Parlare a tutti, non solo ai cattolici, per essere "Chiesa nel presente"

La professoressa ordinaria di Teologia dogmatica presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana rilegge la costituzione conciliare "Gaudium et spes", in cui la Chiesa riflette sulla sua relazione col mondo
December 9, 2025
Papa Paolo VI e Jacques Maritain durante la cerimonia di chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965
Papa Paolo VI e Jacques Maritain durante la cerimonia di chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965 / Siciliani
«La Chiesa appartiene necessariamente al passato oppure, senza tradire sé stessa, può essere Chiesa nel presente?». Così sintetizzava Joseph Ratzinger, nel 1968, «il dilemma» che aveva accompagnato i Padri del Concilio Vaticano II redigendo la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et Spes, di cui in questi giorni ricorre il sessantesimo dalla promulgazione (7 dicembre 1965). Si dibatteva di fatto la «questione del presente del fatto cristiano, della fede "nel mondo contemporaneo"» (Commento al cap. I della parte I della Costituzione Pastorale). Dopo una stagione di «severa chiusura» e di «diffidenza verso il mondo moderno», dominata dalla «ritrosia ad ogni dialogo» (Giacomo Martina, Il contesto storico in cui è nata l’idea di un nuovo concilio ecumenico), per la Chiesa era giunto il tempo di un radicale ripensamento della sua relazione col mondo, tenendo conto dei radicali mutamenti prodottisi in seno al Novecento, segnato dalle guerre, dagli stermini di massa, dal ricorso all’atomica. Un mondo in travaglio, per gli effetti sociali dell’industrializzazione, per le molteplici questioni etiche emergenti, per il crescente divario economico tra nazioni. Nel recepire tali istanze, il Concilio scelse di fare di Gaudium et Spes una Costituzione pastorale: dopo tre Costituzioni dogmatiche - Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum e Lumen Gentium - rivolte ai fedeli cattolici, il Vaticano II ritenne infatti di dover «rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini», loro esponendo come intendesse «la presenza e l’azione della Chiesa nel mondo contemporaneo» (n.2). Non un semplice riposizionamento nel mondo da parte di una Chiesa storicamente in affanno rispetto ai mutamenti epocali del suo tempo: a partire dalla lettura della condizione umana (nn.4-11), chiariva il teologo Henri de Lubac, si era voluto spiegare alla luce del mistero di Cristo «ciò che è l’uomo" individualmente e socialmente inteso (Athéisme et sens de l’homme). In Gaudium et Spes il Concilio ha illustrato il contenuto dell’antropologia cristiana esponendo nella prima parte la «vocazione dell’uomo» in Cristo: «in realtà, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo», si legge al n. 22, inciso chiave che culmina nella nota affermazione: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo qual modo ad ogni uomo», spiegando che Egli «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo».
In Gaudium et Spes si sono affrontati temi fondamentali nel rapporto Chiesa-mondo (ad esempio la costituzione unitaria dell’uomo, la dignità della sua intelligenza e coscienza morale, la libertà, la morte, l’ateismo, l’attività umana) e «alcuni problemi più urgenti» concernenti il matrimonio e la famiglia, soffermandosi a lungo anche sulla questione della promozione della cultura. Si trovano approfondite riflessioni in materia di economia, lavoro, proprietà privata, bene e vita pubblica, pace e guerra. In Gaudium et Spes si spiegano inoltre valori e principi non negoziabili per la Chiesa e come ella intenda aiutare gli uomini, consapevole del «compito immenso» (n.93) che la attende volendo concorrere alla costruzione di un mondo diverso in unione con quanti «amano e praticano la giustizia», nel desiderio di orientarlo Dio e alla sua salvezza. Dalla lettura di Gaudium et Spes emerge un modello di Chiesa solidale con chi soffre, aperta al dialogo proprio in forza del suo radicamento nella Tradizione di fede: prospettiva in continuità con quell’aggiornamento auspicato dai Papi del Concilio. L’affermazione cristologica del n. 22, poc’anzi citata, denota un linguaggio nuovo, ma coerente con il dettato del Credo. In effetti, anche in Gaudium et Spes, il Concilio non concepì il suo indirizzo «pastorale» in opposizione all’esercizio «dottrinale»: la dottrina venne considerata come necessario presupposto per l’elaborazione, alla luce della fede, di una risposta pratica adeguata alle sfide del momento. La promulgazione di Gaudium et Spes il giorno prima della chiusura del Vaticano II ne esalta implicitamente la valenza programmatica, delineando la natura della missione della Chiesa nella sua relazione col mondo a fronte di una modernità inquieta. L’impressionante impegno dei Papi di questi decenni post-conciliari costituisce la traduzione più evidente di quanto auspicato dal Concilio nel documento. A sessant’anni di distanza dalla sua promulgazione, occorrerebbe tuttavia ci si interrogasse sul grado della sua effettiva recezione in seno alla cattolicità, ammettendo che vi possano essere stati anche dei passi falsi nella sua interpretazione. Già nel 1969 proprio de Lubac rilevava come l’apertura al mondo, concepita in Gaudium et Spes come un «far penetrare nel mondo lo spirito del Vangelo», in ambito ecclesiale e in teologia fosse talora interpretata all’opposto concependo il rinnovamento ecclesiale come un dissolversi nel mondo in ossequio a nuove tendenze ideologiche come quella pluralista, perdendo così di vista il dovere di portare nel mondo il Vangelo (L’Eglise dans la crise actuelle). Nel 1970, il gesuita Zoltán Alszeghy, autore del primo manuale di antropologia teologica - un altro indiretto frutto di Gaudium et Spes - rilevava d’altra parte la tentazione di «antropologizzare la teologia» in nome del «condizionamento antropologico di tutto il linguaggio e di tutta la vita conoscitiva». Una tale «riduzione iconoclasta», sottolineava, «non appartiene all’essenza del metodo» (La svolta antropologica in teologia). Gli storici ci insegnano che il processo di recezione di un concilio non si esaurisce in pochi decenni: nel caso del Vaticano II esso è lungi dall’essere concluso, come sottolineava papa Benedetto XVI nel suo ultimo discorso pubblico. Ritornare alla lettura di Gaudium et Spes, non significa rifugiarsi nel passato: al contrario, una sua più approfondita intelligenza ci consentirebbe di «essere Chiesa nel presente». Nella notte che stiamo attraversando con l’umanità di questo mondo abbiamo ancora più bisogno di lasciarci guidare dalla luce del suo messaggio.

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