L'omicidio di Massa e noi: non c'è vera libertà senza responsabilità
Un gruppo di ragazzi ha ucciso un adulto che aveva rivolto una legittima richiesta di cittadino: «Non gettate bicchieri contro la vetrina». In gioco non c'è solo la sicurezza delle nostre città, c'è anche la nostra idea di democrazia
L’omicidio di sabato a Massa, di Giacomo Buongiorni, non è solo un delitto: è uno specchio. Riflette una crepa che attraversa da tempo le nostre vite e che continuiamo a ignorare. In questa morte resta ferito anche l’esercizio della responsabilità civile. «Non gettate quei bicchieri contro la vetrina» ha chiesto Giacomo a un gruppo di giovani. Non una parola da eroe, ma una legittima richiesta di cittadino.
In quella notte si sono scontrate con violenza una libertà oscura, delirante, e una responsabilità civile luminosa. Da lì arriva una ferita che può frenare l’esercizio della cittadinanza: la prossima volta che vedrò un comportamento scorretto, interverrò? E se mi succedesse come a Giacomo? È un colpo duro alla pratica della responsabilità. Per molto tempo abbiamo pronunciato la parola libertà come se bastasse da sola, caricandola di desideri, diritti, identità. Ma abbiamo smesso di affiancarle il suo valore gemello: la responsabilità. Due lati di un unico valore che nasce nella coscienza e dovrebbe essere educato dalla famiglia, per trovare poi nella scuola e nella società riconoscimento e rinforzo.
Senza responsabilità, la libertà si svuota e si deforma, fino a snaturarsi. Non è un discorso astratto: quando viene vissuta come spazio illimitato, come assenza di vincoli, accade qualcosa di preciso: l’altro scompare. Non fisicamente, ma come limite, riferimento, equilibrio. Così il confine tra diritto e pretesa si dissolve, nelle relazioni tra persone come tra Stati. È in questa zona grigia che maturano le fratture più profonde. Crescono nel tempo, dentro una cultura che fatica a riconoscere il valore dei limiti e percepisce la responsabilità come un’imposizione da aggirare. Così il rispetto diventa opzionale, la regola negoziabile, l’altro sacrificabile. L’omicidio di Massa irrompe in questo scenario. Non lo spiega, ma lo rende impossibile da ignorare.
Quando la libertà perde il legame con la responsabilità, lo spazio comune diventa terreno di scontro e la convivenza cede alla sopraffazione. Ma c’è di più. Quando la responsabilità arretra, può avanzare anche il controllo, presentato come rimedio. Se le persone non si percepiscono più responsabili, qualcuno proverà a sostituirsi con regole più rigide e verifiche più invasive. È una dinamica quasi automatica: meno responsabilità interna, più controllo esterno. È un’invocazione che si ripete dopo questi eventi, ma non è la via maestra per la loro soluzione. Qui, infatti, si tocca il destino della democrazia. Quando il controllo prende il posto della responsabilità e la punizione diventa il linguaggio prevalente, la democrazia non crolla: si svuota. Mantiene le forme, ma perde la sostanza. Una democrazia fondata sul sospetto si irrigidisce. I cittadini smettono di fidarsi: diffidenza e timore crescono. Il cittadino diventa un problema da prevenire, monitorare, contenere.
È così che prende forma una torsione autoritaria: non come rottura evidente, ma come slittamento progressivo. Più controllo, meno fiducia. E senza fiducia non regge nulla: né istituzioni, né comunità, né legami. La fiducia è il fondamento invisibile della convivenza. Nella notte di Massa c’è un’immagine che non possiamo aggirare: lo sguardo di un figlio di undici anni che vede uccidere il padre. È da lì che dobbiamo guardare tutto il resto. In quello sguardo c’è uno shock che incrina l’idea stessa di ordine e protezione. E una domanda può emergere: posso ancora fidarmi? Se la risposta della società è solo rabbia, punizione, richiesta di controllo, quel bambino — e altri come lui — cresceranno in un mondo in cui la paura diventa linguaggio comune.
Se vogliamo essere davvero solidali con quel dolore dobbiamo custodire qualcosa di più difficile: difendere, anche dentro questa ferita, la possibilità della fiducia. Possiamo fare nostra la risposta di Chiara Mocchi, la professoressa accoltellata da un suo alunno. «Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte». Non è ingenuità, ma un atto radicale di responsabilità: rifiutare che il male generi altro male. Nessuna ingiustizia subita autorizza a compierne una nuova. È qui lo scarto decisivo. Una democrazia vive solo se tiene insieme giustizia e umanità, regola e fiducia, libertà e responsabilità. Se prevale la logica del sospetto e del controllo, anche le migliori istituzioni diventano gusci vuoti. Essere solidali con quel bambino significa lavorare perché il mondo in cui crescerà non sia governato dalla paura. Significa non cedere all’odio. Continuare a credere che la libertà, per non distruggere, debba riconoscere il suo limite nell’altro. Educarla come indissolubile dalla responsabilità. È una scelta esigente, ma è l’unica che impedisce a quella notte di diventare un destino.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






