura, rivelandone dettagli inattesi e nuove sfumature. Nello spirito con cui erano nate, senza artifici, senza filtri. «Le sculture classiche, originariamente concepite per essere illuminate dalla luce naturale, sono oggi esposte – evidenzia Cigada - sotto luci artificiali che ne alterano la percezione. Io cerco di catturare quel "raggio di luce" che, penetrando spontaneamente nei musei, consente allo scatto di compiersi. Conosco statue e orari in cui sono colpite dalla luce, con che incidenza arriva la luce secondo il calendario. Ad esempio, alla Centrale Montemartini di Roma il 27 settembre una delle mie statue preferite – il guerriero morente del tempio di Apollo Sosiano – è accarezzata per dieci minuti da un raggio si sole. Una settimana prima e una settimana dopo il sole passa oltre, e la fotografia è inutile. Solo durante quei dieci minuti succede qualcosa di magico. E quelli sono i miei dieci minuti, quelli che voglio acciuffare». Quell’attimo in cui tra passato e presente si accende un’alchimia, l’immagine congela il gesto nel tempo. Nel contrasto vince la luce, quella dell’atleta, simbolo di forza e determinazione, che domina la scena con la sua bellezza che raramente nelle statue antiche è integra. «Le statue di atleti, danneggiate dal tempo e dalla perdita di parti, diventano potenti metafore degli atleti paralimpici, che, come le sculture, conservano intatta la propria essenza e il proprio valore anche quando non rispondono più a un ideale di perfezione».
L'invito allora «è quello di considerare la resistenza nel tempo, nonostante le fratture e le lacune, come una testimonianza di resilienza». In sintonia con lo spirito delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, la mostra intente celebrare «il valore del kairos: l’attimo presente in cui impegno, bellezza e perseveranza si fondono». In un museo, come su una pista di sci o una arena del ghiaccio. Uniti dalla fotografia.
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