Lello Scorzelli e la Chiesa “a colori” Una matita per raccontare il Concilio
Lo scultore napoletano ebbe accesso all’aula dei lavori sul Vaticano II e ne fissò volti e gesti in disegni e bozzetti. A lui si deve anche la famosa ferula di Paolo VI

Prosegue il ciclo dedicato ai “volti del Concilio”, storie di uomini e di donne che durante il Vaticano II aprirono la via alla «vera riforma» della Chiesa, raccontate dal teologo Marco Vergottini. Dopo i ritratti di Yves Congar, Rosemary Goldie e del cardinale Alfredo Ottaviani, oggi è la volta dell’artista Lello Scorzelli.
Nell’aula conciliare traboccante di cardinali tedeschi, teologi francesi e monsignori di Curia, c’era anche uno sconosciuto che non portava né mitria, né talare. Girava con matite, bloc-notes, piccoli pezzi di cera nascosti nelle tasche del cappotto. Si chiamava Lello Scorzelli. E fu uno degli osservatori più acuti dell’intero Concilio. Napoletano, scultore visionario, sopravvissuto alla guerra e alla prigionia in Germania, Scorzelli arrivò in Vaticano quasi per caso. Aveva attraversato il naturalismo classico, l’espressionismo, quindi era pervenuto a una forma di arte sacra tormentata, essenziale, quasi dolorosa; nulla a che vedere con la statuaria devozionale che popolava allora tante sacrestie cattoliche. Le sue figure sembravano consumate dal fuoco interiore. Fece un busto di papa Giovanni, che esclamò: «Oh! Quelle mani benedette! È un vero dono, figliolo: e vedo che non mi fai il naso e gli orecchi troppo grossi!». Ma fu Paolo VI a comprenderlo in profondità, avendo intuito che il Concilio non poteva limitarsi a cambiare documenti e formule ecclesiastiche: occorreva un nuovo immaginario. Il progetto di “aggiornamento” delle forme ecclesiali non poteva continuare a esprimersi attraverso ori barocchi e trionfalismi controriformisti. Serviva un linguaggio artistico capace di esprimere inquietudine, povertà, dramma umano, ricerca. E Scorzelli incarnava perfettamente tutto questo. Il loro rapporto divenne così stretto che Paolo VI gli concesse addirittura uno studio personale dentro il Governatorato vaticano: privilegio rarissimo per un artista contemporaneo e per di più laico. Ma c’è un altro dettaglio ancor più sorprendente: durante le sessioni conciliari, quando risuonava il solenne “Extra omnes” – la formula di rito che intimava ai non autorizzati di uscire dall’aula – Scorzelli restava dentro. Un laico nel cuore blindato del Concilio. Nascosto dietro le tribune o seduto discretamente nei corridoi, osservava i padri conciliari come un entomologo spirituale. Disegnava dal vivo cardinali esausti, vescovi assorti, profili severi, mani intrecciate, volti consumati dalle discussioni. Talvolta modellava piccoli pezzi di cera nelle tasche del cappotto, sfruttando il calore delle mani per fissare un’espressione, una smorfia, la curvatura di un volto. Più che uno scultore, sembrava un rabdomante dell’anima conciliare. I suoi disegni dedicati all’assemblea o al corteo papale restituiscono infatti un Vaticano II sorprendentemente umano. Non l’iconografia immobile delle fotografie ufficiali, ma un organismo vivo: figure che si accalcano, si piegano, avanzano quasi teatralmente dentro la Basilica di San Pietro trasformata in una gigantesca aula parlamentare. Scorzelli comprese una cosa essenziale: il Concilio non era soltanto un evento teologico. Era anche una scena, un corpo in movimento. Quei bozzetti sarebbero poi diventati rilievi, medaglie, fusioni bronzee custodite nei Musei Vaticani. Ma soprattutto v’è un’opera che più di ogni altra trasformò il volto simbolico del cattolicesimo contemporaneo: la celebre ferula (bastone pastorale) di papa Montini. Fino ad allora i pontefici avevano utilizzato, raramente, la tradizionale croce tripla, segno di potestà e sovranità. Paolo VI volle invece qualcosa di radicalmente diverso – qualcosa che parlasse la lingua spirituale del Vaticano II. Scorzelli concepì allora quella croce d’argento sottile, inquieta, quasi piegata sotto il peso del dolore umano. La traversa non è rigida ma incurvata verso il basso; il Cristo non domina ma soffre. Filiforme, emaciato, contratto nello spasimo, sembra portare addosso le fatiche del ’900.Quando Paolo VI la impugnò l’8 dicembre 1965, durante la chiusura del Concilio, quella ferula apparve immediatamente come un manifesto teologico. Non più il simbolo di una Chiesa trionfante, ma di una Chiesa ferita, pellegrina, solidale con le sofferenze del mondo. Ed è impressionante pensare che milioni di persone abbiano conosciuto l’arte di Scorzelli vedendo Giovanni Paolo II attraversare il pianeta con quella ferula tra le mani. Lo stesso fecero Benedetto XVI, infine, e Francesco. Tutti, in modi diversi, eredi di quell’intuizione montiniana. Eppure Scorzelli resta ancora oggi una figura laterale, appartata. Forse perché il suo stile – drammatico, nervoso, antiretorico – disturbava tanto i nostalgici del classicismo, quanto gli amanti dell’arte sacra rassicurante. Nell’ultimo giorno dell’assise, schizzò a china nera l’interno di San Pietro, con le due navate fitte di scranni per gli oltre 2500 padri. Poi, quasi d’istinto, compì un gesto inatteso. Prese l’acquerello e lasciò esplodere sul foglio improvvise chiazze di colore. Come se il bianco e nero della vecchia cristianità non bastasse più. Scorzelli comprese prima di molti altri che il Vaticano II non chiedeva soltanto nuove formule teologiche, ma una nuova tavolozza. Non si limitò a illustrare il Concilio: diede colore a una Chiesa che stava imparando a mettere al centro la parola del Vangelo, perché fruttifichi nel cuore del mondo.
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