L’architetta Chiara curti «Qui si entra da turisti
e si esce da pellegrini»

La restauratrice e scrittrice ha lavorato alla cripta e alla facciata della Natività «Gaudí per me è già santo. Il miracolo è nella bellezza della sua opera»
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June 9, 2026
L’architetta Chiara curti «Qui si entra da turisti
e si esce da pellegrini»
L’innamoramento è scattato fin dal suo trasferimento a Barcellona. Chiara Curti non è arrivata a Barcellona per Gaudí, ma in pochi mesi se n’è trovata immersa. Coinvolta a lavorare per un’esposizione da alcuni amici che poi le hanno presentato l’architetto direttore della Sagrada Família, per poi scoprire che un suo vicino di casa molto anziano era uno dei pochi ancora in vita ad aver conosciuto personalmente Antoni Gaudí. Chiacchierata dopo chiacchierata con questo centenario e la cerchia di amici che ogni giorno si ampliava intorno a Gaudí, scoprì che l’architetto catalano era in realtà ben diverso da come lo immaginano i più: non solitario, non misantropo, ma al contrario un amico premuroso, un collega di lavoro generoso… L’architetta Chiara Curti è tra le massime esperte di Gaudí, al quale ha dedicato diversi libri tra cui l’ultimo, “Gaudì vivo”, di Edizioni Ares, in uscita proprio oggi, svela gli aspetti più intimi e “quotidiani” del maestro vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Un amore che è diventato anche, per così dire, “materiale”, visto che Chiara Curti ha coordinato i lavori di restauro del portale della fede della facciata della Natività e delle cappelle della cripta della Basilica della Sagrada Família tra il 2008 e il 2020.
Architetta Curti, che sensazione le ha dato lavorare sul capolavoro del suo amato Gaudì?
«È stato un periodo di grandi sacrifici, le mie tre figlie erano piccole, il lavoro si svolgeva molto presto la mattina e tardi la sera, per non coincidere con il flusso turistico e con il culto. Questa radicalità mi ha fatto crescere molto. Non solo come architetto davanti a un’opera che ha delle caratteristiche speciali, ma anche per la relazione con le altre persone che lavorano lì, accomunate dalla consapevolezza di essere dentro un luogo di bellezza e di pace».
Nel suo nuovo libro descrive un Gaudì che amava intrattenere relazioni quasi di cura con tutti coloro che lavoravano nel suo grande cantiere. Un Gaudì inedito...
«La prima intuizione di questa novità rispetto all’immagine conosciuta di Gaudí è emersa grazie al fatto che il mio anziano vicino di casa, custode della vita dell’architetto, mi ha parlato tanto di lui, sottolineando sempre la sua capacità di relazione. Ho avuto poi accesso alla segreteria personale di Gaudí, quel luogo cioè in cui si conservano i resoconti stenografati delle sue attività e delle sue conversazioni. Quei documenti sono diventati poi oggetto della mia tesi dottorale. Non erano mai stati studiati prima. Ê stata un’ulteriore sorpresa scoprire effettivamente un uomo che aveva capito che costruire una cattedrale è costruire anche un popolo».
Qual è il significato della benedizione che il Papa oggi impartisce alla Torre di Gesù?
«Mi sembra un gesto bellissimo: papa Leone non viene a dare il suo imprimatur a un’opera finita, perché nessuno sa né quando né come la Sagrada Família finirà. Questo venire del Papa nel mezzo della storia mette l’accento sul fatto che non siamo proprietari di qualcosa di finito, ma custodi di qualcosa che è ancora in divenire. Siamo in cammino, insomma, come indica peraltro la storia della salvezza».
Inizialmente la Sagrada Família si finanziava con le elemosine, come le cattedrali medievali, oggi ci sono i turisti. È cambiato lo spirito, secondo lei?
No, per nulla. Oggi arrivano 15.000 persone al giorno; ma chi entra in Sagrada Família come turista, ne esce come pellegrino. Il turista è per definizione in ricerca, ha gli occhi che cercano di catturare il bello. E qui lo trovano».
Architetta, per lei Gaudì è già santo, vero?
«Si, perché è una persona che può accompagnare nella vita quotidiana. Il miracolo è la bellezza delle sue opere. Alcuni, quando entrano in Sagrada Família scoppiano a piangere; le mamme tolgono il cellulare di mano ai figli per indicare loro le vetrate; altri si siedono e stanno lì ore».
Lei è l’unica donna italiana ad aver lavorato alla Basilica. Che sensibilità speciale ha portato?
«La sensibilità di un’italiana, da sempre immersa nella bellezza e nell’arte. E quella femminile, con una propensione naturale alla cura e a essere custode, ruolo che lo stesso Gaudí era consapevole di rivestire».
Praticamente lui è il sesto componente della sua famiglia...
«Sì, è vero. Lo sento vivo tra di noi».

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