«Ritorno dai miei». Le storie interrotte dei figli "boomerang"
di Luciano Moia
In Italia si esce di casa a 30,1 anni, quasi 4 anni in più della media europea. E quando un lavoro finisce, una relazione si spezza o la vita presenta il conto, un adulto su cinque torna dai genitori. Ecco cosa succede poi

Boomerang generation, ovvero “ricomincio dai miei”. Così la sociologia definisce i giovani adulti che, dopo aver vissuto da soli per qualche anno, tornano a casa dei genitori. Non si tratta di casi isolati, e neppure di un’anomalia da indagare, ma di un fenomeno considerato strutturale nelle società avanzate, ad alto indice di fragilità circolare. Cosa significa? Basta una variazione negativa, sia a livello economico, sia esistenziale, per determinare una serie di decisioni che finiscono per mettere in crisi uno o più aspetti fondamentali della vita, a cominciare appunto dal luogo in cui abitare. Le variazioni negative possono riguardare la fine di una relazione, l’aumento dell’affitto, un contratto di lavoro che non viene confermato, la necessità di risparmiare per fare fronte a un investimento importante, ma anche un grave problemi di salute proprio, di un familiare o ancora altri gravi eventi inattesi. Quando si verifica una di queste situazioni inaspettate, l’equilibrio – spesso già fragile – salta e si finisce spesso per adottare la soluzione apparentemente più indolore, quella di rinunciare all’autonomia abitativa per tornare a casa dai genitori. Una decisione che, anche quando temporanea, sembra avere il sapore della sconfitta perché, nella maggior parte dei casi, finisce per alimentare senso di frustrazione, vittimismo, rivendicazioni. A meno che non si finisca per rendersi conto che quel ritorno a casa qualche vantaggio può anche averlo e la decisione possa essere intesa come una pausa strategica, in attesa di ripartire poi con nuovo slancio.
Marta, dalla Brianza a Milano: andata e ritorno
Come è capitato a Marta Fortelli, 36 anni, consulente finanziaria in un’agenzia immobiliare a Milano. Dopo una lunga relazione, la nascita di una bambina che oggi ha 4 anni, l’ha convinta a trasferirsi in città, con il compagno, lasciando la casa familiare nell’alta Brianza. «Avevamo scelto un bilocale vicino al mio ufficio, zona Sempione, per ridurre i tempi di trasferimento casa-lavoro. Terzo piano, appartamento dignitoso con portineria, affitto mensile di 1.800 euro. Pesante? Sì, ma a Milano è un prezzo nella media e in due riuscivamo bene o male a far quadrare i conti». Ma all’inizio dell’anno, dopo mesi di tensioni e di lunghe latitanze da casa, lui se n’è andato definitivamente. Progetti familiari svaniti nel giro di poche settimane e l’urgenza di risistemare tutto al più presto per evitare contraccolpi troppo pesanti sulla piccola. «Non potevo rinunciare al lavoro ma neppure continuare da sola a pagare un affitto di quel tipo. A casa dei miei genitori lo spazio c’è, compreso un piccolo giardino, e loro si sono mostrati ben contenti di fare i nonni a tempo pieno». Risultato? Prima l’agenzia immobiliare era a 500 metri da casa. Adesso è a 40 chilometri, che vuol dire una sveglia anticipata di due ore per raggiungere in auto il paese vicino, prendere il treno delle Ferrovie Nord, scendere alla stazione di Cadorna e salire sul tram per arrivare in ufficio. E questo per sei giorni su sei, perché in agenzia si lavora anche al sabato. Marta allarga le braccia, il sorriso è amaro. «Arrabbiata? Sì, eravamo insieme da sei anni e volevamo sposarci. Poi tutto è crollato. Adesso devo ripartire da zero. Ma vedo mia figlia serena con i nonni che si occupano di lei a tempo pieno e questo, per il momento, mi basta. Vivo questa parentesi in attesa di riprendermi la vita. Ma ce la farò?».
Elena: «Sono tornata a Pescara per curare mio padre»
Anche Elena Fanelli, 33 anni, è stata costretta a ritornare al suo paesello, nell’entroterra di Pesaro, dopo quattro anni di vita in autonomia a Napoli. Laureata in giurisprudenza, aveva vinto un concorso in un ente pubblico, settore aeroportuale. «Abitavo con una collega nella zona di Mergellina che è comodissima per i collegamenti ferroviaria e per la metropolitana. Quattro anni meravigliosi in una città che ti cattura, un ambiente di lavoro stimolante, tante amicizie, tra cui quella di un collega che andava trasformandosi in qualcosa di più intenso. Poi, a fine 2025, una telefonata che mi ha fatto crollare il mondo addosso, i miei dopo 42 anni di matrimonio, avevano deciso di separarsi. Non ho avuto il tempo di aiutarli. L’avevano già pianificato da tempo e in pochi e l’hanno fatto». Un addio lacerante, brutte accuse reciproche per episodi che Elena, figlia unica, ignorava del tutto. Il mese scorso la seconda batosta, la malattia del padre che, già cardiopatico, dopo lo stress della separazione, è stato sottoposto a un delicato intervento di cardiochirurgia per l’impianto di una valvola aortica. «Ma l’intervento non è riuscito come si sperava. Ora dovrà osservare un lungo periodo di riposo, con un’assistenza attenta e continua, per poi essere di nuovo operato. Mia madre, che nel frattempo è tornata a Bari, sua città d’origine, dove vive ancora sua madre quasi centenaria, non intende più muovere un dito. Io invece non me la sono sentita di lasciare solo papà. Ho preso tre mesi di aspettativa e sono tornata a Pesaro. Ora sto con lui, nella nostra vecchia casa, grande e comoda ma terribilmente vuota, sperando che possa riprendersi. Nel frattempo verifichiamo la possibilità di eseguire questo nuovo intervento in un ospedale con un reparto di cardiochirurgia più specializzato, a Milano o a Roma. Ma se fossero necessari più di tre mesi? Dovrei rinunciare al lavoro? Potrei affidarlo alle cure di qualcuno? Ma se non dovesse farcela? Riuscirei poi a tornare a Napoli senza avere sulla coscienza un peso insopportabile?»
C’è anche chi non riesce a reggere il peso della solitudine
Sono spesso domande laceranti quelle affrontare dai giovani che vivono sulla propria pelle le conseguenze dell’effetto boomerang. Una situazione in cui pesa da una parte la sofferenza di un evento straordinario che irrompe nella propria vita, sconvolge i piani, determina ansia e incertezza. Dall’altra la paura di non riuscire più a riannodare i fili di una situazione – sia che riguardi gli affetti, sia il lavoro o altro ancora – che sembrava ben avviata e che troppo presto è stata interrotta. In Italia, a differenza di altri Paesi europei, questa situazione si presenta in qualche modo più pesante perché la decisione di uscire dalla casa dei genitori è spesso più lunga e complessa. Non ci sono soltanto ragioni economiche legate alla precarietà del lavoro e alla difficoltà di trovare un’abitazione a prezzi accessibili, ma anche modelli familiari tradizionalmente più orientati alla coabitazione intergenerazionale. Anche se oggi molti schemi culturali sembrano in declino, l’idea di uscire di casa soprattutto per consolidare una relazione affettiva considerata importante, rimane largamente prevalente. E anche se di matrimonio, come confermano le statistiche, si parlerà solo in una seconda fase, la delusione del fallimento può rivelarsi comunque profonda e avvilente.
Secondo i dati Eurostat, nel 2024 l’età media di uscita dalla casa dei genitori è stata di 26,2 anni, per quanto riguarda la media dei Paesi Ue, mentre in Italia la stessa decisione si prende a 30,1 anni, una delle medie più alte d’Europa. E l’effetto “boomerang” quanti giovani riguarda? Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti dal Pew Research Center sarebbero circa il 24 per cento i giovani tra 18 e 34 anni che, dopo un periodo più o meno lungo di vita in autonomia, torna a vivere con i genitori. Lo scorso anno Unabravo, servizio online di psicologia, ha diffuso un’indagine secondo cui in Italia sarebbero il 21 per cento i giovani che, dopo essere andati a vivere da soli, scelgono o, più spesso, sono costretti a tornare dai genitori. Per il 44 per cento le ragioni sono economiche, per il 34 per cento rotture relazionali, anche se c’è una percentuale rilevante che torna per motivi di fragilità interiore, per insicurezze anche legate all’incapacità di reggere la solitudine. E riguarda più spesso gli uomini delle donne. Sì, i ragazzi italiani che comunque lasciano la casa familiare mediamente più tardi – a 28,1 anni rispetto ai 25,9 delle ragazze – sono anche quelli che più volentieri vi fanno ritorno.
La fatica di ridefinire spazi e abitudini
E, se è vero, come detto, che alla base di questa scelta c’è sempre, un “evento di rottura” nella transizione verso l’età adulta, il ritorno non determina più uno stigma sociale come negli anni ’80 e ’90, ma non è visto neppure come un arretramento disastroso, come un momento che disorienta e impone ripensamenti radicali sul proprio progetto di vita. Nulla di tutto ciò. La scelta di tornare a casa - visto che riguarda ormai un giovane su 5 - è messa nelle possibilità da prendere in considerazione. Risultato? La diversificazione dei modelli familiari, a cui ormai ci siamo abituati, arriva adesso a comprende come evento ordinario anche la riaggregazione di ritorno dei figli adulti. Non tutto è facile e scontato, intendiamoci. Questi processi di re-inclusione imprevisti e spesso originati da episodi spiacevoli, devono essere gestiti con attenzione sia dai figli, sia dai genitori, per non alimentare nuove tensioni. La vita familiare insomma non può ricominciare come prima, con gli stessi ritmi e le stesse dinamiche, come se nulla fosse successo. Ai giovani adulti che vivono le conseguenze della generazione boomerang devono essere assicurati – spazi permettendo – autonomia e libertà anche nella gestione della casa, soprattutto quando c’è la presenza di bambini piccoli. Se è grande per i nonni la gioia di condividere tempo e occasioni di scambio con i nipotini, dev’esserlo anche il rispetto, l’attenzione, la comprensione, il ricorso a parole e sguardi non giudicanti nei confronti dei figli che vivono un momento di smarrimento spesso appesantito dalla frustrazione e da carichi emotivi complessi. Insomma, se da una parte si tratta di stabilire regole condivise per faccende domestiche, utilizzo delle risorse, spazi e tutto il resto, dall’altro occorre sensibilità e pazienza reciproca per ricostruire su nuove basi una convivenza densa di opportunità ma anche di rischi. Il mandato per i genitori, che si ritrovano a interpretare un ruolo comunque diverso e più impegnativo, è comunque chiarissimo: non smettere mai di sostenere e di incoraggiare le scelte di vita dei figli. Il ritorno a casa, comprensibile e spesso inevitabile, dev’essere sempre visto solo come tappa intermedia di un percorso da ridefinire e a cui dare tutti insieme, quando è possibile, nuovo slancio e nuovi orizzonti.
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