Effetto caro-carburante, scatta la protesta nel Vecchio continente. «Fermiamo i camion»
di Cinzia Arena
Le proteste infiammano l'Europa e anche in Italia cresce il disagio. Il coordinamento delle associazioni Unatras: rincari del 6-7%, a conti fatti 9mila euro l'anno per ogni mezzo

Pronti a fermare i tir nelle piazzole: viaggiare lungo la Penisola a queste condizioni è insostenibile. Gli autotrasportatori reclamano a gran voce misure di equità per arginare un caro-carburante che rischia di ridurli sul lastrico mentre la politica sta a guardare. In Europa la protesta è esplosa da una settimana: in Irlanda gli autotrasportatori sono scesi in piazza paralizzando il traffico a Dublino e denunciando la carenza di gasolio ai distributori, scene simili anche ad Oslo, nonostante la Norvegia sia uno dei principali produttori di petrolio e in Francia, dove i camion hanno paralizzato l’autostrada nei pressi di Nantes.
Le associazioni di categoria in Italia si muovono in maniera sparsa ma con un obiettivo comune: far sentire la propria voce e sensibilizzare l’opinione pubblica. Siamo sul baratro di una nuova ondata di inflazione, è il senso della protesta, perché se trasportare le merci, che in Italia viaggiano ancora all’88% su gomma (la media Ue è del 78% secondo i dati Eurostat), è automatico che le ripercussioni saranno immediate sui prezzi allo scaffale, soprattutto per i beni alimentari e di prima necessità. La situazione è fuori controllo e gli interventi tampone non bastano. Una serie di concause ha determinato l’aumento dei costi operativi con i margini ridotti all’osso per l’aggressività dei committenti che non vogliono alzare i compensi per il trasporto. L’impatto del carburante prima della crisi era circa il 30-35% dei costi aziendali, la seconda voce più rilevante dopo il personale, lo scoppio del conflitto in Iran ha prodotto un aumento medio del 6-7%.
Unatras, il coordinamento delle associazioni che rappresenta circa il 90% delle aziende (dei tre sotto-ambiti Artigianato, Commercio e Cooperative) sta valutando il blocco dei servizi. Lo scorso week-end si sono tenute diverse assemblee sul territorio per decidere le modalità della protesta ma sarà venerdì, quando si riunirà a Roma il Comitato esecutivo fatto da trenta persone, che verrà presa la decisione finale. «Se non ci saranno risposte dal governo, la nostra intenzione è di fare una mobilitazione bianca fermando i camion – spiega il segretario generale Sergio Lo Monte –. Siamo una categoria dimenticata. Oggi il settore conta circa 100mila imprese, di queste il 92% sono pmi con meno di sei veicoli. Tutte si trovano in difficoltà per l’aumento dei prezzi del carburante che ha eroso la liquidità. L’unica alternativa sarebbe riversare gli aumenti sui committenti e quindi sui consumatori finali, ma noi non vogliamo farlo. Viaggiare è diventato troppo costoso, conviene stare fermi». Unatras stima per un mezzo pesante un extracosto di 9mila euro all’anno in base all’aumento del gasolio che da giorni è fisso a quota 2,1 euro e tutto lascia presagire che la crisi energetica durerà ancora a lungo. La mobilitazione generale riguarderà tutte le imprese, dai padroncini alle grandi realtà, ed è legata all’atteggiamento irresponsabile della committenza e alla speculazione, che «sfrutta la situazione di difficoltà per incrementare i guadagni» e dalla mancanza di attenzione da parte del governo. Nonostante le promesse fatte dal ministro Urso al momento non ci sono stati provvedimenti concreti.
Trasportounito, altra associazione di categoria, è stata la prima a mobilitarsi proclamando uno sciopero nazionale di sei giorni: dal 20 al 25 aprile, stessa modalità per il Comitato Trasporto Siciliano in sciopero da oggi al 18 aprile. Il presidente di Trasportounito Franco Pensiero parla di «un’assoluta emergenza, causata dal rincaro fuori controllo del carburante che incide in modo letale su bilanci già fragilissimi delle imprese di autotrasporto». La Commissione di garanzia sugli scioperi ha invitato l’associazione a revocare lo sciopero o a riformulare l’azione collettiva, per violazione della regola del preavviso minimo e mancato rispetto della regola della rarefazione, ma secondo gli organizzatori il blocco dei tir non rientra nella disciplina dello sciopero nei servizi pubblici essenziali.
Ancora più pessimista un’altra associazione, Ruote Libere. La presidente Cinzia Fraschini non nasconde che la situazione sia esplosiva: «Il carburante rischia di arrivare rapidamente a tre euro al litro e nel giro di poche settimane potremmo ritrovarci di fronte ad una scarsità di prodotto». In queste condizioni i tir si fermeranno non per protesta ma per «impossibilità economica» trascinando nel baratro intere filiere produttive.
Sono due le norme contestate dalla categoria. Il taglio delle accise di 20 centesimi, scattato il 19 marzo e previsto al momento sino al 1 maggio, e il credito d’imposta annunciato (pari al 28% per le spese in carburante sostenute dalla categoria) non sono andati di pari passo. «Il meccanismo è semplice ma estremamente penalizzante – spiega Claudio Villa del gruppo Federtrasporti – gli autotrasportatori beneficiano per legge di un rimborso sulle accise pagate sul gasolio professionale». La riduzione delle accise per tutti però «viene sottratta dal rimborso» producendo un effetto paradossale: ciò che viene dato da un lato viene tolto dall’altro. A ciò si aggiunge che il taglio delle accise è stato subito “riassorbito” dal mercato e l’effetto sul prezzo finale è stato inesistente. Il credito d’imposta per il carburante è stato in realtà finanziato solo per i primi 20 giorni con 100 milioni di euro. «Le imprese sono allo stremo – aggiunge Lo Monte – e non hanno ricevuto risposte né segnali. Chiediamo una misura riparativa. Sia chiaro che noi non siamo contrari al taglio delle accise per tutti, anzi, ma servono anche misure settoriali per garantire la continuità operativa perché così non riusciamo a lavorare».
Il viceministro Edoardo Rixi interviene a difesa della categoria ma “inoltra” la questione all’Europa. «Il prezzo del gasolio stabilmente sopra i due euro l’autotrasporto lavora in perdita – sottolinea – l’autotrasporto lavora in perdita. Il rischio concreto è un effetto domino sull’inflazione a partire dai beni di necessità. Il patto di stabilità così com’è non regge più perché impedisce agli Stati di reagire ad una crisi energetica di dimensioni straordinarie». L’Europa insomma non può far finta di niente secondo Rixi, negli anni ‘70 durante la crisi petrolifera si scelse di cambiare rotta oggi invece «si resta anchilosati dentro regole ormai fuori dal tempo».
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