L'orrore per Bakari, la paura dello straniero, la necessità di educare: parla l'arcivescovo di Taranto

A una settimana dall’uccisione del giovane bracciante da parte di una baby gang, monsignor Miniero invita a respingere l’odio: «La città sta reagendo, non possiamo rassegnarci alla violenza»
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May 16, 2026
L'orrore per Bakari, la paura dello straniero, la necessità di educare: parla l'arcivescovo di Taranto
Giovedì centinaia di persone hanno affollato piazza Fontana per il sit-in “Taranto non restare in silenzio”, presidio nato dopo l’uccisione di Sako
Talvolta ciò che abbiamo intorno si svela mentre guardiamo altrove, lontano. È successo a Taranto solo una settimana fa. “Disarmare le parole per costruire la pace” era il tema che guidava i festeggiamenti per il santo patrono, San Cataldo. In arcivescovado ospiti internazionali raccontavano gli orrori del mondo e come disinnescare la violenza. A pochissimi metri, nastro rosso e bianco a delimitare l’area, si era appena consumato l’omicidio di Bakari Sako da parte del branco. Ucciso a 35 anni mentre andava a lavoro in bici. Deriso, accerchiato, accoltellato da ragazzini che avevano passato la notte armati, tra locali e slot machine, intrisi del clima della festa ma a “modo loro”. Con un orrore che lascia di stucco. Taranto ha incassato il colpo sotto choc. Poi ha deciso di farsi sentire. In migliaia, sono scesi in piazza Fontana giovedì sera per un presidio a cui hanno partecipato associazioni, sindacati, realtà ecclesiali e soprattutto tantissimi migranti. È partita e terminerà a fine giugno una raccolta fondi per coprire le spese di rimpatrio della salma del bracciante ucciso. La Flai Cgil di Puglia ha annunciato che coprirà interamente i costi, ma la raccolta prosegue per aiutare la famiglia del 35enne del Mali che stava per diventare padre. Ciro Miniero, arcivescovo di Taranto, racconta come la città stia vivendo questi giorni terribili segnati dal dolore, dal lutto ma anche dalla volontà di un’intera comunità a non piegarsi di fronte a violenze e discriminazioni.
Eccellenza, quando ha appreso la notizia Taranto viveva il triduo di festeggiamenti del suo santo patrono, San Cataldo, protettore dei forestieri. Bakari Sako era uno di loro. Lavorava come bracciante, è stato ucciso senza pietà. Quali sentimenti le ha suscitato questa vicenda?
Era doveroso da parte mia condannare l’accaduto respingendo ogni forma di violenza. Nei giorni successivi la gravità di questo omicidio, già gravissimo di per sé, ha assunto via via tutta la drammaticità che conosciamo. Quindi al dolore si è aggiunto lo sconcerto, per la morte di un innocente per mano di un gruppo di ragazzi. Sapere di un giovane ucciso in quel modo, un lavoratore che è venuto in Italia per costruirsi un futuro migliore a cui tutti hanno diritto, ci fa rabbrividire.
Un omicidio cruento avvenuto a pochissimi metri dall’episcopio, in Città vecchia. La Chiesa da tempo lavora come presidio educativo in una zona dove il degrado sociale è palpabile. Di cosa c’è urgente bisogno per provare ad invertire la rotta, secondo lei?
Servono missionari a tutti i livelli. Non solo missionari della Chiesa, ma di missionari della scuola, dell’educazione. C’è bisogno di gente che senta la passione educativa come scopo prioritario, senza l’ambizione del raccolto immediato, senza scadenze prossime, che sia animata dall’amore disinteressato, che non si scoraggi alla prima sconfitta.
Durante il rosario che lei ha presieduto martedì sera, l’appello lanciato dal parroco della cattedrale don Emanuele Ferro a portare un fiore sul luogo del delitto è sembrato aver smosso coscienze intorpidite. Molte le letterine di bambini della scuola elementare del rione apparse già la mattina dopo. Si aspettava questa reazione?
La comunità di Taranto vecchia è piccola. Inizialmente è come se avesse avuto una paralisi di fronte all’enormità di quanto successo. Don Emanuele evidentemente sapeva che la parrocchia aveva bisogno di una scossa, di uno sprone. Bisogna esserci in certi contesti per comprenderne le dinamiche. Ma comunque sia il “rimprovero” paterno ha sortito il suo effetto.
Giovedì pomeriggio in piazza Fontana, lì dove Bakari Sacko è stato ucciso, c’è stato un presidio a cui hanno aderito in tantissimi. Taranto, dopo l’iniziale smarrimento, non è rimasta in silenzio. Lei percepisce una qualche forma di razzismo o ritiene che sia una città accogliente?
Sicuramente, come in tutti i luoghi, sono diffusi stereotipi deleteri che ostacolano l’accoglienza, ma Taranto ha sempre dato prova di essere una città accogliente, seppur con tantissimi problemi. Il presidio era, comunque sia, necessario. Mai dare per scontata la coscienza civica e il rifiuto di ogni violenza e discriminazione.
Domani Taranto celebra la Festa dei Popoli. Un appuntamento consueto per la città, in cui le etnie presenti sul territorio si danno appuntamento per vivere la Messa in lingua e conoscersi, presentando le proprie tradizioni, i piatti tipici, le musiche. Si può ripartire e dire no ad ogni forma di odio razziale anche così, facendo festa?
Questa Festa è segno di condivisione e conoscenza con altri popoli. La paura dello straniero è alimentata in tanta parte dall’ignoranza e dal pregiudizio, quindi è un’occasione di arricchimento e di conoscenza. Inoltre è anche un’opportunità per testimoniare il lavoro silenzioso ma fruttuoso dell’ufficio diocesano Migrantes, che si adopera da anni sul territorio.

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