Tara Menon: «Con il lutto prosegue la vita e resta il dolore»

L’autrice di “Vita sommersa” racconta il senso della perdita, dell’amicizia e della fragilità del mondo naturale sullo sfondo di due grandi catastrofi: lo tsunami del 2004 e l’uragano Sandy
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June 6, 2026
Tara Menon: «Con il lutto prosegue la vita e resta il dolore»
Tara Menon
Con Vita sommersa (Feltrinelli Gramma, pagine 208, euro 17,10), il suo romanzo d’esordio tradotto in oltre trenta Paesi, Tara Menon (nata in India e cresciuta a Singapore dopo aver vissuto a lungo a New York) intreccia una storia di amicizia femminile, lutto e trasformazione sullo sfondo di due catastrofi naturali: lo tsunami che colpì l’Oceano Indiano nel 2004 e l’uragano Sandy che investì New York otto anni dopo. Al centro del romanzo - che sarà presentato oggi a Como, alla Libreria Ubik, alle 18.00 con Aurora Tamigio - c’è Marissa, segnata fin dall’infanzia da una serie di perdite che mutano il suo sguardo sul mondo. Ma Vita sommersa è più di un romanzo sul lutto. È infatti anche una riflessione sulla memoria, sui legami e sulla difficoltà di trovare parole adeguate per raccontare il dolore. Allo stesso tempo, è un libro in cui la perdita individuale si intreccia alla fragilità del mondo naturale e alle conseguenze della crisi climatica collettiva.
Nel suo romanzo il lutto assume forme diverse e accompagna Marissa, la protagonista, per gran parte della sua vita. Non appare mai come qualcosa che si supera definitivamente, ma come una presenza con cui imparare a convivere. Cosa voleva esplorare dell’elaborazione del dolore e del modo in cui le perdite continuano ad abitare la nostra esistenza?
«Devo dire che sono stata molto fortunata nella mia vita. Ho trentasette anni e finora non ho avuto esperienze dirette e gravi di lutto. Però una cosa che penso è che il lutto non possa essere sconfitto e che non sia nemmeno questo l’obiettivo. Una volta, a un funerale, ho sentito una persona fare un discorso che mi ha molto colpito. Diceva che le dimensioni del lutto e del dolore per la perdita non cambiano. È soltanto la vita che si sviluppa in seguito a diventare più grande. Il dolore può sembrare più piccolo perché la vita va avanti, ma in realtà resta invariato».
Marissa nel libro sul significato del dolore, sulle metafore che usiamo per descriverlo e sulla difficoltà di distinguerlo dalla paura. Scrivendo il romanzo, cosa voleva raccontare del lutto che sente tralasciato o semplificato dalle narrazioni tradizionali?
«Una parte importante del romanzo consisteva nell’esplorare la relazione tra il dolore e il linguaggio. Noi esseri umani siamo limitati perché la nostra principale forma espressiva è quella delle parole, ma una delle cose più difficili da comunicare sono proprio le emozioni. La sezione sul lutto a cui fa riferimento è anche una riflessione su come gli scrittori, nella storia della letteratura, abbiano descritto il dolore. C’è una strofa della poesia In Memoriam di Tennyson che per me è molto importante. I sometimes hold it half a sin / To put in words the grief I feel; / For words, like Nature, half reveal / And half conceal the Soul within . (A volte ritengo quasi un peccato / esprimere a parole il dolore che provo; / poiché le parole, come la Natura, in parte rivelano / e in parte nascondono l’Anima che è in me). Questo sostanzialmente ci insegna che il linguaggio, da un lato, ci consente di parlare del lutto e di descriverlo, ma dall’altro lato ne oscura inevitabilmente una parte del significato».
Marissa osserva che «nella nostra lingua non c’è spazio per il lutto degli amici». Quanto è stato importante per lei dare dignità narrativa a un legame che spesso la letteratura mette in secondo piano rispetto all’amore romantico?
«Per me questo è davvero uno dei temi centrali del libro. Viviamo in una società – e questo vale sia per l’Oriente che per l’Occidente che ho avuto modo di conoscere – in cui le relazioni amorose, matrimoniali e romantiche, sono in qualche modo santificate, mentre l’amicizia viene considerata una sorta di bonus, qualcosa di accessorio. Io credo invece che questa non sia l’esperienza che la maggior parte delle persone fa nella propria vita. Penso che l’amicizia sia una delle relazioni più profonde e gratificanti che possiamo avere. È un rapporto insieme emotivo e razionale, perché gli amici li scegliamo. Inoltre, il costo di uscita da un’amicizia è relativamente basso se lo confrontiamo con quello di una relazione romantica. Questo significa che un’amicizia di lunga durata è una relazione nella quale continuiamo a operare, nel tempo, la stessa scelta di restare. E per me è proprio questo che rende l’amicizia una delle forme di legame più profonde che possiamo vivere».
Marissa conosce la madre soprattutto attraverso i racconti del padre. Nel romanzo emerge una distinzione tra ciò che ricordiamo davvero e ciò che ereditiamo dalla memoria degli altri. Che ruolo ha, per lei, questa memoria indiretta nella costruzione dell’identità?
«È una profonda domanda filosofica, alla quale non sono certa di poter rispondere. Sicuramente il libro si interessa moltissimo al tema della memoria. Entrambe le sezioni del romanzo, quella ambientata in Thailandia e quella ambientata a New York, sono raccontate al tempo presente. Ho fatto questa scelta per differenziare la narrazione principale dai racconti del passato che vengono continuamente evocati. Entrambe le sezioni sono costruite intorno ai ricordi: nella parte ambientata nel 2004 si racconta l’infanzia delle protagoniste, mentre nella parte ambientata nel 2012 emergono sia i ricordi dell’infanzia che quelli dell’adolescenza. È un tema che mi interessa molto. Personalmente sono convinta di avere alcuni ricordi molto precoci. Per esempio, sono sicura di ricordare il giorno della nascita di mio fratello quando avevo quattro anni. Eppure la scienza ci dice che non dovremmo essere in grado di conservare ricordi così antichi. Non ho una risposta definitiva alla domanda, ma il modo in cui queste diverse forme di memoria interagiscono tra loro è qualcosa che mi affascina profondamente».
Nel libro il disastro arriva, ma lei non racconta tanto l’evento in sé quanto ciò che resta dopo. Le interessava raccontare il dopo della catastrofe più che la catastrofe stessa?
«Sì, per me il libro parla soprattutto di quello che succede dopo la catastrofe. Sia lo tsunami che l’uragano arrivano alla fine del romanzo. Mi interessava mettere a confronto due tipi molto diversi di disastro: uno che arriva senza alcun allarme, in una giornata apparentemente perfetta, e un altro preceduto da settimane di preparazione, rispetto al quale molti newyorkesi si mostravano quasi indifferenti. Il libro parla certamente del lutto di una persona dopo un evento catastrofico, ma è anche un tentativo di capire come sia possibile che il mondo continui ad andare avanti dopo una tragedia in cui sono morte circa 250.000 persone. Per Marissa è difficilissimo comprendere come la vita possa continuare normalmente quando, dal suo punto di vista, tutto dovrebbe fermarsi».
C’è un passaggio del libro in cui Marissa ricorda che il significato originario di “apocalisse” è “rivelazione”, “svelamento”. Nel romanzo le grandi catastrofi naturali non sembrano annunciare il futuro, ma rendono visibile qualcosa che è già sotto i nostri occhi. È questa la funzione che può avere la letteratura quando racconta la crisi climatica?
«Amo moltissimo l’etimologia della parola “apocalisse” e il suo significato originario di “rivelazione”. In un certo senso è qualcosa che si ritrova anche nel fenomeno stesso dello tsunami, quando l’acqua si ritira e rivela una parte della natura che normalmente non vediamo. Per quanto riguarda la letteratura, credo che una delle cose che i romanzi possono fare sia invitarci a prestare attenzione a ciò che rischiamo di dimenticare o a cui non facciamo più caso. Penso che Marissa sia un personaggio straordinario proprio perché osserva continuamente il mondo che la circonda. E credo che anche i romanzi possano svolgere questa funzione: insegnarci a guardare meglio, a notare ciò che altrimenti passerebbe inosservato. Rispetto alla crisi climatica, questo può essere un contributo importante».
Nella presentazione del romanzo se ne parla come di una «lettera d’amore alle barriere coralline che stanno scomparendo». Nel libro infatti la natura non è mai uno sfondo. Oltre alla perdita personale c’è sempre anche una perdita collettiva e ambientale.
«Per quanto riguarda questa idea della “lettera d’amore” alla barriera corallina, una delle mie speranze è che le sezioni del romanzo dedicate alla natura riescano a trasmettere un senso di abbondanza e ricchezza del mondo. Credo che soltanto se riusciamo ad apprezzare davvero questa abbondanza e questa straordinaria ricchezza della natura possiamo comprendere quanto grande sia la perdita potenziale legata ai disastri ecologici che stiamo vivendo».

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