Te lo ricordi il Metaverso? Ora sta chiudendo

Dopo miliardi di investimenti e promesse disattese, Meta smantella Horizon Worlds e sposta il baricentro sull’IA. Il sogno di un universo digitale unico si ridimensiona, mentre sopravvive in forme più pragmatiche tra gaming e formazione: oggi a Roma le Metaversiadi
March 26, 2026
Te lo ricordi il Metaverso? Ora sta chiudendo
Doveva essere il luogo in cui “vivere”, lavorare, incontrarsi. Un destino, più che una tecnologia. Oggi, invece, il metaverso ha già una data di scadenza. Era il 2021 quando Facebook decise di cambiare nome in Meta, trasformando un progetto in una nuova identità. Il messaggio era inequivocabile: il futuro non sarebbe più passato dallo schermo, ma da ambienti immersivi, avatar e uffici virtuali. Cinque anni dopo, per l’azienda californiana resta soprattutto il conto. E una chiusura. Perché la realtà – meno seducente dei visori VR – è che il metaverso, così come immaginato da Mark Zuckerberg, non ha mai davvero attecchito. Oggi è la stessa Meta a certificare la fine della sua versione più ambiziosa. La piattaforma simbolo, Horizon Worlds, verrà progressivamente smantellata: prima la rimozione dagli store già entro fine marzo, poi lo stop definitivo all’accesso tramite visori fissato per il 15 giugno. “I mondi non saranno più disponibili in realtà virtuale”, si legge nelle comunicazioni ufficiali.
Un epilogo che suona come una resa. Oltre 80 miliardi di dollari investiti e un pubblico rimasto ostinatamente minoritario, quando non apertamente indifferente. Nel frattempo, la divisione Reality Labs ha accumulato perdite colossali - tra i 70 e gli 80 miliardi - diventando una voragine finanziaria difficile da giustificare anche per una big tech. Il ridimensionamento non è solo simbolico: Meta ha chiuso progetti, tagliato personale - circa il 10% della divisione dedicata - e archiviato intere linee di sviluppo, comprese quelle pensate per il lavoro in ambienti virtuali. In parallelo, la rotta è stata spostata altrove: dall’intelligenza artificiale agli occhiali smart alle infrastrutture. È lì che si concentra ora il vero investimento, anche a costo di sacrificare quella che era stata presentata come la nuova frontiera della vita digitale.
E non è un passaggio isolato. Avviene, anzi, in giorni delicati per la stessa Meta, appena riconosciuta insieme a YouTube responsabile - in sede giudiziaria a Los Angeles - di aver contribuito a creare dipendenza dai social e gravi disagi psicologici in una giovane utente. Un passaggio rivelatore: mentre si spegne il sogno del mondo virtuale, resta aperta la questione molto concreta dell’impatto di quello reale, già esistente.
La crisi del metaverso è stata accompagnata, e in parte accelerata, dalla generale espansione dell’intelligenza artificiale. Meta ha avviato una ristrutturazione profonda proprio per finanziare questa svolta, riallocando risorse verso data center, chip e modelli linguistici. Così il futuro non assomiglia più a un mondo virtuale da abitare, ma a un’intelligenza diffusa che permea app e dispositivi. Il metaverso non “chiude” in senso assoluto. Si ridimensiona drasticamente il progetto di Meta, cioè l’idea di un ambiente universale, centralizzato, capace di sostituire Internet. Restano, per ora, altri investimenti. Aziende del gaming, piattaforme come Roblox o Fortnite, e persino alcuni progetti industriali e formativi, continuano a sviluppare ambienti virtuali. Non più però come promessa totalizzante, ma come strumenti specifici: intrattenimento, simulazione, formazione.
Proprio nei giorni in cui si consuma la fine del grande racconto industriale del metaverso, a Roma si tengono oggi le “Metaversiadi”, giochi scolastici in realtà virtuale che coinvolgono studenti da tutta Italia. Non si tratta di una semplice competizione tecnologica, ma di un format educativo che usa la logica del gaming per testare competenze reali: squadre di studenti che indossano visori per tre prove immersive da cinque minuti ciascuna. Si passa dall’osservazione al microscopio di cellule vegetali in ambiente virtuale a esercizi di grafica tecnica, fino a quiz in lingua inglese. Il tutto in quindici minuti, dentro uno spazio simulato che replica - e amplifica - l’esperienza didattica.
Accanto alla gara, una tavola rotonda mette insieme istituzioni, imprese e mondo della formazione per discutere il ruolo delle tecnologie immersive nella scuola e nel lavoro. Il metaverso, qui, perde ogni aura salvifica e diventa ciò che forse avrebbe dovuto essere fin dall’inizio: uno strumento. Lì dove Meta ha fallito nel costruire un mondo totale, la scuola prova a ritagliare un uso concreto e circoscritto delle tecnologie immersive.
Il metaverso è stato scavalcato da una tecnologia più agile e più immediatamente integrabile: l’intelligenza artificiale. Alla fine, resta una sensazione familiare nella storia della Silicon Valley: una visione che si dissolve mentre un’altra prende il suo posto. Il metaverso non scompare del tutto, ma perde la sua pretesa egemonica. Torna a essere ciò che probabilmente è sempre stato: una tecnologia tra le altre, non il prossimo mondo.

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