Maschio e femmina li creò: nella Genesi la radice dell’eguaglianza tra i sessi
Cosa significa «eguaglianza»? È riconoscimento della differenza (altrimenti vi sarebbe identità) e, insieme, attribuzione di pari valore. Un principio presente nella nostra Carta fondamentale. E che ereditiamo dalle Scritture. L'analisi della docente di filosofia del diritto a Bologna

I testi giuridici, come i testi sacri, vivono di interpretazioni. Nel tempo, tuttavia, alcune tradizioni interpretative possono sedimentarsi, strato dopo strato, fino a occultare il significato più immediato e accessibile del testo: quello letterale. Tornare a una lettura letterale può talvolta aiutarci a rinnovare lo sguardo e a confrontarci con qualcosa di importante che rischiava di sfuggirci proprio perché da sempre esibito, a bella posta, sotto i nostri occhi. Un esercizio utile in questo senso consiste nel rileggere la Costituzione. È noto che la Carta fondamentale ha introdotto nell’ordinamento repubblicano il principio di eguaglianza tra i sessi. Occorre però ricordare che lo ha fatto attraverso scelte lessicali estremamente calibrate. Le donne sono evocate o nominate esplicitamente in pochi, significativi passaggi, nei quali la menzione assume un preciso valore di riconoscimento: come mogli, moralmente e giuridicamente equiparate ai loro coniugi (articolo 29); come madri (articolo 31); come lavoratrici, pur nel rispetto della loro «essenziale funzione familiare» (articolo 37). Nel quadro dei «rapporti politici», è inoltre espressamente riconosciuto loro il diritto di voto attivo (articolo 48) e passivo (articolo 51). Si tratta di una vera e propria cesura rispetto a formulazioni programmatiche che per secoli avevano mantenuto una deliberata ambiguità sull’esclusione femminile dalla titolarità dei diritti, pur all’interno di una tradizione cruciale per l’emersione di concetti fondamentali come quello di «diritti dell’uomo», richiamato all’articolo 2. L’esempio più noto è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 che, come osservava Olympe de Gouges nella Francia rivoluzionaria, rafforzava una strategia di disumanizzazione rivolta da tempo immemore contro le donne. Considerate membri della specie solo in alcune circostanze – ad esempio, ai fini dell’applicazione del diritto penale –, esse sono state tradizionalmente private dei requisiti necessari per accedere ai vantaggi della vita associata. Alla base di questa operazione vi è l’idea erronea che alcuni esseri umani (gli uomini) siano “più umani” di altri (le donne), e siano perciò in grado di rappresentare la specie in misura paradigmatica, per sineddoche. Le donne apparivano allora come creature inferiori, quasi un «difetto della natura», per riprendere le parole di un’altra grande autrice di fine Settecento, Mary Wollstonecraft. Assimilate per certi aspetti agli animali o ai bambini, costituivano in quanto non-maschi un gruppo definito per negazione e per sottrazione, prima ancora di poter sedere al tavolo metaforico al quale si negozia il contratto sociale. Questa operazione produceva paradossi come quello stabilito dalla sentenza inglese Chorlton v. Lings, che nel 1868 precisò che la parola «man» comprendeva la donna ai fini del pagamento delle tasse, ma la escludeva dal voto. L’articolo 3 della nostra Costituzione consente di superare finalmente questa lunga storia di ambiguità, esclusione e inferiorizzazione. La sintesi operata dai due commi, che celebrano l’eguaglianza formale nel suo rapporto costruttivo con l’eguaglianza sostanziale, permette di chiarire una volta per tutte che, in termini normativi, eguaglianza significa riconoscimento della differenza (altrimenti ci sarebbe solo identità) e, allo stesso tempo, attribuzione di pari valore. Questa idea semplice si ritrova già alle radici del nostro modo di pensare, in quel grande patrimonio di storie che la Bibbia rappresenta per credenti e non credenti. Già il racconto della creazione racchiude, infatti, tanto l’insidia di un’ambivalenza che può farsi vettore di esclusione e inferiorizzazione quanto il suo rimedio: l’affermazione esplicita di un eguale valore che riconosce la differenza. La duplice narrazione contenuta nel libro della Genesi (1,1-2,3) e (2,4-3,24) presenta Eva prima come «femmina», poi come «donna» e «moglie», infine come «madre»: il suo stesso nome, in ebraico chawwah , evoca il vivere, chayah , e dunque il compito della creazione, che prosegue e si rinnova per il suo tramite. Nella prima versione, Dio crea l’Uomo ( adam ), ovvero l’umanità, a Sua immagine e secondo la Sua somiglianza, attraverso la relazione: «maschio e femmina li creò» ( Gen 1,27). Nella seconda versione, Dio individua nella donna ( isshah ) un «aiuto» o «alleato» adatto all’uomo ( ish ), che gli corrisponda: è lei la sola creatura in grado di «stare [all’uomo] come di fronte», poiché condivide con lui l’intimità (le ossa e la carne, la natura profonda).
Questa cosmogonia mitica, che pure non manca di formulare la profezia storica della sottomissione femminile (Gen 3,16: «verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà»), contiene dunque un riconoscimento dell’eguaglianza ontologica e assiologica tra uomini e donne, la quale converge con l’eguaglianza normativa prescritta dalla Costituzione. Tornare al significato letterale dei testi non esaurisce il lavoro interpretativo, ma può aiutarci a riportare alla luce qualcosa di fondamentale: l’eguale valore dei sessi, che occorre poi tradurre in pratica.
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