«Vi racconto mio papà, che aiutò gli ebrei e pagò con la vita. Oggi per la Chiesa è beato»
di Luigi Lamma
Paola è figlia di Odoardo Focherini, portato via dalla sua amata famiglia. Era l'amministratore de "L'Avvenire d'Italia", cresciuto nell'Azione Cattolica. Finì a Fossoli di Carpi e poi morì nel campo di concentramento di Flossenburg. «Mamma non ci ha mai detto chi lo arrestò: non voleva che odiassimo»

«Non ho mai saputo chi fosse il responsabile dell’arresto di mio padre perché la mamma non voleva che noi odiassimo». Chi parla è la figlia Paola e quel padre è Odoardo Focherini, nato a Carpi nel 1907 in una famiglia di origini trentine, della Val di Peio, di professione assicuratore, giornalista per passione, quando venne arrestato nell’ospedale della cittadina emiliana, l’11 marzo 1944, era anche il Consigliere Mandatario, ovvero l’amministratore, del quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia che aveva sede a Bologna. Un fedele laico a tutto tondo, cresciuto nell’Azione Cattolica seguendo la regola, “preghiera, azione, sacrificio” e con amici assai speciali come don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia.
Sposo fedele e padre amorevole, nel 1930, si unì in matrimonio con una giovane, Maria Marchesi, anch’essa originaria del Trentino, della Val di Non, per realizzare il sogno di una famiglia cristiana aperta alla vita. In pochi anni dall’amore di Odoardo e Maria vennero al mondo ben sette figli Olga, Maddalena, Attilio, Rodolfo, Gianna, Carla e Paola. Quel giorno, l’11 marzo 1944, alla mattina, come sempre con una gran festa, salutarono il “babbo” che andava al lavoro ma non lo videro più ritornare. Inizia così un tempo di straziante attesa, animato dall’incrollabile speranza che prima o poi tutto si sarebbe chiarito e il ragionier Focherini avrebbe potuto riabbracciare la moglie e i figli, sarebbe ritornato al suo lavoro e al suo servizio per il quotidiano cattolico. Passano le settimane prima nel carcere di Bologna, poi il trasferimento nel campo di Fossoli di Carpi, dove attraverso il filo spinato delle recinzioni, rivede la sua Maria da lontano.
Qui, nel mese di luglio, viene risparmiato dall’eccidio di 67 oppositori politici giustiziati dai nazisti, al vicino poligono di tiro e si prodiga per salvare l’amico, anche lui futuro martire, Teresio Olivelli. Passa l’estate e arriva il giorno dell’ultimo appello che porta sul treno diretto a nord, prima una breve sosta nel campo di Gries (Bolzano) e poi da lì, la destinazione finale che nessuna mediazione riuscì ad evitare, il campo di concentramento di Flossenburg, collegato al terribile campo di lavoro di Hersbruck. Qui con l’arrivo del generale inverno, complice il deteriorarsi delle condizioni di salute, colpito da una setticemia, Focherini morì il 27 dicembre 1944, non prima di aver lasciato un breve testamento spirituale raccolto e trascritto dagli amici che lo avevano assistito.
Poche parole che a rileggerle oggi commuovono e rendono con efficacia lo spirito che ha sorretto in questa prova l’uomo e il cristiano: «I miei figli… voglio prima vederli, tuttavia, accetta o Signore anche questo sacrificio e custodiscili tu, insieme a mia moglie e a tutti i miei cari. Dichiaro di morire nella più pura fede Cattolica, Apostolica, Romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica e per il ritorno della pace nel mondo. Vi prego di riferire a mia moglie, che le sono sempre stato fedele, che l’ho sempre pensata, e sempre intensamente amata».
«I miei figli voglio prima rivederli…». Allo stesso modo il desiderio di quei figli di rivedere il loro “babbo”, è stata una ferita rimasta sempre aperta, per tutta l’esistenza, da quella mattina dell’11 marzo 1944 fino al termine della loro vita quando l’atteso incontro sarà avvenuto nella dimensione dell’eternità. La prima domanda rimasta sospesa nel vuoto della giustizia sommaria di allora è stata: perché? Per quale reato? Non c’è traccia nei documenti ufficiali ma ciò che è certo riguarda il suo coinvolgimento nel quotidiano cattolico assai poco incline ad assecondare i diktat del regime fascista, ed il suo contributo alla rete presente sul territorio modenese per il salvataggio degli ebrei, aiutati a fuggire dall’Italia verso la Svizzera.
Un’attività che si era allargata con l’aumento delle richieste di soccorso e quindi dei soccorritori. Oggi di quei piccoli testimoni è rimasta solo Paola, classe 1943, a poter raccontare, la storia di Odoardo Focherini, messa insieme attraverso le parole della mamma Maria e il ricordo dei fratellini poco più grandi di lei. «Io non ho ricordi diretti, ho vissuto del ricordo del mio dolore. Il resto è tutto quello che mi hanno detto la mamma e i miei fratelli. Ho 82 anni e da 80 soffro della mancanza del babbo. È un vuoto incolmabile. Il babbo in casa c’era. Non c’era perché era morto. Era presente grazie alla mamma che ci ha educato e non ci ha fatto mai pesare questa assenza».
Per tanti anni la signora Maria ha custodito il ricordo del marito e affrontato il dolore dei figli educandoli all’amore e al perdono. «Mio padre non era un eroe – ci tiene a sottolineare Paola -, ma semplicemente un cristiano. Un cristiano coerente. A questo lui ci teneva tantissimo. Ha sempre condiviso le sue scelte con la mamma, compresa la delicata opera di aiuto per salvare gli ebrei». Una storia quella di Odoardo e Maria Focherini che non è solo tramandata dai familiari, ma anche da una raccolta di 166 lettere scritte dai campi di prigionia. Paola conserva con grande devozione i contenuti di queste “reliquie”, specie quelle dove il “babbo” si rivolge ai figli e alla moglie: «Ti sono vicino con il cuore, con il pensiero, con il desiderio. Non siamo mai stati così intimamente uniti come ora che siamo così lontani. Sappi che penso molto di più a te e ai nostri figli che a me stesso». Ai suoi bambini Odoardo scrive con un linguaggio allegro, proponendo piccoli quiz sui luoghi attraversati durante i vari spostamenti. A completare l’originalità di questo dialogo a distanza solo qualche anno fa sono emerse anche le lettere scritte dalla moglie Maria al marito, ma mai giunte a destinazione, sono state pubblicate in un volume a cura della nipote Maria Peri.
«Con la morte del “babbo” la mamma si ritrovò con una famiglia numerosa, tante bocche da sfamare e da far studiare. Non mancarono gli aiuti, discreti e nascosti delle persone semplici, dei veri amici di famiglia, a Carpi, all’Avvenire, come quelli delle Valli trentine dove siamo sempre ritornati per le nostre vacanze. Sia a Rumo che a Peio siamo stati molto aiutati», afferma Paola. I ricordi e le onorificenze solo in parte hanno colmato il vuoto e lenito la ferita di una vita trascorsa senza aver potuto conoscere il proprio “babbo”. Paola negli anni ha portato la sua testimonianza in innumerevoli incontri. Nel tempo, gradualmente, la ferita provocata da ciò di cui è stata privata, ha lasciato il posto ad una maggiore serenità, nella comprensione del valore altissimo e attualissimo del gesto del “babbo” alla luce della fede, perché: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
Nel 2013 Odoardo Focherini viene proclamato beato. Nel giugno scorso nella Cattedrale di Carpi, è stato dedicato un altare al Beato Focherini e la reliquia principale posta alla devozione dei fedeli è la fede nuziale. Il segno più luminoso della promessa dell’amore eterno degli sposi tra loro in Dio. Lui Beato, loro due santi della porta accanto.
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