«Contemplativi nell'azione: ecco il segreto della spiritualità ignaziana»
di Paolo Viana, inviato a Scilla (Reggio Calabria)
Il cammino delle Cvx, le Comunità di vita cristiana in Italia, legate alla Compagnia di Gesù, spiegato dal presidente Claudio Meladiò. «Siamo dalla parte degli ultimi, anche quelli della porta accanto. Il Signore non condanna nessuno all'infelicità ma percorre la strada insieme a noi»

È difficile rinunciare all’atmosfera da presepe che Scilla offre stasera. Il borgo di pescatori che fino a pochi giorni fa era una fabbrica di turisti si è svuotato. Eppure, la tristezza che leggi nello sguardo di Claudio non è solo per il ponte che deturperà la grande bellezza della costa calabrese. La “desolazione”, come l’avrebbe chiamata Sant’Ignazio di Loyola, si appunta sull’arretratezza di un mondo che costringe i reggini, come il professor Meliadò, ad avere due auto. Una parcheggiata di qua e una parcheggiata di là. In mezzo, il mare e Caronte, traghettatore di anime con un cartellino da timbrare. «Abito a Reggio Calabria e insegno all’Università di Messina, in un sistema di trasporti come il nostro, devo avere due auto, due bolli, due parcheggi…». Il presidente nazionale della Comunità di vita cristiana in Italia (Cvx, associazione laicale legata alla Compagnia di Gesù) coltiva un approccio non ideologico al progetto del Ponte sullo Stretto.
Ai crocevia della storia
Per lui, insegnante per professione ma anche cattolico con una vocazione profonda ad accompagnarti nel discernimento, tutto (o quasi) si risolve dialogando. Senza compromessi, ma senza risparmiarsi. Magis è la parola d’ordine della spiritualità ignaziana. La Cvx la traduce nell’opzione preferenziale per gli ultimi e per questo, nel dibattito pubblico, viene assimilata alla sinistra. «Nelle comunità – corregge Meliadò – ci sono persone di diversa “fede” politica, quindi non semplifichiamo. Sulla categoria “ultimi”, poi, è stata fatta gran confusione: l’ultimo per Cristo è colui che ha bisogno di essere amato. Il migrante e il povero sono ultimi ipso facto ma non lo è un ricco circondato di solitudine? Magis è un concetto umano: la chiamata a colmare oggi tutta la mia possibilità di amare, senza che questo si traduca in una preferenza elettorale. Significa rendersi conto che si va avanti per incontrare un altro orizzonte d’amore, ancora più vasto. Nessun eroismo, pura umanità. Paolo VI disse che noi ignaziani siamo chiamati a stare ai crocevia della storia. Come Ignazio, dobbiamo essere contemplativi nell’azione».
Dialogo senza scorciatoie
Un esercizio che può condurre in territori dove il dialogo diventa complicato. Nella Cvx, che è nata in Italia nel 1500 e oggi è presente in oltre 60 Paesi, si fa anche pastorale con le persone Lgbt+. Meliadò ricorda un documento del 2021 in cui si parlava di «gioia» nel condividere il cammino con persone omoaffettive e promuoverne la dignità. Perplessi? Riecheggia la domanda di papa Francesco: “Chi sono io per giudicare?”. Non è entrata nel Magistero, ma ha il suo bel peso. Concorda il presidente: «Fermo restando quanto stabilito oggi dal Magistero, se di fronte hai una persona che si sente schiacciata dal peso di una colpa, salvi la persona o la regola?». Cristo, che era Cristo, rispose all’adultera: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Accomodamento gesuitico? «No, il Signore salva sempre l’uomo: riapre la strada della vita e ti permette di ripartire dalla tua fragilità di creatura, senza cancellarla. Non ti inchioda alla tua colpa, ma neanche ti assolve perché il reato non sussiste». Le conseguenze restano, insomma, ma tu – e la società con te – andate oltre, scrivete una pagina nuova. Il cristianesimo, racconta il presidente, non è una filosofia dell’amore in cui non vi è differenza tra il Bene e il Male, ma una fede che chiama a realizzare oggi il vero umanesimo, fatto di errori e di amore ricevuto e donato.
Insegnare, una vocazione
Un amore tanto diverso da quello di Saffo, su cui si scervella il professor Meliadò… «In verità il mio pezzo forte è Antimaco di Colofone e non parlava di amore ma di guerra» corregge lui. Studi in Italia e a Oxford, il presidente delle Comunità di vita cristiana è uno stimato filologo. Traduce e insegna a tradurre papiri che si sbriciolano a guardarli. Timido e riservato, si emoziona quando s’imbatte in un verso di Esiodo. Ma se gli chiedi quale sia stata la soddisfazione più grande nel suo percorso professionale, la risposta sorprende: «Quando facevo il supplente di scuola superiore ho aiutato un ragazzo che andava male a tradurre un passo di greco e lui alla fine di quella giornata mi ha detto “ora ho capito che ce la posso fare”. È stata la conferma della mia vocazione; la mia vita portava frutto nella vita dell’altro». Dalla desolazione alla consolazione. Meliadò lo ripete spesso, fedele alla pedagogia ignaziana per cui non basta fare le esperienze ma bisogna tornarci, rifletterci, capire cosa si è mosso dentro il cuore.
La fede adulta
La fede di Claudio nasce nel movimento eucaristico giovanile, all’età di sette anni. Il Meg reggino allora era affidato alle Figlie del Cuore di Maria. Anch’esse di spiritualità ignaziana, ma essendo nate nella Rivoluzione Francese non vestivano un abito religioso: «Persone come noi». Quel cammino assorbì il giovane Claudio, che faceva parte della borghesia reggina ma viveva stabilmente in oratorio - «i miei diciotto anni li festeggiai in una stanza del Meg» - e che aveva già interiorizzato un rapporto sano con il denaro. «Ho respirato anche l’aria della buona società reggina – rammenta – ho avuto le mie Timberland, i giubbotti importanti ma mi rendevo conto che quelle cose non mi aggiungevano nulla e pian piano ho scoperto che mi dava gusto lo stare con le persone cui mi legava un cammino e ricordi come quella festa di rustici calabresi, un bracciale come regalo, le foto con la Kodak istantanea, la chitarra…».
Paura di aprire la porta
Entrare in un movimento da ragazzino può essere una iattura o una fortuna: sicuramente non devi affrontare un passaggio traumatico dalla fede spontanea a quella per scelta. «Il mio salto fu un saltino – conferma –. A quasi 20 anni, un gesuita giovane e ruvido, ma carismatico, durante gli Esercizi spirituali mi disse che la mia preghiera rimaneva in superficie: hai un blocco, disse, che non permette alla preghiera di scendere nel cuore. Tornai nella mia camera pronto a lasciare tutto. Perché conoscevo quel blocco, lo stesso che porta molti fuori dalla Chiesa». Era paura della vocazione: «Che il Signore potesse chiedermi qualcosa che io non potevo o non volevo dargli, paura di aprire la porta e lasciarmi guardare dentro, per poi sentirmi dire che mi voleva sacerdote o religioso. Se scegli di metterti di fronte a Dio, poi dove scappi?».
Desolati? No, consolati
Sant’Ignazio sostiene che alla desolazione segue la consolazione e infatti Claudio uscì da quella stanza con la consapevolezza che il Signore non gli avrebbe chiesto nulla che lui non potesse dargli, una scelta che non avesse tutto l’armamentario per affrontare. «Ho ripreso la preghiera sapendo che Lui mi avrebbe detto solo “ti voglio bene” e così lo lasciai entrare. Da allora tutto è cambiato». Una vita con la testa e con il cuore. Ancora oggi, quasi trent’anni dopo, il prof Meliadò insegna che «il Signore non condanna all’infelicità e, se ci indica una via, la strada la percorre con noi. Che porti alla vita religiosa o a quella matrimoniale... Lui ha un sogno». Dal sogno (di Dio) alla vita quotidiana di Claudio: un prof di Reggio Calabria che non è sposato e non ha figli può essere un uomo felice? «Sì, sento che la mia vita è piena e io ogni giorno trovo come renderla piena con Lui, dandole un senso». La spiritualità ignaziana si basa su una conoscenza interiore del Signore che non è accessibile solo a chi è provvisto di laurea e master: «Si tratta di una conoscenza esperienziale dell’amore di Dio – conferma il presidente nazionale – e l’uomo è chiamato a immergersi in questo amore. La ragione assegna un nome a ciò che si muove dentro di noi ma non si basa tutto sulla ragione. Come scrive san Paolo, lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili, che bisogna comprendere a prescindere dalle parole».
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