Industria farmaceutica, patrimonio da tutelare

Nel 2025 l’export ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro. Gli occupati sono 72.200, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente (45% donne, che sono oltre il 50% nella R&S)
April 14, 2026
Industria farmaceutica, patrimonio da tutelare
Marcello Cattani, presidente di Farmindustria
L'industria farmaceutica italiana è la prima nell'Unione Europea e la quarta al mondo. Nel 2025 l’export farmaceutico ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione i 74 miliardi di euro. Gli occupati sono 72.200, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente (45% donne, che sono oltre il 50% nella Ricerca e Sviluppo). Sono oltre quattro i miliardi di euro di investimenti in impianti ad alta tecnologia e R&S. Di questi, oltre 800 milioni di euro sono destinati alla ricerca clinica presso strutture del Servizio sanitario nazionale. Questi i numeri ricordati oggi a Roma in occasione della Giornata del made in Italy, all’evento Farmindustria dal titolo Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del made in Italy.
Dati da record di un settore che traina l’economia italiana, ma che inevitabilmente fa i conti con le difficoltà dello scenario geopolitico mondiale, che cambiano strutturalmente il quadro competitivo e richiedono politiche per rimanere attrattivi e capaci di continuare a crescere. «Innovazione, salute, crescita economica, export, investimenti, occupazione, competenze, produttività. Sono le priorità per il futuro e sono tutte nel Dna dell’industria farmaceutica nella nostra nazione, un settore di punta del made in Italy e strategico per salute, crescita e sicurezza nazionale - spiega Marcello Cattani, presidente di Farmindustria -. Ma lo scenario globale appare sempre più incerto e complesso. Da un lato l’intraprendenza della politica statunitense per attrarre investimenti e riequilibrare il finanziamento mondiale dell’innovazione, che ha portato a provvedimenti come l’ordine esecutivo Mfn-Most favored nation, in base al quale il prezzo più basso di un farmaco in un panel di nazioni avanzate diventa riferimento per il costo di quel medicinale in Usa. Queste misure rappresentano un vero punto di svolta per la capacità dell’Ue e dell’Italia di garantire accesso alle terapie e di mantenere la competitività per l’industria. Negli ultimi mesi hanno già portato ad accordi con alcune fra le più importanti aziende e annunci per 400 miliardi di dollari di investimenti negli Usa nei prossimi cinque anni. Un’evoluzione che mette a rischio la base industriale in Europa, con una stima di 100 miliardi in meno nello stesso periodo. Dall’altro la guerra in Iran sta determinando il terzo shock in quattro anni (dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso) che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione. Con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20%, da sommare all’incremento del 30% dal 2021 a oggi che, in un sistema di prezzi amministrati, ricadono interamente sulle aziende. È a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica».
C’è poi il problema della dipendenza da Cina e India per i principi attivi più comuni (74%) e di altre materie prime, packaging e imballaggi; infine, l’enorme balzo in avanti della Cina nell’innovazione farmaceutica. Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina. Quello farmaceutico, «è un settore che potrebbe andare a rischio di carenze perché le forniture a livello globale sono tutte connesse. I fornitori di principi attivi sono energivori, i costi dei materiali di confezionamento dei farmaci in alluminio sono esplosi nei loro costi. Quindi il rischio è che ci possa essere una limitazione delle forniture in Europa e in Italia. Non attualmente, non nei prossimi mesi, ma a partire dall'estate o dopo l'estate in Europa e in Italia. Cruciale è il tipo di risposta che i Paesi e la Commissione europea sapranno dare in questa situazione», dice Lucia Aleotti, vice presidente di Confindustria per il Centro studi, in merito agli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz sul settore farmaceutico. 
 «Si tratta di fenomeni destinati a durare. Mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente per attrarre investimenti - 2.000 miliardi di dollari nel mondo in R&S nei prossimi 5 anni - competenze, tecnologia, l’Europa continua a perdere terreno, spesso con provvedimenti antistorici che riducono la proprietà intellettuale e aumentano i costi per l’industria farmaceutica. Ora più che mai è necessario un approccio strategico e sistemico che tenga insieme innovazione, sostenibilità economica e capacità produttiva per poter competere con gli altri hub mondiali, che non si fermano ad aspettare, e per continuare a garantire gli stessi livelli di welfare e benessere», continua Cattani.
«Puntare sull’innovazione non è mai stato opzionale e tanto meno lo è adesso - sottolinea il presidente di Farmindustria -. Innovazione che si sviluppa tanto negli impianti industriali quanto nei laboratori di ricerca e nei centri clinici, che sono un’eccellenza made in Italy, peculiare dell’industria farmaceutica e delle Scienze della Vita. Farmindustria ha lanciato un Manifesto per la Ricerca partendo dal presupposto che dove si fa ricerca, si cura meglio. L’obiettivo è proporre azioni concrete per potenziare la ricerca preclinica e clinica in Italia — asset fondamentale per migliorare cure, competenze e sostenibilità del Servizio sanitario — in un settore in cui l'Europa sta purtroppo perdendo terreno a vantaggio di competitor come Usa e Cina». A conferma di questa tendenza, i dati Efpia evidenziano che, nonostante l’aumento globale dei trial clinici, tra il 2013 e il 2023 l’Europa ha perso il 10% della propria quota di studi; una contrazione che si traduce nella perdita di circa 60mila opportunità di accesso a cure sperimentali per i pazienti europei.
«Bisogna garantire l'autonomia strategica del Continente europeo nell'approvvigionamento delle materie prime, in questo caso dei principi attivi, che sono l'elemento base dell'Industria farmaceutica e in cui dipendiamo troppo dagli altri attori, soprattutto dagli attori asiatici, per una percentuale di circa il 74%: questa dipendenza, ovviamente, ci mette a rischio nei momenti di shock di approvvigionamento come era già accaduto durante la pandemia Covid. Questo mette a rischio la capacità produttiva del nostro Paese, delle nostre industrie farmaceutiche e quindi la salute dei nostri cittadini. Chiediamo che l'Europa sviluppi una politica industriale e produttiva che garantisca che si riduca nel tempo la dipendenza da altri attori». Così, in merito agli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz nel settore farmaceutico, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. «Chiediamo alla nostra Europa di realizzare quelle riforme che non penalizzino il settore farmaceutico, come stanno facendo se pensiamo alla direttiva sulle acque reflue o alla proposta che riduce la tutela sulle proprietà intellettuali sui brevetti, ma che svolga, invece una chiara politica, per l'innovazione e la ricerca nel nostro continente, in grado di mettere le nostre imprese alla pari delle imprese americane o cinesi. L'economia della Salute - precisa Urso - si affianca al meglio alle cinque del made in Italy: alimentazione, abbigliamento, arredo, automazione ed auto per ampliare la capacità del nostro Paese di competere a livello globale. Nell'anno orribile 2025, contraddistinto dalle guerre commerciali e da conflitti armati che si sono propagati intorno alla nostra Europa, è stata proprio l'industria farmaceutica a realizzare i migliori risultati, sia come capacità di attrarre investimenti esteri del nostro Paese, sia per quanto riguarda le nostre esportazioni, che nello scorso anno sono cresciute del 3,3%, così che abbiamo agguantato il Giappone come quarto Paese esportatore globale, trainati anche dalle esportazioni negli Stati Uniti, più 7,2%, il cui risultato migliore è stato proprio quello dell'Industria farmaceutica».
 «O ci si adegua alla velocità del cambiamento – conclude Cattani - o nell’arco di pochi anni altri hub avranno un vantaggio competitivo non facilmente recuperabile. L’Europa deve radicalmente cambiare direzione, e in fretta. Il nostro governo sta facendo bene. Sia a livello Ue dove da tempo è in prima linea contro scelte che affossano l’industria. Sia in Italia dove ha sviluppato un percorso per la competitività, che speriamo possa completarsi con il Testo Unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta una grande opportunità. Vogliamo accelerare e adottare una prospettiva nuova, superare definitivamente il payback, valorizzare la presenza industriale e difendere la sostenibilità degli investimenti, accelerare e migliorare l’accesso alle cure, anche con un nuovo meccanismo di early access, riconoscere adeguatamente il valore di farmaci e vaccini e della loro innovazione. Traguardi che auspichiamo si possano raggiungere a beneficio di tutti, cittadini, imprese, istituzioni e a vantaggio anche della sicurezza nazionale».

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