Che fine fanno razzi e petardi scaduti

Ogni dispositivo pirotecnico è una promessa di sicurezza o divertimento con una data di scadenza precisa. Ma cosa succede quando scadono? Tra discariche a rischio e nuovi centri di distruzione, il lavoro del consorzio Co.Ge.Pir
April 13, 2026
Che fine fanno razzi e petardi scaduti
Un impianto per la raccolta di razzi di segnalazione scaduti
Fuochi d’artificio, certo. Ma anche razzi di segnalazione, antifurti nebbiogeni e dispositivi di sicurezza per navi e aerei. Il mondo dei prodotti pirotecnici è molto più ampio di quanto si immagini: «Sono tre le grandi famiglie di pirotecnici ed esplosivi», spiega Piervittorio Trebucchi, direttore generale del Consorzio Co.Ge.Pir. «Quella della segnalazione, soccorso e sicurezza; quella dei teatrali, usati per effetti scenici durante i concerti; e infine la pirotecnica da divertimento ». Una quantità di dispositivi che attraversa settori molto diversi: in edilizia, per esempio, esistono sparachiodi professionali che funzionano con cariche a base di polvere da sparo per fissare chiodi nel cemento armato. In ambito domestico, gli antifurti nebbiogeni – circa 100 mila installazioni l’anno – saturano un ambiente in pochi secondi, impedendo materialmente ai ladri di agire. Nei trasporti, invece, i dispositivi di sicurezza sono parte integrante delle dotazioni obbligatorie: fumogeni, razzi paracadute, lanciasagole. Fino al 2016, in Italia non esisteva una normativa per la gestione dei prodotti pirotecnici inutilizzati o scaduti. « Nelle dotazioni di bordo di navi e imbarcazioni ci sono dispositivi obbligatori – le cosiddette attrezzature Solas – e se ne vendono circa 600mila pezzi all’anno», spiega Trebucchi. « Ma, fortunatamente, le navi non naufragano tutti i giorni: la maggior parte di questi dispositivi non viene mai utilizzata e, una volta scaduta, per anni non c’è stata una regola chiara su come smaltirla».
A seconda della tipologia, hanno un ciclo di vita limitato, in genere tra i due e i sei anni, dopo i quali devono essere sostituiti, generando grandi quantità di materiale da gestire. Negli anni non sono mancati incidenti: prodotti gettati nei rifiuti urbani finiscono nei motocompattatori, provocando incendi ed esplosioni. « A Olbia, alcuni anni fa, una discarica prese fuoco per delle cartucce di segnalazione: un milione e mezzo di euro di danni causati da oggetti che costano poche decine di euro», racconta Trebucchi. Nel 2016 un decreto interministeriale introduce l’obbligo di recupero degli esplosivi inutilizzati o scaduti e l’anno successivo nasce il Consorzio Gestione Pirotecnici (Co.Ge.Pir.), su iniziativa di Confindustria Nautica e degli operatori del settore. Oggi il consorzio è stato ufficialmente riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica come soggetto di diritto privato con funzione pubblica ed è l’unico sistema in Italia dedicato alla gestione dei rifiuti pirotecnici.
Il settore è regolato da un doppio quadro normativo – ambientale e di pubblica sicurezza – che impone una filiera altamente specializzata, dalla raccolta al trasporto autorizzato fino allo stoccaggio e alla distruzione in impianti dedicati. L’adesione al sistema è obbligatoria per produttori e importatori che immettono questi articoli sul mercato e per legge sono tenuti anche al loro ritiro a fine vita, diventando di fatto punti di raccolta sul territorio. A questa rete si affiancano depositi autorizzati, utilizzati per la gestione dei materiali sequestrati. Solo nel 2025 oltre 9.000 chilogrammi di materiali sequestrati sono stati affidati al consorzio per la gestione e la distruzione. « Per lo smaltimento avevamo un impianto a Chieti, la Esplodenti Sabino, che ha chiuso dopo vicende giudiziarie», racconta Trebucchi. «Oggi ci appoggiamo a un impianto in Germania, ma abbiamo già acquistato un’area in Toscana che diventerà il deposito unico nazionale. L’obiettivo è ottenere le autorizzazioni per un impianto di distruzione, per quanto possibile meccanica».
Nel 2025 CoGePir ha raccolto e avviato a distruzione 51.426 chilogrammi di dispositivi pirotecnici, con un incremento del 28% in due anni. Un dato che riflette soprattutto il settore nautico: «Il parco imbarcazioni è sostanzialmente stabile: se la raccolta aumenta, significa che cresce la consapevolezza degli utenti rispetto ai rischi ambientali e di sicurezza ». Nonostante i progressi, una parte consistente del sistema resta fuori controllo. Per i dispositivi di segnalazione, soccorso e sicurezza, la percentuale di recupero si ferma intorno al 50%, mentre l’altra metà sfugge ancora alla tracciabilità. Le problematiche maggiori si concentrano nella pirotecnica da divertimento e da spettacolo, dove il rispetto delle norme è più difficile da far rispettare. «Qui diventa fondamentale il ruolo delle prefetture e delle forze dell’ordine».
«La distruzione in impianti autorizzati, con sistemi di abbattimento dei fumi, è importante dal punto di vista ambientale», conclude Trebucchi. « Ma il primo tema è la sicurezza pubblica. Molti di questi prodotti contengono esplosivi che possono essere modificati, estratti o manomessi per utilizzi impropri». Per questo è fondamentale tracciarne l’intero ciclo di vita: perché, se sfuggono al controllo, possono trasformarsi in un rischio concreto per la sicurezza pubblica.

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