Oltre il cardinale “politico”, Ruini nel ricordo di Bruno Forte
di Bruno Forte
L'arcivescovo di Chieti-Vasto ripercorre incontri, viaggi e colloqui con il cardinale scomparso: «Io ho conosciuto un innamorato di Cristo, lucido interprete del suo tempo e appassionato servitore della Chiesa»

Del cardinale Camillo Ruini ho tanti ricordi. Posso dire che avevo con lui un rapporto di stima e di fiducia, perfino di simpatia e amicizia. Ne apprezzavo l’assoluta lucidità nel fare le analisi del nostro tempo e in particolare nel tracciare la situazione religiosa e politica del nostro Paese. Ne ammiravo la passione per la filosofia e la teologia, legata anche agli anni del suo impegno di studio e di insegnamento in questi campi. Avvertivo la rilevanza della Sua azione pastorale, di cui in più di un’occasione avevo parlato con lui. Vorrei limitarmi a richiamare alcuni ricordi «minori», che mi sembra avvicinano la sua figura al di là di alcuni stereotipi impostisi per la maggiore. Ne indico quattro. Il primo è legato a un invito che mi fece a parlare ai parroci di Roma: mi colpirono l’attenzione e la profondità con cui seguì ciò che dissi e la pertinenza degli interventi che fece. Soprattutto, però, mi impressionò l’interesse con cui alla fine dell’incontro accolse i sacerdoti che venivano a salutarlo, ponendo a ciascuno domande specifiche sul proprio campo di azione e dimostrando chiaramente l’interesse che aveva a conoscere le situazioni, ad avvertirne a volte la problematicità, a cercare e suggerire vie di impegno che potessero risultare efficaci. Ne recepii l’immagine di un uomo di grande levatura, che partendo dal suo amore a Cristo e alla Chiesa si interrogava su come al meglio la parola evangelica potesse essere proposta alle donne e agli uomini del nostro tempo.
Il secondo ricordo riguarda un pellegrinaggio lampo che facemmo insieme, organizzato dall’Opera Romana in Terra Santa allo scopo di rilanciare l’interesse e il desiderio della visita ai luoghi benedetti dalla presenza e dall’azione del Signore Gesù. Seduti vicini in aereo parlammo a lungo: mi fece moltissime domande, ben conoscendo l’amore che mi lega a quella terra. Non c’era aspetto di essa che non lo interessasse e, in particolare, mi parve apprezzasse tutto ciò che riguardava la cultura ebraica e il fascino delle sue intuizioni. Gli citai un antico detto rabbinico: «Quando Dio creò il mondo, di dieci misure di bellezza nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Di dieci misure di saggezza nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Di dieci misure di dolore nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo». A un uomo dallo spirito pratico e operativo com’era lui questa rilevanza del dolore nella storia d’Israele e in generale nella «historia salutis» dava molto a pensare: ne traeva la conferma dell’assoluto carattere di originalità del messaggio biblico, legato non al successo in termini mondani, ma all’obbedienza della fede al Dio vivente e al primato dell’amore con cui offrire a Lui ogni cosa.
Ricordo, poi, il colloquio che avemmo quando fui nominato arcivescovo di Chieti-Vasto da Giovanni Paolo II, cui avevo predicato da poco gli esercizi spirituali. Il suo commento fu tanto laconico, quanto incisivo: «Finalmente!». Avvertii l’affetto e la fiducia con cui mi rivolgeva quella parola e compresi che il compito che mi aspettava avrebbe dovuto essere all’altezza della sua aspettativa di pastore di lungo corso e di appassionato servitore della Chiesa nel nostro Paese. Mi raccomandai alla sua preghiera e mi colpì il sorriso affettuoso con cui mi rispose. Quell’uomo che molti consideravano soprattutto un fine politico, era in realtà un innamorato di Cristo, desideroso di servirne la causa col dono di tutta la sua vita, con intelligenza e con passione. Chiudo col ricordo di una lezione che ero stato invitato a tenere in una delle università ecclesiastiche romane: entrato nell’aula affollata di studenti e professori, vidi in prima fila il Card. Ruini, oramai Vicario emerito del Santo Padre per la Chiesa di Roma. Era lì col suo bastone e mi accolse con un grande sorriso. Seguì la lezione con evidente interesse e curiosità. Non fece domande, ma alla fine mi ringraziò come solo un padre e un amico riesce a fare. Ne avvertii la vicinanza, la fiducia, l’affetto. Gli stessi per cui confido che ora in cielo alla presenza del Signore preghi per me. Da parte mia lo ricordo ringraziando l’Eterno per averlo conosciuto così direttamente, per aver collaborato con lui e per aver goduto della sua stima e del suo incoraggiamento. Sento di poter dire che era un uomo di Dio con i piedi ben piantati sulla terra, ma con gli occhi in continuo movimento fra la terra e il cielo…
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