Cosa vuol dire essere suora oggi? A Roma 270 religiose ragionano sulla vita consacrata
di Igor Traboni
L'assemblea generale dell'Usmi dà voce a centinaia di istituti femminili e a circa 60mila religiose. Al centro dei lavori la profezia di questa vocazione nel tempo presente, pieno di sfide e di incognite. Dopo la creazione di opere di solidarietà per i migranti a Lampedusa e nella Capitale, il confronto ora è su digitale e tutela dei minori

«Siamo gente di primavera. Profezia della presenza nell’oggi» è il titolo dell’assemblea generale dell’Usmi, Unione superiore maggiori d’Italia, che da ieri ha fatto convergere a Roma 270 religiose in rappresentanza di altrettanti istituti femminili e delle circa 60mila religiose operanti nel nostro Paese. Fino a domani, le religiose rifletteranno, grazie a vari contributi e nei gruppi di studio, sull’identità della vita consacrata come presenza viva e generativa dentro il tempo presente. Tempo di nuove sfide, visto anche il calo delle vocazioni e la chiusura o l’accorpamento di istituti e conventi. Ma sempre con «una identità primaverile della vita consacrata femminile, nella speranza e nella carità operosa», come ha ribadito nel saluto iniziale la presidente, suor Micaela Monetti, che ha fornito una prima fotografia del già fatto e del da farsi, a iniziare dal Progetto Giubileo 2025, che ha portato alla realizzazione di opere di solidarietà per i migranti, a Lampedusa e a Roma. Il da farsi è invece insito in quella “internazionalizzazione” degli istituti già accennata e in una partecipazione sempre più attiva nella Conferenza europea delle superiore, in vista anche dell’appuntamento continentale di fine mese in Croazia, sul tema “La vita religiosa e le culture, conseguenze per la nostra vita e la nostra missione”. Un respiro missionario che si concretizzerà domani, sabato, con l’atteso intervento finale del cardinale Luis Antonio Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione.
Ma già ieri, le religiose presenti hanno potuto concentrarsi su problemi e prospettive del ruolo e della presenza della vita consacrata femminile in Italia, raccogliendo interrogativi, stimoli e proposte dalla relazione iniziale di dom Luca Fallica, abate di Montecassino. «Siamo gente di speranza – ha esordito l’abate –. E tutti, io per primo, vorremmo che fosse così. Eppure, è necessario saggiare l’autenticità del nostro desiderio, e quanto meno insinuarvi il dubbio, o l’esitazione di un interrogativo, che è tutt’altro che retorico, ma pone una domanda seria, che esige l’onestà di una risposta sincera: sono una persona di primavera o di autunno? Occorre anche estendere l’interrogativo, dal piano personale a quello comunitario: nella mia comunità, nel mio istituto, nella mia congregazione, prevalgono i colori della primavera o dell’autunno?».
Per dom Fallica, alcuni passaggi non sono solo necessari, ma urgenti. Come quello dalla radicalità alla profezia e anche dalla fanta-speranza alla speranza di Dio, rifuggendo da speranze illusorie «che sono riproposizione del vecchio, anziché attesa e anticipazione del nuovo. La fanta-speranza è immaginare il futuro con il volto del passato che non vorremmo perdere; la vera speranza è un’altra cosa e ha il volto del Dio che viene. La vita profetica è stare nella notte, nel guado, nella crisi, senza la pretesa di possedere risposte, ma sapendo chi attendere. E indicando alla Chiesa e all’umanità, con il dito di una mano aperta e ben orientato, chi attendere: nella vita consacrata, si aspetta il domani di Dio?», ha chiesto anche in maniera un po’ provocatoria l’abate di Montecassino, che infine ha proposto alcuni punti di ulteriore riflessione: passare dagli impegni apostolici alla vita apostolica; dal servizio ad un’esistenza “parabolica”, che faccia cioè perno sulle parabole con le quali Gesù ha spiegato tante cose; e ancora: passare dall’obbedienza cieca al discernimento obbediente, perché «in un cammino ecclesiale che desidera diventare sempre più sinodale cambia necessariamente, inevitabilmente, il modo di concepire l’autorità e di viverla poi concretamente, di esercitarla in modo effettivo». E infine, ma non ultimo per importanza, il passaggio dalla comunità alla comunione: «Oggi mi pare urgente che le nostre realtà, le nostre stesse comunità, siano capaci di formare persone di comunione, accoglienti, ospitali, capaci di relazioni vere, non solo all’interno della comunità, ma nel loro modo di vivere gli impegni là dove il servizio le conduce. A esprimere la qualità della nostra vita religiosa non è la qualità esemplare delle nostre comunità, ma il respiro della comunione che vi si respira». Insomma, di carne al fuoco ce n’è davvero tanta e oggi, tra gli altri, arriveranno gli ulteriori spunti di Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. L’assemblea affronterà inoltre una delle sfide più attuali per il servizio di governo nella vita consacrata: il rapporto con il mondo digitale e con l’intelligenza artificiale. Su questo tema interverrà suor Pina Riccieri, con una riflessione sui criteri formativi richiesti oggi per esercitare il governo in questo nuovo contesto.
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