Genitori imperfetti, figli in cammino: come funziona la maturità in famiglia
di Luciano Moia
Che cosa significa davvero diventare maturi? Forse non raggiungere un traguardo definitivo, ma conservare la capacità di mettersi in discussione, accettare i propri limiti e continuare a crescere

Ma come, proprio nel momento clou dell’esame di maturità, quando oltre mezzo milione di ragazzi sostenuti, sopportati, spronati dalle rispettive famiglie, sono immersi nell’appuntamento considerato più impegnativo della loro carriera scolastica, noi vogliamo tessere un elogio dell’immaturità? Ebbene sì. Può sembrare una provocazione inutile, un gioco pericoloso, ma il continuo riferimento al concetto di maturità di questi giorni dev’essere compensato da una riflessione che, in chiave educativa, appare altrettanto seria e profonda. Quella che appunto mostra come alla maturità scolastica, punto di approdo di un percorso di studi che dovrebbe lanciare i nostri figli verso l’ingresso all’università e poi della vita adulta, noi famiglie non dobbiamo stancarci di contrapporre la consapevolezza dell’immaturità come educazione al senso del limite, come scuola di realismo e di umiltà, come sollecitazione a non considerarsi mai arrivati, come dimostrazione che solo chi continua a guardare avanti e non si ferma al primo traguardo è davvero una persona che viaggia verso la maturità.
Si troverà un confine, una frontiera da valicare lungo questo cammino in cui tutti, a vario titolo e con diverse declinazioni, siamo coinvolti? La domanda piacerebbe al sociologo Frank Furedi il cui saggio sul tema è servito da spunto per una delle tracce proposte all’esame di quest’anno. La risposta è, senza alcun dubbio, sì. Il nostro cammino è denso di frontiere e di confini, di muri, di recinzioni, quasi sempre limiti simbolici, ma che appaiono più impegnativi e tenaci di quelli reali. Spianare tutto, eliminare ogni confine, abbattere ogni barriera non è solo un’utopia pericolosa ma può tradursi in una scelta ad alto rischio perché il cammino verso la maturità non si giova della confusione ma del rispetto, è alimentato dall’immaginazione ma non può prescindere dalla realtà. Esistono confini ingiusti, di fronte a cui è doveroso lottare, altri che, al contrario, sono dettati dalla ragione, dalla natura, dalla legge, dall’amore, e vanno rispettati. Per distinguere gli uni dagli altri serve la fatica della ragione, la capacità di riflettere, anche prendendo le distanze dei luoghi comuni, con quello sforzo mentale che segna ogni transizione dall’immaturità alla maturità, quella autentica, quella a cui bisogna tendere pur nella consapevolezza di non poterla mai raggiungere. Né a 18 anni, né a cento. Vale per gli studi. Vale per la vita. Vale per i nostri rapporti affettivi. Spieghiamo perché.
Da almeno mezzo secolo il tema dell’esame di maturità affligge in vario modo le famiglie degli studenti che si preparano alla grande sfida. Serve davvero questo esame? Non sono sufficienti le prove affrontate durante i cinque anni delle superiori? Perché mai gli insegnanti che hanno accompagnato in tutto questo tempo i nostri ragazzi dovrebbero aver bisogno di una prova finale per valutare se e come sono cresciuti? È proprio necessario che sia il ministero a indicare materie e argomenti su cui misurare la preparazione degli studenti, limitando la possibilità dei vari istituti e contraddicendo i principi dell’autonomia scolastica? E ancora: non appare anacronistica la figura del commissario esterno, retaggio di un apparato educativo costruito su una burocrazia pedagogica ormai fuori dal tempo, in cui sapere e statalismo si intrecciano fino a confondersi? Tante perplessità che però, diciamolo con franchezza, a questo punto dell’anno rischiano di avere poco senso. Sia perché, come detto, ci sono 500mila ragazzi e ragazze e le loro famiglie ormai pienamente immersi in questo percorso. Sia perché, superate bene o male le prove scritte, tutta l’attenzione è ora concentrata sugli orali. Uno scoglio reale – una frontiera anche in questo caso - che si può superare solo con uno studio serio e metodico oppure una formalità in cui il dato simbolico è ormai del tutto prevalente? Guardando la percentuale dei promossi degli ultimi decenni - oltre il 99 per cento – sarebbe facile concludere che si tratta solo di una formalità, un passaggio forse inutile ma inevitabile per avere il via libera necessario all’iscrizione all’università. Perché allora non abolirlo questo esame? Perché non modificarlo profondamente? Serve davvero per dimostrare di essere “maturi”?
Il dibattito, com’è noto, va avanti da decenni e non vogliamo riprenderlo qui. Anche perché, inutile o meno sul piano della carriera scolastica dei ragazzi, il tema maturità offre suggestioni importanti per tante altre riflessioni. Maturità non come esame, naturalmente. Ma come momento in cui la nostra umanità si ferma a valutare il raggiungimento di un certo livello di sviluppo sul piano personale e, quello che qui ci interessa, su quello delle relazioni familiari. Questione gigantesca e complessa, che dovrebbe interrogarci ogni giorno. Che dovrebbe servirci, come coppia, come genitori, come figli, per rivedere e migliorare i nostri rapporti, per farci capire dove stiamo sbagliando e come fare per correggere il tiro. Insomma, ragionando di maturità – al di là dell’esame - si intrecciano questioni che rappresentano il cuore delle dinamiche familiari e che ci aiutano a mettere a fuoco una verità importante. La maturità è un traguardo che, con il passare degli anni e con l’avanzare dell’esperienza, dovrebbe essere spostato sempre un po’ in avanti. Se è palese che non si raggiunge a 18 anni perché qualcuno ci ha messo in mano un diploma, dovrebbe essere altrettanto evidente che neppure a 80 anni una persona può dirsi davvero matura perché definitivamente soddisfatta del suo sviluppo personale, cognitivo, emotivo, intellettuale, relazionale, sociale. È questa l’inquietudine che noi genitori dobbiamo trasmettere ai nostri figli. Quella che ci fa dire di non essere mai davvero arrivati, quella che, mentre ci spinge a rallegrarci per il cammino compiuto, ci induce a non archiviare mai la voglia di farlo sempre meglio, di superare un altro confine, di abbattere un’altra barriera, quando e se opportuno, quando e se possibile. Non è la sindrome delle persone insodisfatte, ma il sentimento che dovrebbe animare la nostra voglia di crescita, il nostro desiderio di una pienezza umana più autentica e più completa. Tendiamo alla maturità ideale, immersi in una sostanziale e perenne immaturità.
Ma la persona matura non cambia mai idea?
Tra le tante frasi attribuite a Oscar Wilde, ce n’è una che sintetizza molto bene questo sentimento: «Ho iniziato a sentirmi maturo quando di fronte a due strade, una sbagliata e una giusta, ho scelto quella sbagliata perché era quella che avevo sempre percorso e che conoscevo meglio. Ho capito in quel momento che sentirmi maturo voleva dire sentirmi vecchio. E ho scelto di essere immaturo, cioè sempre giovane». In altri termini, la persona che si ritiene matura è quella che decide di non scegliere la strada giusta solo perché la novità lo disorienta e lo mette in ansia. È consapevole dell’errore ma può arrivare a nasconderlo a sé stesso solo perché cambiare strada può diventare faticoso, può rappresentare una svolta che preoccupa, può costringere la persona a mettere a fuoco una diversa idea. Ecco il primo punto da cui partire per una riflessione a cuore aperto. La persona che tende alla maturità ma che rimane pur sempre consapevole della propria immaturità, è quella che, pur profondamente convinta delle proprie idee e delle proprie convinzioni, è sempre disposta a rivederle. È fedele alle proprie posizioni, ai propri giudizi ma, in nome della ragione e della virtù del discernimento, accetta di mettersi in crisi. È consapevole che quella crisi gli costerà molto cara sul piano dell’equilibrio personale e, talvolta, su quello delle relazioni, ma è consapevole che è necessario accogliere il rischio. Vediamo perché.
Chi può dire davvero “sono una persona matura”? Chi si illude di aver raggiunto un equilibrio soddisfacente, una visione consolidata del mondo, un’esperienza tale da metterlo al riparo da decisioni sbagliate, da valutazioni a rischio. La persona che pensa di essere matura è quella convinta di non aver più nulla da imparare, è certa delle proprie convinzioni, è convinta che nulla nella propria vita dev’essere rivisto o modificato. Spesso queste persone, più che mature, sono rigide, ingessate nelle proprie convinzioni, immobili nelle proprie abitudini, talmente salde nelle proprie idee da resistere ad ogni cambiamento. Per queste persone non c’è spazio per il dubbio, ma neppure per lo stupore, per le sorprese che inondano il cuore di nuovo entusiasmo. Questo tipo di maturità è quella che considera ogni novità una sciagura, ogni piccola o grande rivoluzione qualcosa che scombina la vita, ogni nuovo incontro un pericolo da cui guardarsi. La persona matura è così saldamente ancorata alle proprie idee che, anche di fronte a un evento che ne dimostra l’infondatezza, non si fa mai cogliere dal dubbio, nemmeno dalla più lieve perplessità. Queste persone sono sempre nel giusto, sono gli altri che stanno sbagliando.
Ecco perché, a differenza di chi si sente sicuro in ogni circostanza, sempre nel giusto, sempre dalla parte vincente, noi genitori dobbiamo coltivare nei nostri figli la bella abitudine di osservare, riflettere e dubitare. C’è qualcosa che ci appare sorprendente, che contrasta con quello che abbiamo sempre creduto, che sembra andare in direzione opposta rispetto alle nostre convinzioni? Non chiudiamo subito le porte, mettiamo da parte i giudizi affrettati e quelli sprezzanti. Fermiamoci un attimo e valutiamo. È la grande virtù cristiana del discernimento, che in senso laico potremmo definire del pensiero critico oppure, per dare seguito alla nostra riflessione, l’elogio dell’immaturità consapevole. Non vuol dire cambiare continuamente idea, e neppure accogliere in modo acritico, senza discernimento appunto, tutte le novità, tutte le mode che spuntano, si affermano e tramontano. Vuol dire invece valutare ed esercitare il proprio pensiero critico, rimanendo aperti alle novità. La differenza sostanziale consiste nella capacità di accogliere i cambiamenti. Chi rifiuta ogni variazione, sul piano esistenziale e su quello ideale, guarda alla maturità come un approdo definitivo e immutabile, perché i cambiamenti minacciano la sua identità e le sue certezze. Chi si apre ai cambiamenti in modo ragionevole e prudente, accogliendo ciò che gli appare opportuno e rifiutando ciò che appare sbagliato, è consapevole che idee e certezze sono, come tutte le cose umane, inserite in una dinamica di sviluppo che dovrebbe tendere sempre al meglio e che, nemmeno la propria idea di maturità, è completamente al riparo dalla revisione figlia del discernimento. Una convinzione che dovrebbe crescere a rafforzarsi lungo tutto l’arco della vita per arrivare a dire che la vera maturità non arriva come un dono dell’età, ma come capacità di coltivare la consapevolezza di un’immaturità che non si stanca mai di esercitare il suo senso critico.
Perché la vera maturità è quella di chi non si sente mai arrivato?
Secondo la logica comune la persona matura è quella che sa assumersi responsabilità precise, è in grado di valutare situazioni complesse, è capace di rinunciare a facili traguardi in vista di obiettivi più importanti, dispone di autonomia di giudizio ed in grado di considerare in modo critico anche il proprio operato. Se ci pensiamo bene è quello che in famiglia dovremmo fare ogni giorno noi genitori. Nei confronti dei figli, fin dal momento in cui li abbiamo messi al mondo, esercitiamo una responsabilità complessa e multiforme che si fonda su esperienze in divenire e su competenze in continua crescita. Nel processo di maturità di ogni mamma e di ogni papà non c’è un punto d’arrivo. Si tratta di un “mestiere” che si affina giorno dopo giorno, che va imparato sul campo, che necessita di molto esercizio critico e altrettanta disponibilità a rivedere le proprie posizioni. È un processo continuo che comprende infiniti ostacoli, frequenti incertezze, probabili fragilità. Chi sa accettare questi momenti di immaturità, può sperare di andare avanti e di risultare credibile agli occhi dei figli, chi pretende di vestire i panni del genitore sempre saggio e sempre maturo, sempre dalla parte della ragione, del genitore che non deve chiedere mai aiuto, che ha sempre in tasca la soluzione vincente, è destinato a scontrarsi con le incertezze di una realtà che non appare mai come noi la vorremmo e non smette un solo istante di riservarci sorprese, colpi di scena, variazioni sul tema. Ecco perché, anche nelle relazioni familiari, la maturità non può mai essere un traguardo definitivo ma qualcosa che cresce e si sviluppa in proporzione alle nostre capacità di metterci in gioco, di saper gestire le emozioni senza esserne dominati, di valutare e nel caso accogliere punti di vista anche diversi dai nostri, di riconoscere i propri limiti ma, allo stesso tempo, di combattere perché quei limiti, quelle frontiere per riprendere l’immagine di Frank Furedi, non si trasformino in una gabbia senza vie di uscita, ma rappresentino uno stimolo per continuare a cercare, a confrontarsi, a valutare opportunità le migliori. Solo con la consapevolezza dell’immaturità siamo in grado di riconoscere i nostri limiti e siamo disponibili ad imparare, a crescere, a modificare ciò che, nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti, può e dev’essere modificato. Ecco perché l’autentica maturità – che come abbiamo visto vive sempre nel solco di un’immaturità in divenire – si fonda su un atteggiamento che mette continuamente alla prova le scelte quotidiane, anche sulla base di un confronto libero e non vincolante con altri genitori e con le persone che, compresi gli esperti di scienze umane, possono avere conoscenze più approfondite delle nostre. Ma attenzione, anche in questo caso valutare le opinioni altrui, confrontarsi, leggere, cercare dati e notizie non significa affidarsi completamente a quello che ci arriva dall’esterno e neppure puntare tutto sul web o sull’intelligenza artificiale. Il discernimento, non si stanchiamo di ripeterlo, dev’essere un esercizio di umiltà e di libertà che possiamo fare in un solo modo, pensando con la nostra testa oppure, in una logica di reciprocità coniugale, in uno scambio di coppia rispettoso e fecondo.
Anche l’amore dev’essere immaturo?
Domanda insidiosa che avrebbe bisogno di un libro intero. Diciamo che anche, e forse soprattutto, nell’ambito delle relazioni affettive, il crinale tra maturità e immaturità è molto sottile. Sempre che intendiamo la maturità come l’atteggiamento di chi si illude di non aver più nulla da imparare, e l’immaturità come la consapevolezza di chi, al contrario, sa che anche in amore si può e si deve crescere giorno dopo giorno.
L’amore maturo ha i piedi d’argilla, si illude che la relazione sia una realtà definita una volta per sempre, come un oggetto di valore da custodire in un cassetto chiuso a chiave da non toccare più. L’amore immaturo – che non vuol dire tossico, né instabile, né ondivago – sa invece che proprio la disponibilità a rivedere abitudini, convinzioni, certezze giova a rendere il rapporto più stabile, rispettoso, autentico. L’amore maturo immagina la stabilità come le fondamenta di un palazzo. Tanto cemento e tanto acciaio per non spostarsi mai, neppure di un millimetro. L’amore immaturo progetta la stabilità di coppia come prospettiva nella crescita e nello sviluppo relazionale. Quanto più ci si muove insieme, ci si sente in bilico, si avverte l’esigenza di ridefinire il proprio equilibrio, tanto più crescono le speranze di un amore che sfida il tempo ed è destinato a crescere insieme.
E ancora, l’amore maturo è quello convinto dell’inutilità di spendere troppe parole per raccontarsi, spiegarsi, capirsi. Se si dice una cosa, è detta per sempre. E sempre in quel modo. Assurdo continuare a ripetere e a motivare. L’amore immaturo non si stanca di trovare parole nuove, di inventarsi linguaggi più efficaci, modalità espressive più pregnanti nella convinzione che non esista un modo unico e definitivo per comunicarsi amore, attenzione, rispetto, dedizione.
L’amore maturo è quello che ripete all’infinito schemi noti, già collaudati, sicuri perché coperti dalla polvere dall’abitudine. L’amore immaturo, al contrario, non si stanca di immaginare percorsi rinnovati, è un amore che non ha paura di sbagliare e di chiedere scusa, di ammettere i propri errori e di ricominciare, senza attribuire sempre le colpe all’altro/a.
L’amore maturo è omologante e uniforme. Non tollera sussulti e cambiamenti, si illude che procedendo sempre con lo stesso passo, adagio adagio, tutto possa procedere senza scossoni. L’amore immaturo tollera e accoglie le differenze, non pretende che il partner diventi una copia di sé stesso, rispetta gli spazi, integra le amicizie, intreccia gli interessi, è consapevole che la reciproca autonomia non allontana ma offre occasioni di confronto e innesca stimoli preziosi.
L’amore maturo guarda alla fedeltà come una prigione comoda e rassicurante, come una cupa scelta di conformismo che serve soprattutto per non avere grattacapi fastidiosi. L’amore immaturo vive la fedeltà come gioiosa strada di crescita insieme, come scambio sereno e vivace che non elimina l’incertezza ed è consapevole che fidarsi l’uno dell’altro comporta sempre una certa dose di vulnerabilità.
L’amore maturo guarda al partner come possesso definitivo, non si stanca di esprimere tacite volontà di controllo e di implicita anche se non dichiarata manipolazione. L’amore immaturo dice solo “ho bisogno di te e non pretendo che tu possa colmare i miei vuoti”. Sa conciliare l’affetto con la libertà, l’intimità con il rispetto, il legame con l’autonomia, la serietà con la fantasia, il sacrificio con il sorriso, l’impegno con la leggerezza.
Ecco, se in questi giorni in cui tanto si parla e si ragiona di maturità, provassimo a tenere presente anche l’altro lato della medaglia, quella dell’immaturità sempre intesa come ampio e diffuso processo di crescita e di consapevolezza, forse potremo rendere un servizio prezioso ai nostri figli e alle nostre relazioni familiari. È un’occasione preziosa. Non sprechiamola.
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