Scelta responsabile e capitalismo: come Michelin ha messo radici
Dalle cité operaie alle tecnologie per ridurre l’impatto ambientale

Fino a che punto può spingersi il radicamento dell’industria nell’humus sociale e culturale del suo luogo di crescita? E simili radici possono propiziare un capitalismo originale, in virtù della ricchezza locale di quell’humus? Oltralpe, in proposito, pochi altri esempi sono così eloquenti come il rapporto unico che da oltre un secolo lega un gigante mondiale della mobilità alla più rurale e “introversa” delle regioni francesi. «Qui, si nasce, si vive e si muore al fianco di Michelin», amano ripetere da generazioni gli abitanti di Clermont-Ferrand, bel capoluogo di provincia segnato storicamente da edifici, come la svettante Cattedrale intitolata all’Assunta, costruiti con il basalto antracite della grande catena dei vulcani spenti d’Alvernia. Un paesaggio mozzafiato, soprattutto quando lo si contempla dall’alto del Puy de Dôme, cono vulcanico di eccezionale suggestione e antico sacrario, ormai raggiungibile grazie a una moderna navetta ferroviaria a cremagliera.
Ma dalla stessa vetta panoramica iconica, inclusa nel patrimonio mondiale dell’Unesco, è pure possibile intuire certe affinità fra l’epopea di Michelin e il territorio circostante. Un paesaggio ammirato ogni giorno pure dai dipendenti del colosso, che raggiunsero localmente un picco di 30mila negli anni Settanta, contro i 5mila all’epoca del primo decollo del marchio, all’inizio del Novecento.
Clermont è circondata da un’ottantina di crateri generati dal fuoco, prima di divenire amene destinazioni per lo svago delle famiglie. In proposito, presso il museo che ripercorre «L’Avventura Michelin», colpisce l’insistenza su quanto la casa ha saputo produrre di più simile a quei vulcani. Già davanti all’ingresso, si staglia un esemplare del “59/80R63”, ovvero il pneumatico più grande del mondo, largo 4 metri, per un peso di 5 tonnellate. Venduto a un prezzo di circa 30mila euro, equipaggia mastodontiche scavatrici in campo minerario. Proprio il settore a ridosso del fuoco terrestre. Senza contare che storicamente la svolta della commercializzazione a milioni dei pneumatici Michelin fu possibile grazie alla famosa “vulcanizzazione” a base di zolfo, per conferire elasticità al caucciù.
Per questa e per altre vie, visitando i siti produttivi storici del marchio, si può presto avvertire quell’osmosi viscerale che ha spinto la famiglia Michelin a non spostare mai la propria sede da Clermont, nonostante uno sviluppo oggi planetario. Un vero paradosso, soprattutto agli occhi degli altri colossi del capitalismo francese, i cui grattacieli svettano tutti rigorosamente attorno a Parigi, preferibilmente alla Défense, il frenetico quartiere direzionale più grande d’Europa. Non così per i responsabili di Michelin che si affacciano, da un elegante edificio curvo, basso e orizzontale, su una placida piazza verdeggiante e poco appariscente intitolata ai Carmelitani scalzi.
Ma quest’ultimo è un altro indizio non da poco. Lungo i secoli, la stessa piazza, posta su un’antica via romana, fu scelta da tanti ordini religiosi. E i Michelin, insediandosi negli stessi ettari, ne hanno fatto pure il simbolo della riconciliazione fra Clermont e Montferrand, le due anime storiche, a lungo in attrito, dello stesso capoluogo. In mezzo, con la sua rotondità, sta oggi pure lo stadio di rugby intitolato a Marcel Michelin, il membro della dinastia che morì nel 1945 da deportato a Buchenwald, pagando così l’impegno come partigiano.
Privi ancora di treni veloci (Tgv), ma ricchi di valori saldi. Così sono il Massiccio Centrale e l’Alvernia, storici baluardi cattolici dell’entroterra transalpino. In questo, un “pendant” della costiera Bretagna.
Il geniale Edouard Michelin (1859-1940), uno dei fondatori, tenne le redini del gruppo dopo la morte del fratello maggiore André (1853-1931). Aveva studiato per fare il pittore e il suo estro fu cruciale, come mostrano pure tante “trovate” rivoluzionarie. Fra queste, la scelta della mascotte Bibendum dalle forme tubolari, divenuta in fretta un fortunatissimo emblema, fino all’elezione nel 2017, negli Stati Uniti, fra le «icone del Millennio».
André aveva un profilo ben più tecnico, ma a saldarlo ad Edouard furono i valori cattolici familiari, divenuti un cardine del cosiddetto capitalismo «paternalista» coniato dai Michelin in Alvernia. Un attaccamento profondo all’essenza di una regione rurale che, di decennio in decennio, non ha più smesso di accompagnare lo sviluppo della casa. «In ogni cité operaia Michelin, non mancavano mai una chiesa, una scuola, orti, campi sportivi. Ancor oggi, la popolazione è molto legata a questo patrimonio architettonico unico. Anche attraverso i nomi delle strade, questi luoghi esprimono pure l’impegno dei Michelin nella fede, da ferventi cattolici», ci spiega Catherine Carton, incaricata di valorizzazione il patrimonio industriale di Clermont, riconosciuto pure da Parigi come un pezzo saliente di storia nazionale. Il comfort avveniristico di certe abitazioni divenne proverbiale. Tanto che oggi quelle rimesse in vendita vanno a ruba fra i ceti più agiati.
La rotondità dei vulcani d’Alvernia e quella della fede di una popolazione caparbia, pronta ad affrontare ogni anno inverni fra i più rigidi di Francia, si riflettono nelle tappe dell’eccezionale parabola dei Michelin, pronti ad affrontare ogni nuovo dilemma tecnico con uno spirito “agonistico” che ha fatto scuola. Rispetto a tanti concorrenti internazionali, fin dall’inizio, pure una rotondità all’insegna di un “servizio esteso” verso i clienti. Nacquero così le carte stradali Michelin e le famose guide con i ristoranti in cui conveniva mettersi a tavola, soprattutto durante i lunghi tempi d’attesa per una riparazione. Per arrivare a buon porto, i clienti di Michelin potevano telefonare a uno specifico ufficio predisposto per indicare l’itinerario migliore: un antesignano dell’attuale servizio online, fra i più gettonati.
Questo modo “a tutto tondo” di concepire l’imprenditoria e il progresso continua a contraddistinguere Clermont. François Michelin, alla guida del gruppo fra il 1955 e il 1999, parlava di «economia della scelta responsabile». In proposito, soleva dire: «Non vendiamo pneumatici, ma chilometri il più possibile sicuri e il meno possibile cari». Poi, chiariva: «È molto importante definire l’oggetto fabbricato in funzione del servizio offerto al cliente. Dietro a tutto questo, c’è un rapporto fra persone». La regola d’oro della buona industria? «Ciò che emerge dal basso, da chi lavora la materia con le proprie mani, è sempre più importante degli ordini che provengono dall’alto». Da qui, la costante di uno sforzo eccezionale nell’innovazione. Una ricerca di punta orientata anche al di là dello stretto campo dei pneumatici su strada, come mostra l’insistente impegno avveniristico sulle velature gonfiabili per navi, destinate soprattutto ad abbattere i consumi e l’impatto ecologico del trasporto marittimo.
In questo senso, un’eredità sottile sembra legare l’epopea industriale novecentesca in Alvernia e la stessa figura storica più geniale a cui Clermont diede i natali, come si può dedurre visitando in particolare il Museo Henri Lecoq, il più suggestivo della città. Qui, abbiamo avuto la fortuna di ammirare da vicino le celebri “pascaline”, le prime calcolatrici meccaniche della storia, concepite dal grande Blaise Pascal, a partire dal 1642, quando aveva appena 19 anni. Un exploit tecnico-scientifico compiuto non in nome di un progresso astratto, ma per aiutare concretamente il padre, a cui venne affidata una camera arbitrale nei contenziosi fiscali. Autentiche opere d’arte, le calcolatrici recano inciso l’Agnello pasquale, blasone ufficiale del filosofo-scienziato a cui nel 2023 è stata dedicata Sublimitas et Miseria Hominis, lettera apostolica di papa Francesco.
Curiosamente, la versione “portatile” della pascalina, la più celebre fra quelle esposte a Clermont, ha cinque “ruote”, proprio come il numero di pneumatici imbarcati tre secoli dopo sui veicoli equipaggiati dai Michelin, considerando la novità della ruota di scorta. Ma al Museo Henri Lecoq, si può pure scoprire che Pascal si interessò molto alla mobilità su ruota, sempre da precursore. Genio estremamente versatile, fu persino un imprenditore in questo campo, investendo in un servizio di carrozze urbane a Parigi. Fra l’altro, in ambito matematico, studiò a lungo la cicloide, celebre curva descritta da un punto su una circonferenza-ruota che avanza. Una curva ancora usata, fra l’altro, per creare piste e trampolini da ciclocross, skateboard o sci. Piste come quelle storiche di prova della Michelin, a forma di rampa, ancor oggi fra gli elementi più scenografici del paesaggio industriale di Clermont.
Corsi e ricorsi storici affascinanti, dunque. Tutta un’etica e un’estetica del fare e dell’avanzare con rotante precisione, all’insegna di un’ispirazione alta che tanto rima con i paesaggi dell’Alvernia di sempre. Così è nata pure una via originale all’economia, a tutto tondo, che non ha più smesso di fare strada.
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