«Il Papa, il Meeting e il carisma di cui tutti siamo responsabili»: parla il presidente di Cl Prosperi
Sabato Leone XIV sarà a Rimini: «Troverà una un popolo che scommette sulla fede che genera cultura, opere, amicizia fra i popoli. Le critiche al nuovo Statuto? Non mi ha convinto il metodo. Giussani beato? Per la sua passione per Cristo e l’uomo»

Era il 19 febbraio quando veniva ufficializzato il “ritorno” di un Papa al Meeting di Rimini. «Lo stesso giorno in cui l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, annunciava la conclusione della fase diocesana della causa di beatificazione di don Luigi Giussani. Due notizie straordinarie, senza nesso apparente, che però ci hanno detto la stessa cosa: la storia che stiamo vivendo non è opera nostra, è un dono affidato a noi ma destinato a tutti», racconta Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Sabato pomeriggio Leone XIV sarà l’ospite d’onore della manifestazione targata Cl che è giunta alla 47ª edizione. Dalle 15 il Papa attraverserà i padiglioni della Fiera, visiterà le mostre su sant’Agostino e Léon Harmel, incontrerà i bambini nel Villaggio Ragazzi e terrà il suo intervento nel Grande Auditorium. Esauriti i 20mila posti per seguire dall’interno la tappa del Pontefice.

«Siamo infinitamente grati che il successore di Pietro scelga di venire in mezzo al popolo del Meeting: è un fatto che nessuno di noi poteva prevedere», spiega ad Avvenire il secondo successore di Giussani, fondatore del movimento. Da Prosperi è partito l’invito a Leone XIV. «Tutto è nato durante l’udienza privata che ho avuto con lui l’8 gennaio: mi accompagnavano don Andrea D’Auria e Alberto Brugnoli. Poi, quindici giorni dopo, i termini sono stati approfonditi in una nuova seconda udienza, questa volta con il presidente del Meeting, Bernhard Scholz», afferma Prosperi che è docente di biochimica all’Università Bicocca di Milano.
Si può considerare la presenza di Leone XIV a Rimini come un segno di attenzione a Cl?
«Non lo leggerei come un segno rivolto esclusivamente a Comunione e Liberazione: il Meeting è da sempre un luogo dove credenti e non credenti si incontrano davanti alle domande più profonde dell’esistenza. Quando Giovanni Paolo II venne a Rimini, il Meeting muoveva i primi passi; quarantaquattro anni dopo, Leone XIV troverà un popolo rinnovato dalle generazioni nuove ma fedele alla sua storia, che continua a scommettere sul fatto che la fede cristiana genera cultura, opere, amicizia tra i popoli».
Il Meeting come laboratorio di dialogo e di ricerca. Leone XIV ha indicato l’«urgente bisogno di pensare la fede» e ha chiesto che la fede non sia ridotta a elemento intimistico, perché «non separa lo spirituale dal sociale».
«Di recente un amico del movimento di Cuba ci ha raccontato che sull’isola hanno un paio d’ore di corrente elettrica al giorno, indispensabili per tutto: cucinare, lavarsi, ricaricare il telefono. Ma nessuno sa in anticipo quando l’energia arriverà. Eppure loro escono di casa per fare la caritativa (un gesto voluto da Giussani per educare alla carità), cioè per andare in campagna a raccogliere cibo da portare ai più poveri, rischiando così di perdere la possibilità di usare la corrente. Lo fanno perché quel gesto fa crescere la loro fede, e questo per loro è più indispensabile del cucinare. Il punto non è aggiungere alla fede un supplemento di impegno sociale: una fede vissuta genera da sé cultura e carità, perché offre un giudizio nuovo su tutta la realtà. Infatti, anche la carenza di proposte culturali adeguate a fronteggiare le sfide dell’oggi, che in tanti constatano, non si colma mettendo in circolo più “contenuti cristiani”: si colma laddove qualcuno rischia un giudizio sulla base della propria esperienza reale. Per questo il Meeting non è mai stato la vetrina delle nostre idee: è il tentativo di prendere sul serio l’umano di chiunque incontriamo».

Oltre settant’anni del movimento. Leone XIV ha richiamato la fedeltà al carisma fondativo da vivere «senza appiattirsi sui modelli del passato» ma «lasciandosi provocare da realtà nuove».
«Le parole del Papa, e le altre rivolte ai movimenti in questo primo anno di pontificato, sono per noi la via maestra. Settant’anni sono una bella prova, perché un carisma può diventare un’esperienza che riaccade o limitarsi a essere un modello da conservare. Faccio un esempio concreto. Agli Esercizi della Fraternità di quest’anno eravamo ventimila a Rimini, con circa 80 Paesi collegati (alcuni in diretta, altri in differita). Gli Stati Uniti e la Spagna, invece, li hanno fatti in loco, nella loro lingua, con un predicatore diverso ma che aveva contribuito alla preparazione del gesto di Rimini, in piena comunione di intenti e di contenuti. Vent’anni fa una cosa così ci avrebbe messo in allarme; oggi la riconosciamo per quello che è: non una concessione alle differenze, ma un segno che l’esperienza condivisa sta maturando. La fedeltà non è la ripetizione della forma, è la verifica del contenuto, e la verifica è sempre un rischio. Quanto al “lasciarsi provocare”, oggi la sfida più grande è la “custodia dell’umano”, come indicato da papa Leone: per questo avvieremo un lavoro di formazione sulla Magnifica humanitas che accompagnerà per un anno tutte le nostre comunità nel mondo».
Dall’autunno 2025 Cl ha un nuovo Statuto, frutto di un percorso stimolato anche da papa Francesco. Una delle novità è l’Assemblea generale per eleggere il presidente.
«Non è una concessione democratica: è una questione teologica. Il carisma non è proprietà di nessuno, né del presidente né di un gruppo di persone; è un dono fatto alla Chiesa attraverso don Giussani, e chiunque lo riceva ne diventa responsabile. Lo Statuto ha dato una forma visibile a questo: l’Assemblea generale che elegge il presidente dice che l’autorità nel movimento non discende da una successione personale, ma nasce dalla vita di un corpo che si assume la responsabilità del carisma. E quel percorso non l’abbiamo inventato noi: siamo stati accompagnati dalla Chiesa, e in particolare dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, a cui siamo molto grati. È importante però fare una precisazione. “Di tutti” non vuol dire che il carisma sia divisibile e se ne stabilisca a maggioranza la direzione prevalente: nessuno può considerarsi custode esclusivo di ciò che ha ricevuto insieme ad altri. A essere “di tutti” è appunto la responsabilità del carisma, il che implica la custodia e la trasmissione del suo contenuto integrale. Questo richiede un lavoro di coscientizzazione, che stiamo appunto svolgendo».

Il nuovo Statuto ha suscitato in alcuni punti perplessità e lettere aperte.
«Sarò franco: in alcuni c’è il timore che un’esperienza nata libera finisca imbrigliata in procedure e che le procedure prendano il posto della vita. È una tentazione sempre in agguato e riguarda tutti noi, me compreso, perciò su questo dobbiamo senz’altro vigilare, e non ho nessuna difficoltà a dirlo pubblicamente. Quello che non mi convince è il metodo con cui tali perplessità sono state talvolta manifestate. Le lettere aperte - cui si riferiva la domanda - sono risultate inadeguate come strumento di verifica, anche perché le sedi per un confronto non sono mancate e non mancano. Non chiedo a nessuno di rinunciare al proprio giudizio, ci mancherebbe: chiedo però che quel giudizio si verifichi all’interno della compagnia dentro cui è nato, in un dialogo aperto e cordiale».
Don Giussani e la beatificazione. Quale la sua profezia?
«In questi anni di lavoro sui suoi testi mi sono accorto che, recitando l’Angelus, don Giussani cambiava un tempo verbale. Non “il Verbo si è fatto carne e abitò in mezzo a noi” ma “abita in mezzo a noi”. Ecco la sua profezia. Non ha previsto il futuro e non ha reclamato un passato migliore: ha riconosciuto il presente, o - meglio - “un” presente: Cristo risorto, presente dentro la sua Chiesa, che diventa il centro della vita di chi lo incontra e decide di appartenergli, come si potrà leggere nel prossimo libro di inediti, intitolato appunto Il centro della vita, in uscita a settembre con Rizzoli. Ecco, dopo aver intuito questo nel Seminario di Venegono, Giussani ha speso tutta la sua vita perché quel riconoscimento fosse possibile ad altri. Del resto non lasciò il Seminario, dove lo attendeva una carriera accademica, per fondare qualcosa: andò a insegnare religione in un liceo milanese perché si era accorto che i ragazzi non erano più interessati alla fede, e voleva capire perché. Se la Chiesa lo proclamerà beato, non sarà per averci lasciato un’organizzazione. Sarà per questa sua indomita passione per Cristo e per l’uomo».
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