Costruzioni motore del Pil: +350mila posti in cinque anni
Secondo l'Ance, la realizzazione e la manutenzione di strade, ponti, scuole, reti idriche o energetiche ha portato a un aumento del 20% dell'occupazione

Il settore delle costruzioni è «il motore del Pil e dell'occupazione» e, in cinque anni, ha generato da solo 350mila nuovi posti di lavoro. È quanto emerge dai dati dell'Osservatorio congiunturale dell'Ance-Associazione nazionale costruttori edili. Tra il 2020 e il 2025, la realizzazione e la manutenzione di strade, ponti, scuole, reti idriche o energetiche, ha portato a un aumento del 20% dell'occupazione.
«I nostri dati sono positivi: i risultati del 2025 sono migliori di quelli che avevamo previsto: siamo stati bravi, sono stati bravi i Comuni, sono state brave le stazioni appaltanti e sono state brave le imprese a dare una risposta a una sfida come quella del Pnrr di cui adesso si vedono i risultati - ha spiegato la presidente dell'Ance Federica Brancaccio -. Nel 2026 ci sarà la conclusione del Pnrr, quindi sicuramente ci sarà ancora un valore positivo per il mercato delle costruzioni. Quello che però adesso è fondamentale fare è fare il tesoro dell'esperienza del Pnrr, delle riforme, delle milestone e degli obiettivi per riuscire a spendere gli altri fondi che, per fortuna, ci sono nei prossimi anni e avere una stabilità di mercato e una crescita del Pil strutturata».
«Noi abbiamo resistito alle preoccupazioni e alle pressioni, legittime, che avevamo. In nessuna intervista, in nessuno scritto dell'Ance voi avete mai visto la richiesta di una proroga perché ci teniamo moltissimo che questo diventi non il "Paese delle proroghe", ma della certezza degli investimenti, della spesa, delle riforme. Non serve una proroga, ma la flessibilità sì - ha sottolineato Brancaccio -. «Una delle preoccupazioni che abbiamo è proprio questa: ci sarà questa flessibilità? Siamo a gennaio 2026, le imprese sono non pressate, che sarebbe sano e normale, ma vivono stalkerizzate dalle stazioni appaltati che minacciano solo penali e risoluzioni di contratti». Una situazione, dunque, di «incertezza» che incrocia la gestazione del dl Pnrr. «Siamo alle soglie di un dl che si pone a tema quello del raggiungimento degli obiettivi, e noi vorremo sapere: una volta fatta la rendicontazione a marzo, poi? - ha chiesto Brancaccio -. Ci sarà un periodo di fermo, siamo salvi dalle penali, ci sarà la sospensione dei lavori per poi avere fondi per completarli? Sono le domande che si pongono le imprese, non è polemica. L'obiettivo deve essere evitare incidenti di percorso: abbiamo fatto tanti e tali sforzi, tutti in questo Paese, per fare bella figura in Ue, un incidente di percorso a fine gara sarebbe un peccato».
Intanto l'Osservatorio Ance ha segnalato che nel 2025 gli investimenti nel settore delle costruzioni hanno segnato una flessione dell'1,1%, molto inferiore al -7% stimato lo scorso anno (grazie alla corsa dei Comuni, con una spesa del +15% sul 2024, e all'impatto delle stazioni appaltanti). Sul calo - lieve - ha pesato principalmente la riduzione, pari al 15,6%, registrata dall'edilizia abitativa, compensato però dalla forte spinta delle opere pubbliche trainate dal Pnrr, che ha registrato un aumento del 21%. Le previsioni del 2026 sono positive: si stima infatti che gli investimenti torneranno positivi, con un aumento del 5,6%, insieme a uno slancio delle opere pubbliche del +12%. Attesa anche una crescita della riqualificazione abitativa, intorno al +3,5%, con la proroga degli incentivi fiscali dell'ultima legge di Bilancio.
Il Pnrr «è sotto tutti i punti di vista una stagione di efficienza che non dobbiamo disperdere, dove il nostro Paese non solo è riuscito a spendere di più e più velocemente, ma ha speso meglio, raggiungendo obiettivi e innovando processi», ha affermato il vicepresidente Ance per il Centro Studi Pietro Petrucco. Un modello «virtuoso» che «ha contagiato tutti: amministrazioni pubbliche, come i Comuni che hanno registrato performance di spesa inimmaginabili fino a poco tempo fa, ma anche le grandi stazioni appaltanti e le imprese che hanno dimostrato grande capacità realizzativa. E che, grazie al Pnrr, le aziende strutturate e con più qualità hanno trovato più spazio, si sono rafforzate sotto il profilo dimensionale e della redditività riducendo l'indebitamento, dimostrando così di aver operato con responsabilità e maturità finanziaria», ha aggiunto.
In Italia è sempre più difficile potersi permettere una casa, da acquistare ma anche solamente da affittare: per le famiglie con reddito fino a 15mila euro si tratta di spese proprio «insostenibili» nelle grandi città, perché un mutuo si mangia l'80% del reddito a Milano e il 70% a Bologna, mentre un affitto pesa, a Firenze, per circa l'81% del reddito, a Roma e Milano sfiora il 70%. E la situazione - evidenzia l'associazione dei costruttori - non migliora per le famiglie con reddito fino a 22mila euro: per pagare un mutuo a Milano serve il 59% del reddito, a Bologna il 48% e a Venezia il 44%; stessa situazione per l'affitto, dove si supera il 40% del reddito per Firenze, Roma, Milano, Venezia. Quello della casa, dunque, è un tema che «da allarme è diventata una vera e propria evidenza nazionale ed europea», ha sostenuto l'Ance, notando però che, sul punto, la politica si sta muovendo. Da un lato, la commissione Ue ha lanciato lo European affordable housing plan, dall'altro il governo ha annunciato un piano da 100mila alloggi a prezzi calmierati in dieci anni. «Dei 15 miliardi di euro potenzialmente attivabili tra fondi italiani ed europei per il piano Casa, il governo - ha fatto presente l'associazione - ha individuato sette miliardi, in aggiunta ai due miliardi precedentemente previsti anticipando la spesa e rafforzando la governance».
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