David, Matias e gli ultimi pellegrini di Assisi: «Ecco cosa abbiamo chiesto a san Francesco»
di Viviana Daloiso, inviata ad Assisi
Si conclude oggi, con la Messa presieduta dal cardinale Zuppi, l’ostensione delle spoglie del santo che in un mese ha richiamato 350mila fedeli. Nei loro racconti l’incontro con un amore che cambia la vita

Guardalo, guardalo com’è davvero il mondo». Francesca ha gli occhi lucidi e indica la folla che s’è raccolta attorno ai due ragazzi argentini con la statua di Nostra Signora di Luján sulle spalle. Il momento, davanti alla Basilica di Assisi inondata dal sole di marzo e dai pellegrini, è di quelli da incorniciare: loro, i ragazzi, si chiamano David e Matias, stanno portando in giro per l’Italia l’effigie mariana (un metro e mezzo d’altezza, forse più) da venticinque giorni, a piedi. Viene dalla diocesi di Quilmes, provincia di Buenos Aires, «e la benedizione di san Francesco – ripetono – doveva riceverla, per riversarla sulla nostra comunità che ne ha tanto bisogno. Per questo siamo partiti».

La gente li vede passare, stanchi, con lo zaino enorme, tutto rosso, e li ferma, li abbraccia, chiede loro di poterla vedere, la Madonna benedetta da san Francesco: così loro appoggiano la sacca a terra, la aprono, mostrano la veste celeste intarsiata, le mani giunte. Qualcuno parla in italiano, qualcuno in inglese, Matias gesticola e abbraccia il gruppo di catechiste arrivate da Bologna, si scambiano un rosario. «Il mondo è incontrarsi, mettere in comune la propria storia, credere che l’altro ne porti una buona e così continuare a sperare che il buono esista, nonostante tutto», continua Francesca, che qui, assieme alle altre migliaia di fedeli assiepati lungo le strade di Assisi per le ultime ore dell’ostensione, attende il suo turno per inginocchiarsi davanti alle ossa del patrono d’Italia, e pregare. Ha 66 anni, arriva da Sassari, sola. La sua, di storia, non vuole raccontarla. Ma ha gli occhi lucidi, si commuove, «perché quello che stavo cercando alla fine l’ho trovato». Chissà cosa. Chissà cosa hanno cercato, chiesto, per cosa hanno pianto come lei e riso e camminato da ogni dove gli oltre 350mila fedeli che sono arrivati fin quassù dal 22 febbraio scorso a oggi, affollando i treni regionali e i pullman in viaggi lunghi ore (Assisi non è facilmente raggiungibile come Roma) per fermarsi appena qualche istante davanti alle ossa consumate d’un grande santo che non aveva la statura tra le sue doti fisiche, e che una vita in movimento, dedicata completamente agli altri, aveva indebolito fino a sfilacciargli i femori, a lasciare indelebili i segni dell’artrosi.
Eccole lì, alla fine della coda infinita, le ossa. Hanno fatto discutere. Qualcuno ha detto che no, non si dovevano mostrare, gusto del macabro, pornografia del sacro. Qualcun altro ha insistito che l’ostensione doveva durare di più, che un mese non basta. Fra Giulio Cesareo, il direttore dell’Ufficio comunicazioni del Sacro Convento, alza le braccia: «Ho ascoltato e mi sono interrogato su tutti questi punti di vista. Poi, un giorno, mi sono semplicemente fermato a guardare una famiglia brasiliana arrivata qui dal Portogallo. Avevano due bimbi, una tetraplegica, molto piccola. L’hanno portata davanti alle reliquie: c’era un amore, un coraggio in ogni loro gesto. C’era bellezza infinita. Questa bellezza ho visto passare, incessantemente, dalle 7 di mattina alle 7 di sera, ogni giorno». Gente comune, politici, cantanti, attori di Hollywood, appena qualche giorno fa Kerry Kennedy, figlia di Robert, e poi l’arcivescovo di Teheran-Ispahan, il cardinale Dominique Mathieu. Ai frati piace ripetere che Francesco è stato come un seme che, caduto a terra, è morto, sì, «e perché morto è germogliato, portando molti frutti. Portando bellezza. Le ossa sono la buccia che ci è rimasta del seme, ne sono la prova – continua fra Giulio –. Non sono la cosa più importante, ovviamente, ma portano con sé il segno che l’amore consuma trasformandoci in un dono per gli altri».

Se solo potesse servire come lezione per l’altro mondo, quello che brucia. La guerra è lontana anni luce da Assisi, ma qui chiunque ha portato la sua preghiera per la pace (e chi non ce l’ha fatta fisicamente l’ha mandata per posta, o via mail, a migliaia i fogli raccolti, stampati e sistemati proprio ieri mattina all’alba accanto alle reliquie in una celebrazione dedicata): «Molti dall’Ucraina. Qualcuno dall’Africa. C’è chi è arrivato da Singapore. E io sono convinto che Francesco ci abbia donato anche questo – spiega ancora fra Giulio –, la certezza che un solo uomo può cambiare il mondo, che non siamo impotenti davanti a quello che sta succedendo, che un atto d’amore è come un fiume carsico, lo si vede sparire e poi riemergere». Un po’ come è successo a suor Mabell, brasiliana anche lei, una storia di migrazione alle spalle e oggi l’impegno proprio accanto ai migranti in un centro d’accoglienza a Lucca: «Incontriamo ogni giorno persone che hanno perso tutto o che non hanno niente. Tra loro ci sono molti minori non accompagnati, senza le loro famiglie. Se ci arrendessimo, davanti a tanta sofferenza, finirebbe tutto. Ma continuiamo a dare, certe di poter cambiare le loro vite». Emanuele e Lorenzo, amici di Pesaro, sono padri in cerca di pace anche per le proprie vite: «Abbiamo sentito come una chiamata a venire qui, ognuno per conto suo, ognuno per la sua ragione. Ne abbiamo parlato, abbiamo provato a incastrare i programmi delle rispettive famiglie, niente. Poi la chiamata è tornata, più forte. Eccoci». Maria, da Mazara, per il suo pellegrinaggio non aveva abbastanza soldi: una sua amica, scherzando per consolarla, le aveva detto che se avesse vinto alla Lotteria le avrebbe pagato il viaggio. E alla fine ha vinto per davvero, sono venute assieme. «Noi qui siamo arrivati per rimettere insieme i pezzi del nostro impegno in parrocchia, fare una specie di bilancio» raccontano Aurora e le altre da Matelica, mentre Samuel, studente francese in Erasmus, dice di essersi mescolato alla folla per curiosità più che altro. Ha tutta una sua teoria sulle chiese «che si sono svuotate» non perché la gente, e soprattutto i ragazzi, non credano più, ma perché anche la fede sta cambiando pelle. Gli tremano le mani quand’è il momento del passaggio davanti alla teca, dove appoggia una fotografia che aveva tenuto in tasca.

Piena, stracolma, sarà invece anche oggi la chiesa superiore della Basilica di San Francesco per la Messa presieduta dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che ad Assisi era già stato l’11 marzo scorso insieme alla comunità ucraina implorando durante l’omelia la fine della guerra. Dopo la conferenza stampa, a cui prenderà parte anche il custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, l’arcivescovo di Bologna presiederà la solenne celebrazione di chiusura dell’ostensione (alle 17, con diretta su Tv2000). Poi, alle 19, congedati gli ultimi pellegrini, i frati si ritireranno nella chiesa inferiore per riporre la teca con le ossa nella tomba e richiuderla. Il seme continuerà a portare frutto.
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