Boutros: «Così i giovani del Libano diventano leader di pace»

Il vescovo siro-cattolico racconta da Beirut le sfide che le nuove generazioni, incontrate oggi dal Papa, devono fronteggiare. Per loro è nata una scuola su Dottrina sociale della Chiesa e diritti umani che accende la speranza di «cambiare il Paese»
December 1, 2025
Il vescovo siro-cattolico Jules Boutros
Il vescovo siro-cattolico Jules Boutros
L’attesa con cui il Libano ha aspettato il Papa è stata quella di chi sa quanto il proprio Paese sia «assetato di pace» e di chi spera che il successore di Pietro possa «fare breccia con le sue parole nei cuori dei potenti, per far entrare quella pace, che ora manca, nelle loro agende: il Papa è la persona più importante al mondo in grado di parlare loro e riuscire a fare tutto questo». Così il vescovo siro-cattolico del patriarcato di Antiochia Jules Boutros racconta ad Avvenire le speranze che animano i cristiani del capoluogo libanese. Tra loro Boutros si occupa soprattutto dei giovani, incontrati oggi da Prevost e per i quali, grazie al sostegno del Dicastero per lo sviluppo umano integrale della Santa Sede, un anno fa è nato un progetto che mira a formare una generazione in grado di «cambiare il Libano», come dicono i partecipanti. Convinzione la loro che non cambia neanche davanti alla guerra: «Ormai siamo abituati a sentire che in ogni momento possono cadere missili sul nostro territorio – afferma il vescovo –; questo, però, non ci fa indietreggiare nel nostro impegno e non ha spento la gioia con cui abbiamo voluto accogliere il Papa». La sua è una voce di coraggio, che ha saputo affrontare le sfide con cui i giovani si trovano a dover fare i conti: «In loro, vedo l’incertezza del futuro – dice –: diventa difficile pensare di creare una famiglia e mettere al mondo dei figli in un contesto come il nostro. Poi, c’è la fragilità dell’economia e la difficoltà di trovare lavoro. Quindi, l’emigrazione: i giovani si spostano in Canada, negli Stati Uniti, in Australia, in Francia e nei Paesi del Golfo per studiare, lavorare o curarsi». E questo lascia e crea diverse ferite: «Non solo loro stessi non sempre riescono ad integrarsi (si sentono, infatti, strappati con violenza dalle loro radici), ma anche le famiglie di origine, che rimangono in Libano, ne soffrono molto. È triste visitare le case della gente e sapere che in una famiglia di cinque persone i genitori rimangono soli e tutti e tre i figli sono all’estero: uno a Dubai, uno a Parigi e uno a Sydney», racconta. Così, grazie alla «creatività dello Spirito», dice, è nata la Leadership Academy for Peace, un progetto che in un anno ha raggiunto circa 500 studenti delle scuole cattoliche e i loro insegnati e 80 universitari e giovani laureati di tutto il Paese. L’obiettivo è far conoscere Dottrina sociale della Chiesa e diritti umani. «Il nostro compito di cristiani – afferma – non è solo quello di annunciare il Vangelo a parole, ma di costruire un mondo giusto e onesto: anche in questo la Chiesa ha una responsabilità». 
Una lezione della Leadership Academy for Peace
Una lezione della Leadership Academy for Peace
Insegnamento che ha permesso ad «80 storie di successo», così il Boutros chiama i suoi universitari e giovani lavoratori, di sentirsi cittadini corresponsabili delle sorti del proprio Paese. «Prima per loro – dice – la politica era un mondo sporco, solo da criticare dall’esterno. Dopo un anno, invece, hanno completamente cambiato il modo di guardarla». È così che, finito il corso, ne è stato istituito un altro di formazione continua e alcuni giovani sono stati eletti nei sindacati libanesi. «Non sempre abbiamo speranza di poter collaborare con i politici attuali, perché la corruzione è arrivata a livelli troppo alti – prosegue Boutros –; adesso, però, dal nord al sud del Paese ci sono giovani laureati in scienze politiche, giurisprudenza e relazioni internazionali che si conoscono e hanno quindi, davvero, la possibilità di fare la differenza». A dare loro forza e speranza è l’essere «diventati comunità», aggiunge il vescovo, che sottolinea come il loro percorso sia stato «teologico, ma anche spirituale, con momenti di condivisione della fede, preghiera e pellegrinaggi». Tanto attrattivo, nel suo insieme, da vedere tra i nuovi 80 corsisti anche giovani musulmani. «Avevamo ricevuto molte richieste anche l’anno scorso – precisa Boutros –, ma essendo il primo anno abbiamo voluto aspettare. È bello, però, vedere come molte persone di buona volontà siano interessate ad approfondire la riflessione della Chiesa per costruire un mondo più giusto e onesto». Aspetto che non sta cambiando l’impostazione, anche spirituale, del percorso. «Anzi – afferma il vescovo –, ci responsabilizza, perché ci chiede di essere più autentici». 
Un «segno di fratellanza verso il Papa e verso di noi» da parte del mondo musulmano Boutros lo vede anche nella chiusura di tutte le scuole e le università per permettere a cristiani e non di accogliere per le strade Leone XIV. Pellegrino, che tutti guardano con fiducia: «Con questo viaggio Prevost mette in pratica ciò che ha affermato nella Dilexi te. Con le parole ci ha richiamato ai poveri, con le azioni ha scelto di visitare, per primo, un popolo povero di pace, dignità e diritti umani». Seguendo il suo esempio, conclude, «anche noi dovremmo chiedere, soprattutto ai capi politici, di mettere fine al traffico di armi. Solo in pochi si arricchiscono, mentre i più ne ricevono morte e distruzione». 
Il vescovo Boutros con i partecipanti della Leadership Academy for Peace
Il vescovo Boutros con i partecipanti della Leadership Academy for Peace

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