L’Ai cambia il lavoro, ma non tutti possono prepararsi

Nell’ultimo anno ha seguito un corso il 70% dei laureati, contro il 24% di chi ha la licenza media. Con l’avanzare dell’intelligenza artificiale, l’accesso all’aggiornamento professionale rischia di diventare un nuovo fattore di disuguaglianza.
Google preferred source
October 27, 2026
L’Ai cambia il lavoro, ma non tutti possono prepararsi
Il lavoro cambia e con esso cambiano le competenze richieste per svolgerlo. Non basta conoscere un mestiere: occorre aggiornarsi, imparare a usare strumenti nuovi, tenere insieme capacità tecniche, giudizio e collaborazione. Ma come si resta al passo? Nel dibattito dominato dalla paura che l’intelligenza artificiale ci porti via il lavoro, c’è una domanda che merita altrettanta attenzione: tutti potranno prepararsi al cambiamento?
L’accesso alla formazione potrebbe diventare una discriminante ancora più forte che in passato. L’ultima indagine di YouTrend per Fastweb Digital Academy mostra una distanza già evidente: nell’ultimo anno ha seguito un corso il 70% dei laureati, contro appena il 24% di chi possiede la licenza media. Insomma, si aggiorna soprattutto chi parte con più strumenti; chi ne ha meno rischia di restare ancora più indietro.
Presentata ieri a Roma nel corso del convegno Governare le competenze, dedicato alla collaborazione tra pubblico e privato per il futuro digitale del Paese, la ricerca è stata condotta online su 1.500 persone tra i 18 e i 60 anni. Dall’indagine emerge che la formazione viene spesso associata anzitutto alla possibilità di lavorare meglio: l’88% la considera utile per migliorare la qualità del lavoro quotidiano, il 78% per cambiare settore o professione, il 77% per aumentare la retribuzione e il 72% per ottenere una promozione. Alla consapevolezza, però, non sempre segue la partecipazione: il 46% ha frequentato almeno un corso nell’ultimo anno, il 26% intende farlo nei prossimi dodici mesi e il 28% lo esclude.
L’indagine nasce in occasione dei dieci anni di Fastweb Digital Academy, la scuola gratuita di competenze digitali di Fastweb + Vodafone che, in questo decennio, ha formato oltre un milione e 380mila persone e che negli ultimi anni ha cavalcato l’onda dell’intelligenza artificiale con oltre 70 corsi dedicati a questo tema. «Fino a poco tempo fa faceva la differenza chi sapeva analizzare dati, scrivere testi o preparare report. Oggi fa la differenza saper porre la domanda giusta, accorgersi di un errore dell’AI, decidere e spiegare il perché», osserva Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb + Vodafone. «Le chiamiamo soft skill, ma il termine è fuorviante: sono competenze professionali a tutti gli effetti».
Anche il modo in cui si organizzano i percorsi conta. Fra chi ha seguito corsi, precisa l’indagine di YouTrend, il 55% lo ha fatto prevalentemente online, attraverso lezioni registrate o in diretta. Il vantaggio più riconosciuto della formazione a distanza è la flessibilità degli orari, indicata dal 52% degli intervistati, a conferma che conciliare l’aggiornamento con il lavoro e le responsabilità familiari è una delle questioni da affrontare. I divari nella partecipazione mostrano però quanto resti da fare perché l’offerta raggiunga anche le persone con un livello di istruzione più basso.
Per Walter Rizzetto, presidente della commissione Lavoro della Camera, è fondamentale «rafforzare il dialogo tra istituzioni, imprese e sistema formativo, individuando i nuovi fabbisogni professionali e sviluppando percorsi di aggiornamento adeguati». L’obiettivo è che l’innovazione diventi «un’opportunità di crescita professionale e non un fattore di esclusione o disuguaglianza».
L’intelligenza artificiale rende questa sfida ancora più urgente. Il 45% la indica fra le competenze più rilevanti per trovare o mantenere un buon lavoro e il 39% vorrebbe approfondirla. Eppure soltanto il 44% si sente molto o abbastanza preparato. Accanto all’IA restano centrali le competenze trasversali, come comunicazione, lavoro di squadra, gestione del tempo e capacità di risolvere problemi, considerate rilevanti dal 38%, e quelle digitali di base, indicate dal 32%.
Non tutti, però, concordano sul fatto che l’Ai possa rappresentare una minaccia per il futuro del lavoro: il 46% è preoccupato e un’analoga percentuale lo è poco o per nulla. Fra chi si è formato, tuttavia, il timore sale al 54%, contro il 41% di chi non ha seguito corsi. Conoscere meglio la trasformazione non coincide quindi necessariamente con il sentirsi più tranquilli, ma forse contribuisce a rendere più visibili i rischi.
Di certo c’è che l’apprendimento diventa un impegno che attraversa tutta la vita lavorativa. «Gli strumenti si aggiornano ogni pochi mesi e non esiste più un momento in cui si finisce di formarsi», sottolinea Renna. Per le aziende significa anche accompagnare la riqualificazione di chi dovrà cambiare ruolo, mentre alcuni compiti vengono automatizzati e altri acquistano importanza.
«Qui emerge il rischio che la ricerca evidenzia: se la formazione continua diventa la regola, chi parte avvantaggiato continua a correre e gli altri restano indietro. Per questo è essenziale costruire strumenti di formazione accessibili e diffondere una cultura dell’apprendimento continuo», conclude Renna. Non più solo come iniziativa individuale, ma come progetto nazionale organico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire