Betori, al fianco di Ruini in Cei: «La sua fede, viva e pensata»
Fu a lungo il suo principale collaboratore come segretario generale della Conferenza episcopale italiana durante la presidenza del cardinale reggiano. L’arcivescovo emerito di Firenze è un testimone privilegiato di una vita spesa per «una Chiesa aperta a tutti»

La Chiesa che aveva in mente il cardinale Ruini? «Connotata anzitutto dalla tensione missionaria. Non una comunità di fedeli chiusi in sé stessi, ma una presenza viva nella società, animata dal Vangelo». Segretario generale della Cei dal 2001 al 2008, il cardinale Giuseppe Betori ha lavorato fianco a fianco con Ruini sino al termine della sua presidenza, nel 2007. E del cardinale reggiano ha conosciuto da una posizione privilegiata ciò che ne animava le scelte pastorali e culturali.
Di Ruini l’arciverscovo emerito di Firenze ricorda con Avvenire «la forte consapevolezza del tesoro di verità che il Vangelo è per gli uomini e la necessaria coerenza con i suoi contenuti, ma al tempo stesso una altrettanto forte attenzione al mutare dei tempi umani per raggiungere le persone nelle loro reali condizioni di vita, così che il Vangelo risultasse per loro una risposta convincente alle loro aspirazioni. Questo significava cercare di rendere la Chiesa protagonista della storia, senza inseguire egemonie ma rivendicando sempre una significatività o, come egli diceva, evitando l’irrilevanza».
Betori ha caro il ricordo di un uomo che «a fondamento della sua azione aveva sempre la fede, una fede viva, di spessore personale e al tempo stesso sociale, una fede pensata e al tempo stesso capace di generare vissuti significativi per tutti. L’impatto politico che tutto ciò poteva avere ed ebbe non era cercato per sé stesso ma in quanto l’ambito politico entrava in contatto con la vita della gente e ne determinava le condizioni. Non si trattava di imporre agli altri la visione cristiana del mondo e della vita ma di offrire il patrimonio di umanesimo del Vangelo che poteva essere da tutti condiviso, proprio perché immagine di piena umanità».
Centrale in questo senso fu l’idea del “Progetto culturale orientato in senso cristiano” che «fu proposta alla Chiesa italiana come frutto del Convegno ecclesiale di Palermo – ricorda il cardinale Betori –, il convegno dedicato nel 1995 a una immagine nuova della società italiana a partire dal Vangelo della carità. Non si trattava neanche in questo caso di un progetto egemonico, non si voleva creare una cultura cattolica da contrapporre ad altre culture presenti nella società italiana e renderla vincente. Fuori da ogni concorrenza, si voleva intrecciare un dialogo tra Vangelo e culture per mostrare come il Vangelo potesse essere criterio di purificazione delle culture dai loro tratti disumani. Basta scorrere i temi affrontati annualmente per trovarvi molte anticipazioni dei problemi che oggi ci si pone e che l’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas” presenta alla nostra attenzione».
Strumento centrale nell’elaborazione di un pensiero e di una cultura ispirati dal Vangelo e all’altezza del tempo, nella visione di Ruini documentata da Betori, è stato anche Avvenire come quotidiano dei cattolici italiani e, insieme, “simbolo” di tutto un approccio alla cultura diffusa: «La comunicazione, e quindi i suoi strumenti, a cominciare da Avvenire, è stata vista dal cardinale Ruini come un elemento decisivo del fare cultura e del diffondere cultura a tutti i livelli, fino a quelli più popolari. Non ci si nascondeva la percezione che nel mondo della comunicazione, a differenza ad esempio di quello della solidarietà, la Chiesa in Italia fosse in ritardo, ma si aveva fiducia che ci fossero ampi spazi per risalire la china, e la crescita nel tempo di Avvenire e degli altri media di ispirazione cattolica lo sta dimostrando. D’altra parte – aggiunge Betori – solo chi pensa che la forza della comunicazione sia legata all’attrattiva e magari all’eccesso delle forme e dei modi, nonché al potere economico che li sostiene, può ritenere che la forza dei contenuti sia una variabile secondaria. Non lo è, secondo la Cei, per i media cattolici».
Ma in queste ore prevale nel cuore del cardinale Betori la consapevolezza di un debito di riconoscenza intellettuale e pastorale: «Entrai in Cei da professore di Sacra Scrittura preso in prestito per la catechesi – ricorda l’arcivescovo umbro – ma presto, grazie alla regia del cardinale Ruini, a quel tempo appena nominato presidente, mi accorsi di come tutto si tiene nella Chiesa, la cui struttura organica è il riflesso della sua natura di corpo, il corpo di Cristo. Ruini insegnava a ricondurre tutto a Cristo nel mistero della Chiesa e dava così significato di fede a ogni scelta, iniziativa, attività. L’altro aspetto, insieme a questo fondamento di fede, che si manifestava nel lavorare con il cardinale era la profonda umanità che accompagnava ogni relazione tra le persone, decisione da assumere, o progetto su cui impegnarsi. Ho sempre percepito un sentimento di paternità che ancora mi accompagna».
In un ricordo autografo affidato all’agenzia Sir ieri Betori ha voluto notare che a Ruini «non rende merito chi ne esalta o addirittura riduce tutto alla sua presenza nella scena politica del Paese», com’è accaduto su larga parte dei media italiani. «Certo – spiega l’arcivescovo –, la sua fede era integrale e quindi ritenuta in grado di dare senso pieno a ogni dimensione dell’esistenza, personale e sociale. Persona e società erano però per lui ambiti di espressione della fede, che restò sempre la realtà che dava sostanza al tutto della sua vita e della sua testimonianza».
La fede di Ruini «è stata sempre una fede pensata. Né poteva essere altrimenti per una persona che approcciava il reale come un intellettuale di profondo spessore, un teologo che metteva il suo pensiero a servizio della Chiesa, secondo una modalità del pensare che non si esauriva nell’ordine dei concetti ma si esplicitava nella ricerca dell’impatto della verità con la storia». Tutto questo «è stato vissuto in uno stretto legame con la Chiesa, la sua Tradizione, il suo Magistero, in particolare quello del Papa san Giovanni Paolo II, di cui fu fedele interprete per la situazione della Chiesa e della nazione italiana. Ma lo stesso accadde, negli anni finali del suo servizio alla Cei, con il papa Benedetto XVI».
Il congedo da un uomo che ha segnato profondamente la sua vita suscita in Betori un ricordo che mostra «lo spessore umano del cardinale fatto di profonde amicizie, di attenzione alle persone, e a ogni singolo suo collaboratore. Alla vigilia del Convegno ecclesiale di Verona del 2006, la cui organizzazione pratica era tutta nelle mie responsabilità, mi trovai a dover decidere se lasciare l’impegno per affrontare un difficile intervento chirurgico. Alle mie perplessità, al mio rammarico e alla mia proposta di rinviare l’operazione per non mettere in pericolo la complessa macchina organizzativa, ebbi questa immediata, disarmante risposta: “Non ti preoccupare, don Giuseppe, ti sostituisco io”. Ho ricevuto grandi lezioni di governo pastorale dall’amato cardinale, ma la più preziosa, quella che porto nel cuore, è questa sua lezione di umanità: rassicurandomi, si faceva lui personalmente carico di tutto. Non era difficile essere vicino a quest’uomo e collaborare con lui per il bene della Chiesa. Lo affidiamo al Signore, che riconoscerà nel cardinale Ruini un suo servo fedele, secondo la parola del Vangelo. C’è da augurarsi che la Chiesa italiana non perda l’essenziale della sua lezione di fede, di una fede che non teme il confronto con la storia, ma anzi ne illumina sempre il cammino».
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