Dodici cattolici uccisi dai khmer rossi potrebbero diventare i primi beati della Cambogia

Sono preti, missionari, monaci, suore e laici: furono uccisi dal regime di Pol Pot mentre tenevano viva la fede cristiana nel mezzo del genocidio. Il loro martirio per la Chiesa locale, che ha chiuso la fase diocesana di beatificazione, è simile a quello di Tibhirine. Il vescovo Schmitthaeusler: la loro testimonianza è stata un dono di questo Paese al mondo
April 3, 2026
Dodici cattolici uccisi dai khmer rossi potrebbero diventare i primi beati della Cambogia
I volti dei possibili beati cambogiani
Un giovane prete di 37 anni, padre Joseph Chhmar Salas, fatto rientrare di corsa dalla Francia e consacrato vescovo solo tre giorni prima della caduta di Phnom Penh. Ma anche un missionario originario della Vandea che, pur potendo farlo, scelse di non abbandonare la sua comunità. E poi un monaco benedettino, due sacerdoti, due suore, alcuni laici. Sono i volti dei dodici cristiani uccisi in Cambogia insieme a centinaia di migliaia di altre persone nel genocidio compiuto negli anni Settanta del XX secolo dal regime di Pol Pot e che potrebbero presto diventare i primi beati della piccolissima Chiesa locale.
Con una solenne cerimonia tenuta lo scorso 18 marzo a Phnom Penh, il vicario apostolico Olivier Schmitthaeusler, missionario francese dei Mep (Missions Étrangères de Paris, la Società per le missioni estere di Parigi), ha chiuso ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione, sigillando il plico di oltre 2.500 pagine di testimonianze su di loro che verrà inviato a Roma per l’esame da parte del Dicastero delle Cause dei santi. Si è trattato di un momento molto importante per la vita di questa comunità cattolica del Sud-est asiatico, rinata poco più di trent’anni fa dalle ceneri della durissima persecuzione portata avanti dal regime di Pol Pot contro ogni forma di potenziale oppositore alla sua folle ideologia di matrice marxista.
Proprio la memoria di quanti – di nascosto e al prezzo della loro stessa vita – avevano continuato a tener viva la fede cristiana in Cambogia anche nel mezzo di un genocidio, è stata una parte importante nella ricostruzione di una comunità che oggi conta circa ventitremila fedeli, tra il vicariato apostolico di Phnom Penh e le prefetture apostoliche di Battambang e Kompong Cham. E da qualche mese ha anche un nuovo vescovo locale, Pierre Suon Hangly, designato da Leone XIV come coadiutore dell’attuale vicario apostolico.
A Phnom Penh raccoglierà l’eredità di Joseph Chhmar Salas, il capofila di questi martiri, che il vescovo Schmitthaeusler non ha esitato ad accostare ai monaci di Tibhirine come esempio della stessa fedeltà al proprio gregge. Appena ordinato vescovo, Salas fu mandato nel villaggio di Taing Kok, nella provincia di Kompong Cham, per proteggerlo: lì riuscì a restare insieme ad alcuni cristiani e alla sua famiglia, tra cui la sorella Pracot – sopravvissuta al genocidio e divenuta preziosa testimone. Ma questo vescovo si sarebbe poi offerto volontario per i lavori forzati, nella speranza di poter così raggiungere i cristiani dispersi nel Paese; debilitato, sarebbe poi morto di stenti e malattia nel 1977 in una pagoda adibita ad ospedale. La sorella ha raccontato delle Messe da lui celebrate di nascosto nella capanna di paglia loro assegnata, con il letto come altare, mentre all’esterno alcuni cristiani, fingendo di lavorare nella risaia, davano l’allarme all’avvicinarsi dei khmer rossi. La croce pettorale del vescovo Salas, conservata dalla madre in un pollaio, è rimasta come una reliquia preziosa per la Chiesa cambogiana.
Già nel 1972 nel villaggio cristiano di Kdol Leu era stato invece ucciso il missionario francese padre Pierre Rapin, un altro di questi martiri. A un amico sacerdote aveva scritto: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere, sia fatta la volontà di Dio». Nel febbraio 1972 venne ferito da una carica esplosiva posta contro la parete della sua casa. Benché non sembrasse in pericolo di vita, i khmer rossi – che controllavano già quella zona – imposero di ricoverarlo nel loro ospedale: il giorno dopo riconsegnarono il cadavere. A uno dei suoi fedeli che lo soccorreva padre Rapin aveva detto: «Se quelli che volevano uccidermi verranno catturati, perdonateli. Non serve a niente vendicarsi. Abbiate fede in Dio».
Non meno significative sono le storie dei quattro laici che figurano nell’elenco inviato a Roma: «Joseph Ros En – racconta padre Vincent Chrètienne, presidente della Commissione storica che ha lavorato alla causa di beatificazione – era un professore all’università di Phnom Penh: venne ucciso perché qualcuno lo denunciò proprio in quanto professore e cristiano. Joseph Thong era un catechista, Joseph Som Kinsan un militare. Molto significativa è anche la figura di Pierre Chhum Somchay, un uomo che aveva dodici figli, tutti uccisi nel genocidio. Aveva conservato di nascosto un libretto nel quale aveva scritto una preghiera per ciascuno di loro: alla fine del 1977 fu scoperto dai khmer rossi e venne messo a morte anche lui».
« Queste figure sono il popolo di Dio – ha commentato Schmitthaeusler –. Rappresentano tutti quelli che hanno sofferto e sono morti pregando il Signore di accoglierli nel suo Regno. Continuiamo a pregare affinché questi nostri presunti martiri possano essere offerti alla Chiesa universale come un dono e una testimonianza di fede inestimabile della Cambogia al mondo».

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