Contaldo (RnS): la nostra preghiera?
Si ispira a quella dei primi cristiani

La «gioia del cuore» che nasce dalla preghiera comunitaria carismatica, le radici nella fede popolare, le guarigioni, la profezia: viaggio al cuore del cammino proposto dal Rinnovamento nello Spirito, nelle parole del suo presidente
Google preferred source
August 14, 2026
Contaldo (RnS): la nostra preghiera?
Si ispira a quella dei primi cristiani
Un incontro nazionale del Rinnovamento nello Spirito, alla Fiera di Rimini / Ufficio stampa RnS
«Gradite nu’ caffè?» Non è il caldo africano e neanche la lectio magistralis sulle differenze inconfutabili tra la mozzarella di Battipaglia e quella di Caserta che ti danno il benvenuto al Sud. È l’uso del “voi”, in segno di rispetto. Peccato che non ci sia nessun linguista a sponsorizzarlo, vuoi perché è parente della “schwa” (la e rovesciata diventata di moda per contestare il binarismo di genere è presente da secoli in molti dialetti italiani) vuoi perché, come dice Giuseppe Contaldo, «non si vive un’esperienza umana senza il rispetto degli altri. Anche quando noi recitiamo la preghiera comunitaria carismatica e si invoca lo Spirito Santo, chi anima la preghiera dà delle indicazioni che l’assemblea accoglie. Non esaltiamo noi stessi perché il protagonista della nostra vita è Lui». Il Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) è uno dei movimenti carismatici più numerosi ed è diffuso nella Chiesa italiana soprattutto tra i ceti popolari. Ma non è questa l’unica sua caratteristica.
Spesso si entra nel movimento da ragazzi. Com’è stato per Contaldo. «Quando venne a mancare mio padre, feci esperienza del dolore vero, quello che può cambiarti i paradigmi di vita, distorcerli oppure aprirti una strada. Ero un ragazzino. Da quel momento, a guidare spiritualmente la mia famiglia fu padre Paolo Pietrafesa, un redentorista. Mi ripeteva che la fede era la risposta a quel senso di dolore che provavo, che quella lacerazione non era fine a se stessa e che la morte apriva uno sguardo che andava oltre. E mi sono ritrovato qui». Siamo di fronte all’urna che custodisce le spoglie mortali di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nella basilica pontificia di Pagani. Il papà del più famoso canto di Natale, “Tu scendi dalle stelle”, non fu solo un compositore e un dottore della Chiesa. Era anche un ragazzo che aveva rotto con la famiglia. In seguito a una delusione professionale, gettò alle ortiche la toga per indossare la talare. Predicava la semplicità apostolica: divenne il carisma della congregazione del Santissimo Redentore, fondata nel 1732. «Il suo esempio – spiega Giuseppe – mi diede la spinta a non lasciarmi andare, a studiare d’inverno e lavorare d’estate, per costruirmi una dignità e un senso». Il presidente del RnS ogni mattina si reca in azienda, dove, tra una assunzione e una riunione con il ministero, cerca di testimoniare ai collaboratori il rispetto del lavoro e alla proprietà l’importanza delle relazioni tra dipendenti e impresa, «pur con tutte le difficoltà di una società atomizzata e di un mercato spietato», racconta.
Contaldo è un cinquantenne dallo sguardo buono. Si è “realizzato” professionalmente, ma la sua non è una vita in grisaglia. Nel 1986 ha ricevuto la preghiera di effusione con la quale si entra ufficialmente nel movimento, anche se, onestamente, fatichi ad associare questo signore tranquillo all’iconografia del Rinnovamento. La preghiera comunitaria carismatica è fatta infatti di canti gioiosi e mani levate al cielo, a invocare l’effusione dello Spirito perché intervenga nella vita quotidiana. Una preghiera animata da chitarre e cembali, nel corso della quale, talvolta, “fratelli” o “sorelle” iniziano a “profetare”. Tutto questo avviene tuttavia mentre la comunità viene tenuta per mano da un animatore della preghiera; secondo la visione del RnS, lo Spirito mantiene ben salda la regia di quell’esplosione fisica di gioia e di speranza. Le radici, del resto, sono la tradizione pentecostale e la fede popolare. Forse per questo, il RnS ha un’anima ecumenica e attrae tanti giovani.
Dal 1967 a oggi il movimento ha affrontato un profondo discernimento. Si è lavorato (e molto) su sensazionalismo e miracolismo, così come sulla necessità di regimare l’entusiasmo, affinché lo stupore del cuore e la gioia dell’annuncio non prendessero una deriva dionisiaca. «La nostra preghiera recupera il mood delle prime comunità cristiane e non è minimamente in contrasto con nessuna forma di preghiera cattolica e apostolica – spiega –; ha il ruolo di sprigionare lo stupore del cuore che rende viva la nostra fede. Si incardina su tre concetti. È fondante: tutti i gruppi hanno un giorno dedicato alla preghiera. È sempre comunitaria: preghiamo anche da soli, ma la preghiera carismatica è quella in cui – pregando insieme agli altri – ciascuno esprime con parole proprie ciò che porta nel cuore. È spontanea, ma non è spontaneista e disordinata, in quanto gli animatori, che esercitano un preciso carisma, esattamente come gli invocanti, la fanno convergere nell’armonia». Lo stesso, racconta, avviene durante il canto, che ad un certo punto diventa un vocalizzo difficile da comprendere per un esterno. «Lo chiamiamo canto in lingue ma la lingua non è più quella umana – è la spiegazione –. Si arriva alla gioia massima, il cuore ha la sua espressione più alta, in una specie di balbettio di lode e benedizione: è il segno che la comunità ha raggiunto l’acme dell’incontro con lo Spirito e ne sprigiona la forza». A questo punto, chi capitasse per caso in una adunanza come questa sarebbe spaesato: «Ma abbiamo lavorato molto per chiarire – sottolinea – che non vi è alcuna alienazione del fedele in quel momento; la persona resta presente a se stessa, anche se si lascia guidare da un sentimento profondo di gioia». Ne parliamo a lungo, sotto lo sguardo di sant’Alfonso: Giuseppe descrive una gioia sconvolgente ma non alienante che si potrebbe paragonare a quella di un vero amore. E infatti, poco dopo il canto in lingue, la comunità torna alla preghiera “tradizionale”, ma profondamente rinnovata. «Capisco che ad alcuni paia una stranezza – commenta –, ma padre Raniero Cantalamessa descrive un tale “soffio di canto” come la sobria ebbrezza dello Spirito, accomunandolo al sentimento provato dai discepoli nella Pentecoste. E san Paolo insegna che lo Spirito Santo si esprime anche con gemiti inesprimibili».
Giuseppe prosegue: «Quella che viviamo non è una gioia passeggera, casuale, ma è l’azione dello Spirito in un momento di preghiera che ha un suo ordine, senza il quale si genererebbe scandalo e paura. Al contrario, è una gioia talmente vera che, finita la preghiera, si torna in famiglia o al lavoro con quel sentimento nel cuore; resiste per giorni e aiuta ad affrontare la temperie della vita». Un po’ come accade a un innamorato. «Nel nostro caso, non c’è solo la gioia del cuore, ma anche la responsabilità della scelta di un cammino che prosegue con l’esercizio dei carismi. E prima ancora formazione e testimonianza, che portiamo soprattutto tra i giovani, gli anziani, i malati e nelle carceri».
Il punto più impegnativo da comprendere è il rapporto del RnS con la profezia e le guarigioni. Durante la preghiera, infatti, la comunità riconosce che alcuni membri, mentre pregano, lodano o invocano l’azione dello Spirito Santo sono la voce di Dio. «È un carisma, ma non è per sempre. In quel momento – spiega il presidente del RnS –, lo è perché la comunità avverte la dimensione profetica di quell’intervento». Ma lo Spirito risponde? «Avviene – dice Contaldo –; ho assistito a guarigioni, dopo l’invocazione dello Spirito su persone malate. Ho visto anche qualcuno alzarsi da una sedia a rotelle. Sia chiaro che non parliamo di un’azione taumaturgica della comunità, bensì dello Spirito. Non pensate a luci e fiammelle che scendono su di noi: è semplicemente una comunità in cammino che chiede l’intervento dello Spirito Santo per chi soffre. E talvolta lo ottiene. Ovviamente, nei casi di guarigione fisica interessiamo i professionisti sanitari e l’autorità ecclesiastica». L’ultima domanda di quest’intervista è di Giuseppe: «Perché vi sembra così strano che lo Spirito Santo si faccia vivo davvero, qui, nel 2026? Eppure Gesù ce l’aveva detto...». «E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità» (Giovanni 14, 16-17).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire