Roseline e Nassera, “sorelle di dolore” «Ma l’amore è più grande delle ferite»
di Pierbattista Pizzaballa, cardinale patriarca di Gerusalemme
Il sorprendente racconto di un cammino di riconciliazione diventa occasione per riflettere sulla capacità di mettersi in ascolto della sofferenza dell’altro: «Dimostra che l’amore
è più forte della morte»

Sarà il dialogo tra Roseline Hamel e Nassera Kermiche quest’anno ad aprire il Meeting di Rimini (21-26 agosto): le due donne porteranno la testimonianza di un dialogo coltivato al di là delle ferite, del lutto, della tragedia. La loro vicenda è legata a padre Jacques Hamel, sacerdote francese di 85 anni, che fu ucciso il 26 luglio 2016 nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, mentre celebrava la Messa. Attualmente è in corso la causa di beatificazione di padre Hamel, ma da questa vicenda è nato anche un altro seme di speranza: l’inaspettata amicizia, appunto, tra la sorella di padre Hamel, Roseline, e la madre di uno degli attentatori, Nassera. Mettendosi nei panni della mamma dell’assassino, Roseline ha deciso di cercare l’altra donna, che nel frattempo sentiva il desiderio di chiedere perdono. Da quell’incontro è nato un progetto condiviso: portare in incontri pubblici, soprattutto nelle scuole, in mezzo agli adolescenti, la testimonianza di come si possa coltivare il dialogo anche in tragedie così grandi. La loro storia è narrata nel libro “Sorelle di dolore” (Ares e Lev, 200 pagine, 18 euro) di cui pubblichiamo di seguito un estratto della prefazione firmata dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme.

Ci sono storie che nascono da una frattura irreparabile. Non cercano spiegazioni, non offrono soluzioni immediate. Nascono da una ferita che resta aperta e che, proprio per questo, interroga profondamente chi incontra. Sorelle di dolore è una di queste storie. È il racconto di ciò che accade quando il dolore non viene rimosso né negato, ma attraversato. Quando non si chiude in sé stesso, ma diventa spazio di incontro. Quando, contro ogni logica, apre una via possibile alla speranza. La morte violenta di una persona amata lascia sempre dietro di sé macerie: affetti spezzati, domande senza risposta, un senso di ingiustizia che fatica a trovare pace. In alcuni casi, però, quella morte non resta confinata nell’intimità familiare. Entra nella storia collettiva, diventa simbolo, scandalo, ferita sociale. È allora che il dolore rischia di essere esposto, giudicato, strumentalizzato. Eppure, è proprio lì che può emergere qualcosa di inatteso: un gesto, una parola, un incontro che rifiutano l’odio come risposta obbligata.
Questa è la storia di due donne che non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Due destini che la violenza ha incrociato nel modo più tragico possibile. Roseline ha perso il fratello, padre Jacques Hamel, assassinato nella sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray il 26 luglio 2016. Nassera ha perso il figlio, Adel, uno dei due giovani responsabili di quell’assassinio. Due dolori diversi, eppure ugualmente assoluti. Due solitudini che sarebbero potute restare paralizzate, condannate al silenzio o alla rabbia. E invece, contro ogni previsione, tra queste due donne nasce un legame. Non immediato, non facile, non privo di timore. Un legame che non cancella nulla di ciò che è accaduto, ma che rifiuta di ridurre l’altro al suo atto peggiore. La domanda che Roseline si pone – «Se fossi la madre del ragazzo che ha ucciso mio fratello, quanto soffrirei?» – segna una svolta. Non è una domanda ingenua né consolatoria. È una domanda che scava, che espone alla vulnerabilità, che costringe a guardare il dolore dell’altro senza difese. Da quel momento prende forma un cammino di riconciliazione che non ha nulla di astratto. È fatto di parole pronunciate con fatica, di silenzi, di incontri carichi di emozione. È un cammino spirituale nel senso più concreto del termine, perché riguarda il modo in cui ciascuno sceglie di stare al mondo dopo una tragedia. Non si tratta di dimenticare né di giustificare, ma di non lasciare che la morte abbia l’ultima parola sulle relazioni umane.
Il cuore di questo libro non è il martirio di padre Jacques Hamel né la radicalizzazione di Adel, pur restando eventi centrali e dolorosamente reali. Il cuore del libro è ciò che accade dopo. È l’umanità che resiste sotto le macerie, la possibilità di riconoscere nell’altro non solo una colpa o una perdita, ma una sofferenza che chiede di essere vista. Roseline e Nassera diventano così, nel tempo, sorelle di dolore: non perché condividano la stessa storia, ma perché scelgono di non attraversarla da sole. Anche nella Terra dove abito da tanti anni, quella Terra Santa resa tale dalla presenza di Dio e dalla sofferenza di troppi innocenti, vi sono fratelli e sorelle “di dolore”. Uomini e donne, padri e madri appartenenti a popoli diversi e religioni differenti, che hanno subìto lutti enormi, figli o padri, fratelli o madri uccisi come innocenti. Ma essi sanno rigettare l’idea secondo cui la sofferenza vissuta debba necessariamente trasformarsi in un’avversione automatica all’altro.
Sul fondo, discreta ma presente, emerge la luce della Parola di Dio. Non come discorso teorico, ma come esperienza vissuta. «Forte come la morte è l’amore» ( Ct 8,6) non è una dichiarazione astratta, ma una verità che prende carne in scelte concrete. Roseline e Nassera non parlano di fede per convincere, ma per testimoniare che l’amore, quando passa attraverso il dolore, può diventare più grande di ciò che lo ha ferito.
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