Basta guardarla per stare meglio: la forza curativa della natura
Anche pochi secondi di contatto visivo con la natura migliorano concentrazione, riducono lo stress e diminuiscono gli errori. Integrare il verde in scuole, case e città, secondo i principi del design biofilico, può rendere le comunità più sane e persino ridurre la spesa sanitaria

A molti di noi, da studenti, è capitato almeno una volta di trovarsi a contemplare il verde del giardino scolastico al di là della finestra e, poiché ciò accadeva durante una lezione, di essere per questo richiamati dall’insegnante. Secondo uno studio americano, però, quella che molti educatori chiamavano (e probabilmente ancora chiamano) «distrazione», potrebbe essere, al contrario, un’efficacissima pratica di rigenerazione della mente. La ricerca in questione, basata su un esperimento condotto in alcuni istituti superiori dell’Illinois per capire se, e come, gli ambienti naturali visti alla finestra possono influenzare la funzione cognitiva e i livelli di preparazione di chi guarda, ha concluso che, sì: osservare la vegetazione esterna può portare a un miglioramento della concentrazione, alla riduzione dello stress e, in ultima analisi, a fare meno errori. Di converso – ma questo era già stato evidenziato da altri studi sulla correlazione tra le caratteristiche fisiche delle aule scolastiche e l’apprendimento -, guardare un’anonima parete senza finestre mentre si effettua un test può incidere negativamente sul rendimento.
Interessante, no? E il bello è che basta davvero poco: in base alle conclusioni di un’indagine australiana effettuata su gruppi di studenti universitari, sarebbero infatti sufficienti quaranta secondi di osservazione della vegetazione per superare la fatica mentale e recuperare la capacità di attenzione. Ma la connessione sensoriale con la natura può fare ben più di quanto immaginiamo per ciascuno di noi. A rammentarcelo è la biologa britannica Kathy Willis, docente di Biodiversità all’Università Oxford ed ex direttrice scientifica dei Royal Botanic Gardens di Kew, a Londra, nel suo libro La natura che cura. Perché vedere, annusare, toccare e ascoltare le piante ci rende più sani, felici, longevi, pubblicato in Italia da Aboca edizioni con traduzione di Teresa Albanese. Lo avevamo intuito da soli ma la scienza ce lo conferma: odorare, ascoltare e guardare la natura, persino in uno schermo del computer o in una fotografia, ci fa stare bene in tutti i sensi. Rispetto a quanto avviene con i paesaggi urbani, «l’interazione con l’ambiente naturale innesca nei nostri corpi processi fisiologici e psicologici che portano a ridurre i livelli di ansia, a velocizzare il recupero degli eventi stressanti e a migliorare il funzionamento cognitivo», precisa Willis nel documentatissimo volume.
Ma quali sono questi meccanismi? Che cosa succede davvero «nei nostri cervelli, nei nostri ormoni e nel nostro sistema immunitario, respiratorio e cardiovascolare quando interagiamo con le piante, e quali sensi sono attivati per scatenare queste reazioni»? E ancora, come possiamo usare questa conoscenza per cambiare il modo in cui integriamo la natura nella nostra quotidianità e nelle politiche pubbliche?
Alcune risposte arrivano dalla storia (da Platone ad Aristotele, dai paesaggi creati da Capability Brown allo Shinrin-yoku, il bagno di foresta giapponese, e molto altro) ma la maggior parte proviene dalle tante ricerche scientifiche internazionali che l’autrice illustra con il rigore della scienziata e la passione di chi ha fatto dell’osservazione della natura una forma di conoscenza e di cura. Ad emergere con forza dalla lettura del suo libro è la sorprendente semplicità con cui, partendo proprio dai fiori e dagli alberi, potremmo trasformare le nostre scuole — particolarmente nel contesto italiano —, le nostre case e le nostre città in luoghi più sani e sostenibili. Le nostre comunità diventerebbero più resilienti e serene e, non meno importante, si ridurrebbe in questo modo la spesa sanitaria.
Ecco, allora, che se il guardare le foglie arancioni degli alberi permette ai bambini di recuperare energia più in fretta ma, viceversa, provoca un’intensificazione dell’arousal emotivo dei pazienti con schizofrenia, la scelta degli alberi da piantumare dovrebbe concentrarsi (per ottenere i maggiori benefici) su specie diverse da un luogo all’altro; se annusare il fragrante aroma di una rosa fresca, o di olio di rosa, quando siamo alla guida ci fa sentire meno arrabbiati e più rilassati – lo ha concluso un recente studio inglese -, potrebbe essere una buona idea portare sempre con noi un po’ di olio essenziale alla rosa.
«Annusare rose fresche, anche solo per novanta secondi, ha un impatto positivo sugli indicatori fisiologici e psicologici dello stress nei nostri corpi», continua l’accademica inglese, che evidenzia anche come il respirare l’aroma del cipresso e del ginepro contribuisca a ridurre la frequenza cardiaca e i livelli degli ormoni dello stress, favorendo al contempo un aumento delle cellule NK (Natural Killer) nel sangue, responsabili della distruzione delle cellule infettate da virus e di quelle tumorali. Assai significativa è anche l’associazione positiva tra la salute cardiovascolare e la densità degli alberi emersa da un esperimento svolto in Canada, «per cui chi viveva in zona con un maggior numero di alberi sul marciapiede mostrava una percentuale inferiore di patologie cardiometaboliche».
Grazie certamente agli anni vissuti tra quel tesoro di biodiversità che sono i Royal Botanic Gardens, Kathy Willis è oggi perfettamente consapevole che «abbiamo bisogno della natura più di quanto lei abbia bisogno di noi»: per questo suggerisce di «circondarci di essa, non solo per i benefici materiali che può offrire, ma anche per l’influsso positivo che può avere sul nostro benessere fisico e mentale», provando ad incorporare, ad esempio, anche «elementi naturali nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo», come prevedono i principi del design biofilico. «È giunta l’ora di smettere di pensare alla natura come a un gradevole extra, in fondo alla lista delle priorità dello sviluppo infrastrutturale», è la saggia conclusione. «Dobbiamo vederla come un aspetto essenziale nel fornire salute e benessere a molteplici benefici alle persone che vivranno, lavoreranno e andranno a scuola in questi nuovi assetti cittadini». Entro il 2050, infatti, il 70% di noi vivrà in ambienti urbani: gli amministratori e i decisori devono rendersene conto in fretta e agire. È troppo tardi per voltarsi dall’altra parte: le città devono restare luoghi sani per la nostra salute e il nostro benessere.
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