Gli hacker etici "battono" gli influencer
di Redazione
Nei prossimi cinque anni saranno necessari oltre 50mila addetti. Possono guadagnare fino a 10mila euro al mese

Sempre più aziende vanno a caccia dell'hacker etico, professione che sta facendosi largo nel mare magnum dei nuovi lavori digitali e che nei prossimi anni risulterà fra le meglio pagate, con tanto di corsi di formazione universitarie e master di specializzazione. Considerato che un influencer è pagato mediamente secondo una ricerca di Creator economy meno di 5mila euro al mese, il conto è presto fatto.
Dalle più blasonate multinazionali alle start up, alle società di diritto pubblico fino ai grandi istituti bancari, tutto il mondo imprenditoriale si sta attrezzando per fare fronte ad attacchi e minacce che possono derivare da potenze ostili, criminali informatici e addirittura organizzazioni mafiose. Questa nuova figura è specializzata nell'individuare vulnerabilità e falle nei sistemi informatici con l'obiettivo di rafforzare la cyber sicurezza aziendale. E le aziende - secondo una stima di Argos, società specializzata nel settore dell'intelligence per le imprese - sono disposte a pagare fior di quattrini: l'hacker etico, infatti, parte con stipendi base di 30mila euro l'anno per poi, dopo qualche anno di esperienza, arrivare a medie di 60mila e infine toccare vette superiori ai 70mila che possono spingersi fin sopra i 100mila. Quindi le prospettive finanziarie sono allettanti. Ma perché le aziende, tra cui anche pmi, società di pubbliche amministrazioni e grandi compagnie di consulenza, dovrebbero assumere una figura del genere? Innanzitutto la responsabilità della ethical hacker è proteggere dati sensibili e privati da hacker malevoli e da altri intrusi non autorizzati. Eseguendo test di penetrazione su reti aziendali e applicazioni web, gli hacker etici individuano errori o vulnerabilità nei sistemi di sicurezza. Successivamente, adottando contromisure per colmare eventuali lacune. Inoltre sono in grado di assistere le aziende nell'adeguarsi alle minacce e nello sviluppare difese più robuste contro possibili azioni dannose.
Secondo Argo, il 20% delle pmi italiane (in totale circa 700mila) si avvarranno di un hacker etico nei prossimi cinque anni: vale a dire serviranno in proiezione fino a 50mila tra assunti e consulenti esterni. Per Matteo Adjimi, ceo di Argo, «ci sarà una fortissima richiesta di persone specializzate perché il ruolo della tecnologia subirà un deciso incremento nelle imprese e non si può improvvisare una attività così delicata. Un attacco hacker può mettere in serio pericolo un'impresa e determinare danni economici ingenti. Non serve solo affidarsi ai tempi spesso lunghi della giustizia, chiedere risarcimenti che chissà quando e se arriveranno ma la parola chiave è prevenire. Una riflessione la dovrebbero fare anche le nostre Università che - tranne qualche lodevole eccezione - da questo punto di vista forse non prevedono corsi di laurea adeguati».
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