La Chiesa di Ruini: non potere ma presenza, non massa ma lievito

L’essenza della nuova evangelizzazione nella società secolarizzata: con Ruini la Chiesa propone una fede che sa farsi cultura, mettendo al centro la “questione antropologica”
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June 17, 2026
La Chiesa di Ruini: non potere ma presenza, non massa ma lievito
Il cardinale Camillo Ruini ospite della trasmissione Rai "Che tempo che fa" nel 2012 / ANSA
L’impronta che lascia il cardinale Camillo Ruini nella Chiesa italiana può sembrare sfumata dal trascorrere del tempo e dal succedersi di sensibilità ecclesiali, ma a uno sguardo più avvertito risulta – ancora – ben più profonda e significativa di quanto si possa pensare. Perché per molti aspetti è una componente costitutiva della presenza stessa della Chiesa oggi nel nostro Paese – senso, stile, priorità –, assimilata e divenuta parte del vissuto. Un modo naturale e necessario di essere cristiani nelle società secolarizzate, certo. Ma forse lo si deve anche al fatto che chi per sedici anni è stato alla guida della Cei ha contribuito in modo decisivo a dare consistenza e dignità pubblica a un sistema di princìpi e convinzioni radicato nel cattolicesimo italiano ma che l’impatto della scristianizzazione avrebbe potuto spazzar via come un’anticaglia fuori dal tempo. È quella che il cardinale Zuppi, suo successore al timone dell’episcopato italiano, definisce – nella dichiarazione resa appena saputo della morte di Ruini – «consapevolezza che la fede non è mai estranea alla storia» perché «l’annuncio cristiano, ha sempre sostenuto, deve incontrare le domande reali dell’uomo, della società e della cultura».
Quel che Ruini ha mostrato col suo pensiero e le scelte con le quali ha orientato la presenza della Chiesa italiana, dal centro alle estreme periferie, è che se non è certo più tempo di “cristianità” – senza nostalgie, che non ha mai nutrito – è semmai più necessaria di prima una presenza visibile, convincente e incontrabile dei valori evangelici all’opera, proprio per la piega che ha preso un tempo nel quale la persona umana è sempre meno “principio in sé” e sempre più funzionale ad altri interessi e altre priorità.
La “questione antropologica” posta con impeto intellettuale e fascino spirituale da Giovanni Paolo II sin dalla Redemptor hominis, la sua prima enciclica, e fatta propria da Ruini come incrocio di domande essenziali sul destino dell’umano alla Chiesa e al Paese, ha il suo cuore proprio nella riaffermazione della piena e intangibile dignità della persona che è anzitutto riflesso dell’immagine divina (siamo figli di Dio!). Una visione proposta al mondo come un’alternativa persuasiva al riduzionismo consumista, iper-liberale e scientista applicato alla nostra umanità. La persona schiacciata sulla sua biologia, la sua solitudine e la sua smania di possesso – è stato il pungolo instancabile del cardinale – deve poter trovare in un messaggio cristiano riproposto secondo i codici di questa epoca un invito potente a ritrovare sé stessa.
È evidente che, messa in questi termini, la proposta cristiana non è un messaggio confessionale calato dall’alto, assemblato rifugiandosi in certezze già note e indiscutibili, ma diventa un terreno di nuova evangelizzazione e, insieme, di incontro con altre culture che stavano maturando la stessa critica al relativismo etico a partire dall’evidenza dei suoi frutti amari. E il dialogo con tutti, a partire da una ritrovata consapevolezza di ciò che si è, può dirsi una delle cifre più riconoscibili dello “stile” ruiniano.

Il passaggio d'epoca

Una chiara percezione di quanto sia formidabile la sfida epocale – il “passaggio d’epoca”, come è stato definito – ha portato Ruini a non porre affatto la presenza dei cattolici nel Paese nei termini di una occupazione di spazi o di preservazione delle posizioni, quasi si dovesse cercare di mettere in salvo quel che si può, ma come portatori di una parola diversa e nuova offerta a tutti con la forza e la gioia del Vangelo. Non “potere” ma “presenza”, non massa ma lievito: l’essenza della “nuova evangelizzazione”. Se un timore devono nutrire i credenti, allora, è di non essere capaci di portare efficacemente quel che la fede cristiana può generare quando viene sfidata – come oggi – dalle questioni che scuotono le coscienze, spesso del tutto inedite e fonte di sgomento.
Ruini sul punto è stato sempre chiaro: non si può tacere, la Chiesa e i cattolici hanno diritto di parola, e il dovere di rendere quella parola coinvolgente per tutti. Vivere la fede per sé e per “chi ci crede”, senza alcuna preoccupazione apostolica e missionaria, non è da cristiani: e se oggi economia, politica, scienza, bioetica e cultura sembrano negare la visione dell’uomo ispirata dal Vangelo e sempre elaborata dalla Chiesa, la vocazione del cristiano è di sentirsi chiamato in causa, di rimettersi in gioco e di maturare giudizi e risposte all’altezza, formandosi e informandosi come i tempi esigono.
Il cristiano secondo Ruini cammina nel mondo a testa alta per la serena e matura consapevolezza della piena cittadinanza delle sue idee, che lo rendono capace di formulare insieme ad altri proposte, progetti, iniziative, dubbi, pronto ad andare controcorrente per affermare un modo di stare al mondo e di vivere felicemente contagioso. Per questo non sarà mai “nemico” di nessuno. Una persuasione che, fatta propria dal cardinale, percorre l’intero pontificato di Wojtyla dal suo fondativo «spalancate le porte a Cristo!», si allunga su quello di Ratzinger per arrivare sino alla “Chiesa in uscita” di Bergoglio e alla “nuova questione sociale” sollevata da Leone XIV. A riassumerla forse può servire una battuta che di Ruini è stata molto citata: «Meglio contestati che irrilevanti», sintesi dell’invito sempre nuovo a essere luce e sale, senza paura né timidezza.

Una Chiesa significativa

L’impegno del cardinale emiliano è stato tutto orientato a rendere la Chiesa significativa per l’umanità e per un Paese profondamente amato nella sua unicità, definita da qualcuno proprio negli anni della sua presidenza Cei come “eccezione” rispetto a derive fortemente individualiste dilagate altrove. Nel suo cuore, una Chiesa italiana ancora salda nel radicamento capillare e nella perdurante prossimità alla gente, che ha conosciuto anche grazie all’impulso di Ruini una nuova stagione di presenza e impegno pubblico e plurale del cattolicesimo, sviluppando uno stile originale e attrattivo nella relazione con la società e con la cultura sempre più profondamente secolarizzata, in grado di rilanciare la stessa credibilità del cristianesimo. Pensiero e non solo fede, creatività ben oltre la tradizione, confronto aperto e mai ripiegamento dentro la ridotta dei “già convinti”. Perché si tratta di elaborare pensiero, non ripetere formule ormai incomprensibili ai più. Un incoraggiamento a una laicità coraggiosa e consapevole.
La coscienza dell’essere minoranza nella costruzione della mentalità diffusa e della cultura pubblica ha portato in Ruini alla determinazione di educare a offrire un pensiero argomentato nel quale sia rinvenibile un’antropologia cristiana affascinante, un profondo e lieto senso della Chiesa, un modo di vivere la fede senza apriorismi né complessi di inferiorità. Quello che il cardinale ha elaborato e testimoniato è stato un cristianesimo sempre interessante, col quale fosse necessario (e bello) fare i conti, offerto nella sua piena ragionevolezza e mai imposto o urlato, che nel misurarsi con ogni altra ispirazione ideale scopre davanti a tutti la sua piena pertinenza a questa epoca. Perché sempre Cristo – vero Dio e vero uomo – dà pienezza e senso alla persona umana e una direzione al mondo che abita.
Di aver reso nuovamente fresca e limpida questa idea, generativa all’infinito, la Chiesa italiana e i cattolici di questo Paese, nel momento del commiato, sanno di essergli indubbiamente debitori.

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