Ristoranti, libri, fotografia: la nuova vita (possibile) di chi è fuggito dall'ex Ilva
di Marina Luzzi
Le storie di ex addetti dell’acciaieria che negli ultimi anni hanno lasciato il posto in fabbrica
e, grazie anche all’incentivo all’esodo,
hanno avviato altre attività De Marco, poeta operaio, ora è titolare di un locale culturale
a Grottaglie. Lafratta
ha aperto uno studio
di foto. Tomasicchio gestisce il ristorante “A Casa vostra”, che nasce da quanti si chiedevano “se chiude l’Ilva dove andiamo a mangiare?”

C’è chi fa il fotografo, chi ha aperto una gastronomia, chi un caffè letterario, chi lavora come autista. Sono tante le storie di operai diretti dell’ex Ilva che hanno deciso di lasciare la fabbrica e reinventarsi. Con il passaggio ad Arcelor Mittal, per gestire gli esuberi, il ministero dello Sviluppo Economico a settembre 2018 introdusse l’esodo incentivato. Centomila euro ciascuno (77mila netti, ndr) per andare via e inventarsi un’altra vita.
Marco Tomasicchio oggi ha 50 anni. Ha iniziato a lavorare nel siderurgico, area a freddo rivestimento e verniciatura tubi, nel 2000, prendendo il posto del padre. Una politica aziendale ai tempi molto caldeggiata. «Sono andato via il 31 gennaio 2019, dopo un bel periodo di cassaintegrazione. Io faccio parte del “Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti” e lì dentro con le nostre idee davamo fastidio. Con un altro collega, Cataldo Rainieri, anche lui del gruppo, abbiamo pensato di andarcene e mettere in piedi una gastronomia d’asporto, con le classiche ricette della nostra tradizione. L’abbiamo chiamata “A casa vostra”, ricordando quello che ci dicevano i colleghi quando parlavamo di chiusura, riconversione e bonifiche. “E che vengo a mangiare a casa vostra?” Ripetevano. Con Cataldo intanto abbiamo preso strade diverse, ora sono l’unico titolare e ho quattro dipendenti fissi e tre stagionali. Oggi in effetti di operai che vengono nel ristorante ce ne sono pochi. In compenso ho tanti clienti fissi diventati amici. Quello che stiamo vedendo in ex Ilva è un film già visto. Rifarei la scelta di andare via ma non nascondo che anche il commercio e la ristorazione a Taranto, tra parcheggi che mancano, viabilità compromessa e pochi soldi in circolazione, non è una strada facile. Per questo sto pensando anche ad altri progetti».
Vincenzo De Marco in fabbrica lo chiamavano il poeta-operaio. E molte poesie le ha pubblicate in raccolte molto amate anche fuori dalla Puglia. Nel 2019 ha lasciato l’ex Ilva e ha aperto un bistrot-libreria, “Casa Merini”, a Grottaglie, 20 chilometri da Taranto. «Sono entrato in acciaieria a 23 anni, con in mano un diploma da ragioniere - racconta - ed una passione smisurata per la lettura, ereditata da una zia insegnante. Non sapevo nulla di cosa ci fosse lì dentro. Mio zio fece il mio nome. Sono stato nell’altoforno 4 per 17 anni. Nel 2016, dopo l’incidente mortale al collega ed amico Giacomo Campo, (25 anni, morì schiacciato dal tamburo trasportatore di un nastro, ndr) cominciai a denunciare all’esterno le gravi inadempienze in termini di sicurezza all’interno dell’area a caldo. Fui prima sospeso e poi relegato al magazzino generale, messo a tacere. Sono andato via ad ottobre 2018 e la situazione degli impianti era catastrofica. Quello che sta accadendo ora non mi sorprende affatto». Per De Marco «un caffè letterario è il sogno di ragazzo che si è realizzato. Ho tre dipendenti fissi e due stagionali. Vendo libri e vinili ma il mio è anche un wine bar e organizzo eventi culturali, dando tanto spazio ai giovani. Ai colleghi che mi chiedono se andare via dico di sì. Io non ci ho mai ripensato. Certo è complicato fare l’imprenditore, ma io voglio essere d’esempio. Si può vivere anche di altro».

Pierfrancesco Lafratta da operaio è diventato fotografo freelance. Lui nell’ambientalizzazione del siderurgico non ci ha mai creduto. «Una parola che è un’invenzione letteraria. Per bonificare bisognerebbe radere tutto al suolo, scavare 50 metri sotto e poi ricominciare a costruirci sopra. Il vero problema è che sono vent’anni che si sa quali fossero le condizioni dello stabilimento ma non c’è stata visione. I bulloni, per fare un esempio, quando mi occupavo delle scorte in magazzino, li ordinavamo al Nord. Qui al massimo c’era l’intermediario. Non siamo stati bravi a creare un indotto capace di camminare con le sue gambe, anche senza Ilva». Anche lui, come gli altri entrato nel siderurgico al posto del padre, ha sempre «pianificato vie di fuga». La nascita della figlia ha contribuito ad una scelta che definisce “di cuore”. «Ho investito nello studio e mi sono diplomato all’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma. Adesso insieme a due amici ho messo in piedi un un’associazione, Cinerapsodi, che ha sede a Porta Napoli. Lì teniamo incontri e ospitiamo chi come noi lavora come freelance».
Questa zona, a ridosso del porto, è diventata un punto di riferimento culturale, un avamposto artistico, simbolo dell’underground della città. Per tanto tempo, lavorando con le produzioni cinematografiche, Giovanni Faggiano, 44 anni, l’ha frequentata. Oggi ha abbandonato i set e fa l’autotrasportatore. «In Ilva sono stato 14 anni, cambiando vari reparti perché chiedevo sempre garanzie sulla sicurezza e il rispetto delle pratiche operative. Sono andato via tra i primi, nel 2018. Negli anni ho acquisito consapevolezza e per me era diventato insostenibile restare. Non avevo certezze ma protestavo per la chiusura e volevo sentirmi in pace con me stesso. Ho cominciato a lavorare fortuitamente nel cinema come assistente di produzione e nei call center, quando non c’erano film. È andata avanti per tre anni. Ora invece faccio l’autotrasportatore in giro per l’Italia, per un’azienda del posto che produce zanzariere. Una scelta, quella di andarmene, che rifarei cento volte. Sono contento della mia vita. Chi ha lavorato lì dentro lo sa, stanno allungando il brodo. Quella fabbrica ormai non esiste più».
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