«Non siamo attori, è la nostra vita»: i detenuti di Rebibbia in scena nel teatro dell'università

Per la prima volta dopo molti anni in Italia, uno spettacolo di una compagnia di carcerati è stato portato fuori da un istituto penitenziario, alla Lumsa. Il racconto della rappresentazione
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May 15, 2026
«Non siamo attori, è la nostra vita»: i detenuti di Rebibbia in scena nel teatro dell'università
Una scena dello spettacolo /Muolo
«Gabriè sei libero!». Ma Gabriele non ci crede. È chino su una scrivania. In mano ha una penna. Sta scrivendo una lettera. È il suo modo per sognare. «Non mi prendere in giro», risponde scocciato. Non si sforza nemmeno di guardarlo negli occhi, il suo compagno di cella. Sarà per forza uno scherzo. Dietro, si intravedono i loro letti, ricoperti da vecchi plaid che sembrano stracci. I materassi hanno la stessa consistenza di una sottiletta. «Gabriè sei libero!», ripete R. con la voce squillante, di chi non riesce a contenere l’emozione. Gabriele finalmente alza la testa. Lo guarda. «Dici sul serio?». «Sì! Sei libero». Proprio in quel momento entrano gli altri detenuti. Parte la festa. Cominciano ad abbracciarsi. Gabriele viene travolto dall’affetto da quelli che ormai sono diventati i suoi migliori amici. Sembrano più felici loro che lui. Una porta finalmente si è aperta. E la libertà di uno è diventata la speranza di tutti.
Non hanno recitato i detenuti che oggi, nel teatro dell’università Lumsa hanno portato in scena lo spettacolo dal titolo “Tunnel dei sogni”. Hanno raccontato la loro vita al di là delle sbarre. Le loro sofferenze, i loro sogni. «Non chiamateci attori, non siamo numeri, non siamo quello che abbiamo compiuto, siamo persone come tutti», ha scandito all’inizio una voce fuori campo, prima dell’apertura del sipario. La mise en scène è stata interpretata (e firmata) dal gruppo Libere Bolle, composto da alcuni detenuti del carcere di Rebibbia. Per la prima volta dopo molti anni in Italia, una compagnia teatrale di carcerati ha realizzato il proprio sogno: portare e far conoscere il proprio lavoro anche fuori dall’istituto penitenziario. L’appuntamento ha visto la collaborazione dell’ateneo, di Vatican News – Radio Vaticana e delle associazioni Retrosguardi, Società San Vincenzo de Paoli – Consiglio Centrale di Roma, Across, Oratorio Gentilin, con il contributo di Fondazione Roma.
Lo spettacolo è una libera ispirazione del volume “I volti della povertà in carcere” di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero (edito da Edb), un percorso iniziato nel carcere di San Vittore a Milano, diventato poi progetto giubilare che ora si appresta ad essere trasformato in un secondo volume fotografico con le esperienze nate nelle case circondariali italiane tra cui Firenze, Lecce, Venezia e ora Roma come nona tappa.
Il primo dei cinque atti si apre con Gabriele, mentre è seduto sul suo letto. Ogni giorno spera di riaprire gli occhi e trovarsi nella cameretta di casa. Ma deve scontrarsi con la dura realtà del carcere, «quel posto dove i sogni vengono incatenati», dice tra sé e sé. Un monologo che in realtà consegna al pubblico. Non ci sono le sbarre a separare gli spettatori dai detenuti. E neppure la quarta parete, che si rompe più di una volta. Quando per esempio Fabio e Manuel, diventati grandi amici, mostrano a tutti la teglia di pasta che hanno preparato in cella utilizzando fornelli a gas da campeggio e carta argentata. «Questo è il risultato», dicono orgogliosi. Ma rimangono umili: «Chi avrà modo di assaggiare giudicherà». Poi si lasciano andare a una battuta: «Condividiamo entrambi la passione per la cucina. Ma uno di noi due è bravo solo con la forchetta in mano».
Gli applausi accompagnano ogni scena. A un certo punto parte anche la musica di “Eye of the tiger”. È il momento in cui i detenuti si allenano con un bilanciere artigianale, creato con un manico di scopa e due casse d’acqua. «Lo sport - sottolineano - è una valvola di sfogo, mentale e sociale». Importante tanto quanto il lavoro, come cerca di far capire un ragazzo al suo compagno di cella a cui non va di alzarsi dal letto. «Il lavoro è fondamentale, è la mano che ci tira su», dice un altro detenuto in un monologo. «Il carcere chiude le porte, ma il lavoro ne apre un’altra che ti consente di diventare una persona migliore».
Non manca, poi, il racconto del dolore, fisico e mentale. «Quelli che conosco non si reggono in piedi - dice un ragazzo di origini africane -. Qui ognuno ha le proprie sofferenze, e quelle fisiche sono grandissime». Quando finisce di parlare, entra in scena un detenuto in sedia a rotelle. «La vera disabilità è quando nessuno ti tende la mano – sottolinea -. Qui dentro, così come là fuori, nessuno si salva da solo, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi». È la stessa convinzione di un carcerato che si è riscoperto pittore e ha deciso di dipingere il mare, che rappresenta «la nostra vita, così immensa e impetuosa». E ha realizzato un’àncora, «la speranza che nessuno ci potrà mai togliere».
Alla fine della messa in scena, è intervenuta anche la direttrice di Rebibbia Nuovo Complesso, Teresa Mascolo. Lo spettacolo, ha sottolineato, «racconta l’autenticità di quello che succede in carcere». Le ha fatto eco Rossana Ruggiero. «Il nostro progetto non è teatro, ma la verità».

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