Ascolto, formazione, comunità. Così la Chiesa in Italia contro gli abusi
«Rispetto. Generare relazioni autentiche»: questo il tema del secondo incontro nazionale a Roma dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori, che ha chiamato al dialogo con i responsabili di quattro Uffici Cei

Ascolto, comunità e formazione contro gli abusi. Sono i tre impegni, le tre piste di lavoro per creare «le condizioni affinché le situazioni di vulnerabilità tornino in condizioni di sicurezza». A sottolinearlo ieri, durante i lavori del secondo Incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo “Rispetto. Generare relazioni autentiche”, quattro direttori di uffici nazionali della Cei, che hanno dialogato sul tema “Pastorale della vulnerabilità: rispetto e cura”. La tre giorni di convegno nazionale, che si conclude oggi al TH Carpegna Palace Hotel di Roma, è iniziata il 16 aprile. «La vulnerabilità è la condizione in cui la tua fragilità è messa a rischio – ha spiegato don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute – e la malattia è sicuramente il momento della vita in cui si è più vulnerabili». Oggi, ha aggiunto, c’è bisogno più che mai di «un sistema di cura» che accompagni chi soffre. Occorre «implementare sui territori percorsi di formazione anche per il personale sanitario e per i cappellani negli ospedali». Sempre più spesso, poi, la vulnerabilità dei giovani, ha proseguito Angelelli, deriva dalla «mancata accettazione della propria fragilità», che impedisce di raggiungere il modello di perfezione imposto dalla società. Ancora più complessa diventa la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità. «Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili – ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?». Suor Donatello ha ripetuto spesso la parola «rispetto», che a sua volta è legata all’«ascolto» profondo, e alla «formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali». Sempre più importante è anche formare ad una «affettività e sessualità sana» che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità, ha aggiunto la religiosa. Senza dimenticare il bisogno di relazioni «autentiche» che allontanano il rischio di cadere nello sfruttamento sessuale in rete.Anche quanti escono dagli istituti di detenzione cercano comunità accoglienti. «È compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere – ha ribadito don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane –. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità». Spesso i detenuti, ha spiegato, vengono da «famiglie distrutte, da grande povertà» e «queste fragilità li portano a diventare manovalanza per la criminalità». In sé stesso anche il carcere è una struttura «molto vulnerabile», ha aggiunto Grimaldi, sottolineando le fatiche degli operatori, della polizia, dei volontari, dei cappellani. Ovviamente, come ha detto anche don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, la povertà resta uno dei maggiori fattori di vulnerabilità. Se parliamo di adulti, «oggi si sta verificando un aumento della povertà, con la presenza di tipi di povertà sempre più complessi», ha proseguito. Proprio per questo occorre promuovere cammini formativi che portino «il volontario dei centri d’ascolto a saper maneggiare con cura questa fragilità che diventa sicuramente rischiosa». Tra i referenti territoriali, e membri delle équipe impegnate nelle diocesi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, ci sono anche Maria Letizia Cignatta della diocesi di Piacenza-Bobbio e don Andrea Zappulla dell’arcidiocesi di Siracusa. «Ci siamo resi conto che la salvaguardia della vulnerabilità è una responsabilità condivisa – ha spiegato Cignatta, raccontando alcune buone prassi della propria diocesi –. La vera prevenzione infatti passa dalla qualità delle relazioni». Il servizio per la tutela dei minori, infatti, «non può lavorare da solo, ed è indispensabile una coordinazione con chi ha a che fare con i minori vulnerabili, dai catechisti ai professori di religione». Da Siracusa, invece, don Zappulla, referente diocesano e cappellano del carcere di Augusta, ha sottolineato l’importanza della cura degli abusatori. «In carcere ho un prete dimesso dallo stato clericale, e con lui stiamo cercando di fare un cammino reale, che parte dal fatto che non basta “fare giustizia”, ma occorre “portare” alla giustizia», ha raccontato. Con l’accompagnamento, ha aggiunto, «cerchiamo di aiutare i carnefici a uscire dalla comodità del male attraverso la fatica della carità». Domani, dopo la Messa, l’incontro terminerà con un momento di riflessione nei tavoli sinodali, dal titolo “Costruire reti circolari per comunità tutelanti”.
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