Sull'Iran Governo senza certezze e con molti timori per le ricadute (anche sul referendum)
Mercoledì Meloni alle Camere tra mille insidie. La tentazione di un distinguo su Trump. Il precedente allo studio: le mosse di Draghi a Bruxelles dopo l'invasione russa.

A 24 ore dalle comunicazioni in Parlamento, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha ancora tra le mani la “chiave di lettura” che le consenta di governare la discussione, e non subirla. Le esternazioni di domenica evidenziano in modo esplicito la difficoltà nell’assumere una posizione sul conflitto, e tradiscono la necessità di tenersi aperta a più strategie. Quel «non condivido né condanno» non può durare a lungo e probabilmente già domani dovrà tramutarsi in qualcosa di più definito. O, quantomeno, servirà un riallineamento con quanto di più netto aveva detto il ministro della Difesa Guido Crosetto giovedì scorso, quando ammise davanti alle Camere che l’azione di Usa e Israele era «fuori dal diritto internazionale». Sia chiaro, la medesima difficoltà attraversa la maggior parte dei governi europei. E non è di così facile traduzione quel consiglio, che arriva da ambienti moderati del Governo e della maggioranza, di iniziare a separare più chiaramente l’amicizia con gli Usa dal rapporto con Donald Trump. Il quale, parlando di «offerte di aiuto» della presidente del Consiglio, ha aperto un altro fronte di imbarazzo, scatenando una richiesta di chiarimenti da parte delle opposizioni, alla luce di quel «non siamo in guerra e non ci entreremo» che sinora è stato il principale appiglio di Palazzo Chigi. Il contesto non è certo favorevole al Governo. Le insidie aumentano ora dopo ora. All’impatto economico del conflitto, è oggettivo, i conti pubblici italiani non possono reggere. Servono iniziative europee, e di questo la presidente del Consiglio potrebbe farsi sponsor, sulla scia di quelle promosse da Mario Draghi quando iniziò l’aggressione russa in Ucraina. Le notizie dal fronte stringono la tenaglia intorno a un Governo che vorrebbe rassicurare ma non ci riesce: la violenza uccide innocenti come padre Pierre Al-Rahi, e trovare giustificazioni è un’impresa oltre l’impossibile. Si aggiungono insidie politiche macro e micro: Putin provoca offrendosi come “calmieratore” del mercato energetico, ma lo fa sapendo di trovare buoni sponsor sia a Washington sia nelle cancellerie europee. E anche a Roma, ovviamente, dove la Lega ha iniziato da giorni il pressing per tornare al gas di Mosca. Insomma la politica estera, prima alleata di Giorgia Meloni, ora sta voltando le spalle alla premier. Che però una risposta-guida la deve trovare. Altrimenti potrebbero esserci ricadute su battaglie interne, come quella per il referendum sulla giustizia. La discesa in campo prorompente di Meloni su questo fronte è un indizio: deve esporsi in prima persona per provare a bilanciare una fase di crescente sfiducia.
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