Chiesa e Intelligenza artificiale, qui ci vuole un pensiero

Il Messaggio di papa Leone per la prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali esplora i numerosi scenari aperti dall’irrompere delle tecnologie algoritmiche nella nostra vita. E la Chiesa cosa fa? Ne parliamo col vescovo di Verona Domenico Pompili, giornalista e presidente della Commissione Cei per la Comunicazione e la Cultura
January 27, 2026
Chiesa e Intelligenza artificiale, qui ci vuole un pensiero
FILE PHOTO: Semiconductor chips are seen on a circuit board of a computer in this illustration picture taken February 25, 2022. REUTERS/Florence Lo/Illustration/File Photo
Cosa sta succedendo alla nostra società con il rapidissimo espandersi dell’intelligenza artificiale (IA)? E la Chiesa, a quale impegno è attesa da questa nuova rivoluzione certo non solo tecnologica? Il Messaggio di papa Leone per la prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali ("Custodire voci e volti umani") apre numerosi fronti. Ne esploriamo alcuni insieme al vescovo di Verona Domenico Pompili, presidente della Commissione episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali.
Su ciò che l’IA sta mettendo in movimento il Papa offre uno sguardo realistico e, insieme, motivante per cogliere le sfide culturali ed educative di questo “cambiamento d’epoca”. Quali aspetti vanno colti nelle sue parole?
Leone XIV mette in evidenza una differenza fondamentale tra l’uomo e la macchina. Sembra scontato, ma le tecnologie digitali, pervasive e trasparenti, poco alla volta hanno reso la distinzione meno evidente. Quante nostre scelte sono pensate? E quante sono dettate da computazione e algoritmi? Il Messaggio sintetizza e mette a sistema problemi emersi negli ultimi mesi: chatbot e influencer virtuali, capaci di imitare relazioni umane, che creano illusioni di amicizia e manipolano opinioni; le cosiddette “allucinazioni” dell’IA – risposte plausibili ma errate – che richiedono un forte impegno di fact checking e verifica delle fonti; la concentrazione del potere in poche aziende che controllano gli algoritmi decisivi per l’opinione pubblica.
Il vescovo di Verona monsignor Domenico Pompili
Il vescovo di Verona monsignor Domenico Pompili
Colpisce il passaggio in cui il Papa definisce “sacri” i volti e le voci: cosa legge in questa sottolineatura? Tutta la società, e non solo i comunicatori, è spinta da Leone a custodire ciò che ci rende umani al cospetto di una rivoluzione che si presenta come non solo tecnologica ma anche antropologica. Cosa va “messo in salvo” oggi, e come?
Il Papa suscita la domanda scomoda su quanto siamo padroni delle tecnologie che maneggiamo oppure se stiamo diventandone servo-meccanismi, più o meno consapevoli. Per questo il testo pone l’accento su “volto” e “voce” come doni divini, come segni unici della nostra identità e dignità. A porre la sfida maggiore è l’intelligenza artificiale: se viene usata senza discernimento, rischia di condurre le persone nella condizione di semplici consumatori di contenuti “non pensati”, indebolendo il pensiero critico, la creatività e la responsabilità personale. Bisogna tenere conto che l’intelligenza artificiale non è fatta soltanto dai chatbot ma anche dalle tecnologie che governano cosa vediamo o non vediamo sui social network o nelle vetrine del commercio online. Senza mezzi termini, papa Leone afferma il rischio di una vera e propria riscrittura della realtà e della storia. Perfino della stessa storia della Chiesa (sic!).
L’agenda tracciata dal Papa nei diversi paragrafi del messaggio cosa dice in particolare alla Chiesa?
Dice che c’è da mettere in campo un impegno esigente. “Custodire volti e voci umani” vuol dire avviare una nuova stagione di consapevolezza. Ciò non equivale ad assumere toni apocalittici. Siamo di fronte a un “farmakon”. Per un lato massimizza alcune funzioni, per un altro, quasi fossero degli effetti collaterali, minimizza alcune dimensioni umane (libertà, coscienza, finalità).
Cosa ha senso che facciano diocesi, parrocchie, scuole cattoliche, centri culturali, per affrontare su posizioni di avanguardia la nuova rivoluzione che è già tra noi?
Di sicuro uscire da una visione ingenua e passiva, a volte subalterna. Già nel 2010 in occasione del convegno Cei “Testimoni digitali” si disse che occorreva “abitare la Rete” senza complessi e senza pretese. Si tratta di linguaggi e non di semplici strumenti. Dunque, non vanno ritenuti “neutrali” perché creano un ambiente che condiziona e plasma l’umano. Di fronte a questa crescita esponenziale del mondo digitale occorre un più forte coinvolgimento dei cattolici nel digitale, sulla scorta di quanto accade nella dimensione politica o sociale.
Le famiglie come possono educare i propri figli a non subire l’impatto dell’IA, che ai più giovani si presenta con potenzialità e promesse immense?
Non è semplice, e non solo perché spesso gli adulti comprendono le tecnologie meno dei ragazzi, ma anche perché gli stessi genitori sono pessimi esempi. Come si può essere adulti credibili, ad esempio, nel porre limiti all’uso dello smartphone quando si scorrono i feed e si controllano le notifiche continuamente? La strada giusta potrebbe essere quella di mettersi tutti in discussione, riconoscere automatismi e dipendenze e costruire insieme un uso consapevole nel quale si potrebbero anche rovesciare i ruoli, consentendo qualche volta ai più giovani di educare le generazioni più mature. I primi possono offrire le proprie antenne sul futuro, i secondi l’esperienza e un po’ di saggezza acquisita.
Veniamo agli operatori della comunicazione: cosa dovrebbero tenersi a mente del messaggio di papa Leone?
Per gli operatori della comunicazione la provocazione del Papa è relativa alla dignità della persona. In fondo è un richiamo ai principi deontologici che il giornalismo di qualità adotta da sempre. Il punto è che oggi non c’è solo la comunicazione professionale. Tutti siamo comunicatori. E allora dobbiamo lasciarci guidare dall’idea che ogni contenuto prodotto o diffuso deve rispettare la privacy e l’identità dei soggetti, evitando deep fake, abusi, manipolazioni. È fondamentale segnalare quando un testo, un’immagine o un video è stato generato dall’intelligenza artificiale, così da preservare la trasparenza e la fiducia del pubblico. Gli operatori professionali devono coltivare un di più di pensiero critico: verificare le fonti, evitare contenuti ingannevoli, sentire la responsabilità di informare.
Cosa vede nella scelta dei tre “pilastri” – “responsabilità, cooperazione, educazione – indicati dal Papa per una alleanza con i nuovi strumenti della conoscenza e della comunicazione?
Ciascuno di questi elementi colma una lacuna cruciale. Responsabilità richiama la necessità di un’etica consapevole: chi crea, distribuisce o utilizza contenuti deve garantire trasparenza e assumersi le conseguenze delle eventuali manipolazioni. Altrimenti gli strumenti di conoscenza rischiano di diventare armi di disinformazione. La cooperazione è necessaria perché nessun attore – né le aziende tecnologiche, né le istituzioni, né i media, né le autorità pubbliche – può affrontare da solo le implicazioni socioculturali dell’IA. Un dialogo aperto tra questi settori permette di definire standard comuni, condividere buone pratiche e creare normative che tutelino la dignità umana senza soffocare l’innovazione. L’educazione, infine, è il ponte che rende sostenibili gli altri due pilastri: solo formando cittadini, giornalisti, catechisti e giovani a leggere criticamente i media, a riconoscere bias algoritmici e a comprendere i meccanismi dell’IA si costruisce una popolazione capace di abitare questi linguaggi in modo consapevole e creativo.
In particolare, i social sono diventati un’arena nella quale neppure i credenti sembrano sottrarsi a un confronto aspro, anzi. Come uscire da questa polarizzazione, che l’IA certo non disinnesca?
Bisogna comprendere perché accade. Il punto è che gli algoritmi mettono in evidenza un certo genere di contenuti, di solito cose che fanno arrabbiare o indignare. E questo perché le piattaforme commerciali non sono piazze neutrali: hanno lo scopo di trattenere le persone il più a lungo possibile e certi discorsi lo fanno meglio di altri. È un esempio della capacità distorsiva degli algoritmi. Quanti leoni da tastiera, in altri contesti, paiono del tutto diversi? Aiutare gli utenti a comprendere questi meccanismi sarebbe un passo in avanti. Insieme a una scelta più consapevole delle piattaforme e del tempo da investire in esse.

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