Prime crepe nella corsa al riarmo: titoli in frenata e limiti industriali

I titoli azionari della difesa iniziano a risentire del clima di incertezza sui finanziamenti degli Stati al riarmo, mentre la conversione del comparto civile in bellico appare più complicata del previsto
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June 23, 2026
Prime crepe nella corsa al riarmo: titoli in frenata e limiti industriali
L’idillio tra i mercati finanziari, l’industria e i piani di riarmo dell’Occidente si è interrotto? Il lungo periodo di espansione della spesa militare sembra in effetti mostrare le prime crepe, sebbene i dati dell’istituto Sipri ci dicano che molti Paesi nel 2025 abbiano incrementato il proprio budget per la difesa. La Germania è arrivata a spendere 114 miliardi di dollari e a superare il 2% del Pil su questa voce, target toccato sulla carta anche dall’Italia. La Francia ha approvato una Legge di programmazione militare da almeno 413 miliardi di euro fino al 2030, mentre solo negli Stati Uniti la spesa militare totale nel 2025 è stata di circa 954 miliardi di dollari. Tuttavia, i proclami politici si scontrano con i costi del debito pubblico, dato che queste spese per la difesa sono finanziate dai governi e dall’emissione di debito. Inoltre, permangono le rigidità strutturali della manifattura europea che, malgrado le intenzioni, non sembra pronta a convertire in modo significativo verso la produzione militare una parte dell’industria civile, e in particolare quella automobilistica in crisi.
È così, dunque, che i titoli azionari hanno iniziato a risentire del clima di incertezza sui finanziamenti. L’indice Stoxx Europe Targeted Defence – che nel suo paniere azionario include i principali attori della difesa continentale, come Bae Systems, Rolls-Royce, Thales, Leonardo e Rheinmetall – ha registrato una brusca inversione di tendenza, subendo una flessione di circa il 15% rispetto al picco di gennaio e bruciando miliardi di euro di capitalizzazione. Dal 2022 l’indice della difesa europea era cresciuto di oltre il 40% ogni anno e nel 2025 era quasi raddoppiato, trainato dall’accordo Nato per innalzare la spesa militare dei Paesi membri fino al 5% del Pil. Ma dall’inizio della crisi nello Stretto di Hormuz i costi di indebitamento dei governi di tutto il mondo sono aumentati vertiginosamente. Gli investitori hanno iniziato a chiedersi come verrà finanziato concretamente questo riarmo e hanno compreso che convertire i massicci ordini nel settore degli armamenti in utili sarà un processo lento. Per esempio, nel primo trimestre del 2026, i ricavi dichiarati in Europa da Rheinmetall, Airbus e Thales hanno deluso le aspettative. In generale, la crescita complessiva degli utili della difesa appare deludente se confrontata con i profitti record del comparto legato all’intelligenza artificiale. Anche i conflitti in corso hanno dimostrato la centralità di droni e missili rispetto ai tradizionali mezzi corazzati. Per esempio, il produttore francese di droni Parrot quest’anno ha segnato un aumento del 36% sui propri titoli azionari.
Le difficoltà del progetto di riarmo non sono soltanto di natura finanziaria. Parallelamente, infatti, la tanto auspicata conversione delle fabbriche civili alla produzione di armamenti mostra forti limiti strutturali. L’industria automobilistica europea attraversa una grave crisi, con ampi stabilimenti e capacità produttive inutilizzati. L’idea di assorbire questi esuberi tramite le crescenti commesse militari è sembrata a molti un’opzione vantaggiosa per entrambi i comparti. Dei progetti in questo senso sono stati in effetti avviati dalle grandi case. Volkswagen ha parlato di trattative con l’israeliana Rafael per produrre componenti del sistema missilistico Iron Dome a Osnabrück, dove sono a rischio 2.300 posti di lavoro. Mercedes-Benz collabora con Tytan Technologies per l’integrazione di sistemi di difesa anti-drone sui propri veicoli Sprinter e Suv Classe G. Renault ha siglato un’intesa con Turgis Gaillard per assemblare droni nello stabilimento di Le Mans. Questi tentativi, però, rimangono di nicchia e non generano ricavi significativi, considerate le difficoltà dei produttori di auto ad adattare i modelli di business, pensati per un mercato ad alto volume e sensibile ai costi, nonché le rigide regole di appalto che vanno affrontate per i contratti governativi nel settore militare e i lunghi cicli di gara. La diversificazione è resa più complicata anche dal fatto che alcune aziende automobilistiche hanno vincoli Esg sulla quota di ricavi derivanti da attività militari, ma anche dalla vulnerabilità della catena di approvvigionamento: la produzione in ambito militare richiede reti di fornitori diverse da quelle dell’auto e spesso sottoposte a limitazioni. È così che, invece di produrre armi, i costruttori europei in crisi stanno aprendo sempre più le proprie porte ai concorrenti cinesi, interessati ad acquisire stabilimenti in Occidente per produrre le proprie auto elettriche. Stellantis, per esempio, ha già formalizzato un accordo con Dongfeng per produrre veicoli elettrici a Rennes, in Francia.
I programmi di espansione della difesa europea e Nato scoprono così le loro fragilità. Manca la flessibilità industriale necessaria a supportarli, manca la credibilità richiesta dagli investitori e mancano delle risorse finanziarie sostenibili per i bilanci dei Paesi, schiacciati da una parte tra l’inflazione più elevata e i rialzi dei tassi di interesse e dall’altra dalle crescenti richieste di sostegno di imprese e cittadini.

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